Primavera persiana?

Da giorni in Iran migliaia di persone si riversano nelle piazze delle maggiori città per manifestare contro il presidente Rouhani. Dal Nord al Sud del Paese cittadini di ogni strato sociale protestano contro il governo centrale per l’aumento del prezzo del cibo, dell’inflazione, del costo della benzina e di altri beni di uso comune e contro la dilagante corruzione delle istituzioni. Sui social network vengono postati video dove da settimane i manifestanti gridano “Abbasso la dittatura” e “Morte al dittatore Rouhani”, accusato di non essere stato in grado di rilanciare l’economia. Questi alcuni degli slogan dei manifestanti che sfidano le cariche, i gas lacrimogeni e gli idranti della polizia del regime responsabile di un’ inflazione salita quasi al 10 per cento e di un tasso di disoccupazione pari al 12,4 per cento: più di 3 milioni di iraniani, su una popolazione di 80 milioni, sono senza lavoro.

Inoltre, centinaia di risparmiatori sono stati truffati dalle banche ritenute, secondo alcuni giornalisti iraniani colpevoli di appropriazione indebita dei propri capitali. Mentre a Isfahan (1.600.000 abitanti) gli iraniani più anziani, dopo aver visto diminuire drasticamente le proprie pensioni, intonano cori come: “Che errore abbiamo fatto prendendo parte alla Rivoluzione”, e nella città santa di Mashad hanno cantato: “Reza Shah, Benedici la tua anima”, riferendosi al fondatore della dinastia Pahlavi, Reza Shah il Grande, modernizzatore dell’Iran.

Inoltre, i cittadini comuni sono stanchi di un governo dove le ambizioni espansionistiche della Siria in Libano o a Gaza sembrano pesare di più sul piatto della bilancia erariale rispetto agli interessi domestici. In queste aree l’Iran è presente attraverso l’azione di milizie, gruppi paramilitari e il sostegno logistico e finanziario a movimenti locali, ma questo alla maggior parte degli iraniani non piace: “Lascia (Rouhani, nda) la Siria, pensa a noi”, “No Gaza, no Libano, la mia vita soltanto per l’Iran”, si ascolta gridare nelle piazze di alcune città.

Il popolo iraniano non sembra aver paura e sfida apertamente il regime. A qualsiasi prezzo: il bilancio delle vittime nei sei giorni di proteste in Iran è ad almeno 20 morti e centinaia di arresti. Con qualsiasi mezzo. Proprio come suggerisce di fare Seyed Mohammad Hosseini, popolare ex presentatore della Tv di Stato iraniana, ora in esilio in America, attraverso il suo programma Restart diventato carburante per i manifestanti: “Attaccare tutto ciò che rappresenta il regime, sia che si tratti di una moschea, di una base di Basij o di una stazione di polizia, e usate qualsiasi arma, un martello, un’ascia o una molotov”.

Ma il Paese non è unito e pochi giorni fa i conservatori iraniani hanno organizzato una contro manifestazione in sostegno del governo e del regime al potere. Migliaia di sostenitori del governo di Rouhani sono scesi in piazza in diverse città dell’Iran mentre dalla propria pagina web, la Guida suprema iraniana, l’Ayatollah Ali Khamenei,  punta il dito contro “i  nemici dell’Iran che hanno rafforzato l’alleanza per colpire le istituzioni islamiche. Con i diversi strumenti come denaro, armi, politica e sistemi di sicurezza, i nemici hanno provato a minare il sistema”.

Di sicuro si riferisce ad Arabia Saudita, Israele e Usa da dove il presidente Trump sostiene apertamente i manifestanti iraniani: “L’Iran sta fallendo su tutti i fronti, il popolo è represso. È ora di cambiare”; anche se la Casa Bianca non offre per ora una strategia concreta su come contrastare la crescente egemonia regionale degli ayatollah.

Ancora non si può parlare di “rivoluzione” ma forse stiamo assistendo all’avvento della Primavera persiana contro il regime khomeinista.