Clima freddo nei rapporti Turchia-Nato

Il 25 settembre 2017 il Sottosegretario all’Industria della difesa turco, Ismail Demir, ha affermato che “non possiamo dare una data precisa perché prima occorre portare avanti i negoziati, ma possiamo dire che la consegna inizierà entro almeno due anni”. Sarebbero questi i tempi necessari per il trasferimento dalla Russia alla Turchia del sistema antimissilistico S-400 per il quale Ankara avrebbe già versato un acconto. Il programma di cooperazione militare con la Turchia, che Mosca sta cercando di attuare, ha ovviamente innescato la reazione da parte dei Paesi occidentali, cui Ankara è legata tramite la Nato. La Turchia fa parte della Nato sin dal 1952 occupando sin dall’inizio un ruolo chiave difensivo proprio per la sua posizione geografica di vicinanza con la Russia e il Medio Oriente. Nel corso della prima guerra del golfo del 1991 la Turchia è stata una base fondamentale per le operazioni militari americane in quella regione così come nei recenti raid aerei contro lo Stato Islamico.

Sino a ieri era impensabile che un membro dell’Alleanza Atlantica acquistasse armamenti non interoperabili con quelli degli altri Paesi e in particolare che li acquistasse da uno Stato che non ha rapporti ottimali con la Nato stessa. Ciò ha suscitato il timore che oggi la Nato stia perdendo la sua coesione e che la Turchia dell’era Erdogan ha forse cambiato politica, rinunciando alla posizione di fedele alleato dell’Occidente. Il cambiamento di rotta potrebbe essere collegato al malcontento turco nei confronti degli Stati Uniti e dell’Ue, accusati di un’azione diplomatica poco energica in occasione del colpo di stato nel luglio 2016, spingendo diversi settori del governo e delle istituzioni a ritenere che la Nato non valuti con la giusta efficacia gli interessi strategici della Turchia.

C’è inoltre la questione di Fethullah Gulen, studioso dell’Islam e politologo e predicatore turco, che vive negli Usa in esilio e che, secondo Ankara, è ritenuto la mente del colpo di stato, oltre al fatto che gli Stati Uniti hanno fornito armi, in Siria, ai combattenti curdi appartenenti al PYD/YPG, che la Turchia considera terroristi al pari del PKK. Di contro le misure repressive adottate dal presidente Erdogan dopo il fallito golpe, non sono state ben accolte in seno alla Nato, paventando da parte degli organi della stessa anche la possibile revisione del ruolo della Turchia nell’Alleanza. Il blocco della base di Incirlik nelle fasi immediatamente successive al fallito colpo di stato, sebbene giustificato quale manovra per permettere di arrestare i golpisti, ha assunto significato politico e simbolico di vasta portata potendo essere interpretato come un atto ostile alla cooperazione Nato-Turchia. Nel contempo è aumentata anche l’avversione della popolazione civile verso Nato e Usa. Dopo il golpe vi sono state presso la base aerea manifestazioni che chiedevano la chiusura della struttura e l’allontanamento delle forze americane. Le forze militari Nato sono stabilmente presenti nella base di Incirlik sin dai primi giorni della Guerra fredda, proprio perché la Turchia era ritenuta un bastione difensivo strategico contro l’Unione Sovietica. Nel mese di luglio 2017 la Germania ha ritirato le sue forze militari presenti nella base aerea, ove è stoccato un arsenale nucleare che gli Stati Uniti, sembra, vogliano trasferire in un altro sito, proprio per l’inaffidabilità della situazione politica turca.

Come ha affermato l’ammiraglio James Stravridis, ex comandante supremo della Nato in Europa, “i governanti turchi hanno spesso manifestato la sensazione che le loro preoccupazioni e la loro particolare posizione geografica non fossero tenute nel giusto conto da parte del Consiglio dell’Alleanza Atlantica. Negli ultimi anni la Turchia ha però ottenuto dalla Nato un supporto alla difesa del suo spazio aereo con aerei radar Awacs e lo schieramento lungo il confine con la Siria di batterie di Patriot e di Samp/t per la difesa contro i missili lanciati da quel territorio. Alcuni recenti episodi hanno tuttavia reso difficili le relazioni con la Nato. La decisione (poi revocata) di acquistare un sistema antimissile dalla Cina e la candidatura turca, proposta dal governo di Ankara, alla guida, nel 2021, della VJtf (creata per dotare l’Alleanza di una più rapida risposta difensiva alla crescente efficienza dimostrata dalla Russia negli ultimi eventi bellici): una proposta sulla quale al momento regna la totale incertezza. Inoltre il riavvicinamento alla Russia, con la quale i predenti rapporti erano stati resi difficili dall’episodio dell’abbattimento del jet militare da parte di missili turchi. La ripresa dei lavori del gasdotto Turkish Stream è una sfida alla strategia Usa basata sull’esportazione in Europa del surplus di produzione interna di gas sotto forma di Gnl, cui si aggiunge l’impegno di Mosca nello sviluppo del settore nucleare civile turco, con la partecipazione nell’impianto nucleare di Akkuyu. Non gradite anche le mosse della Turchia per un ruolo di prestigio nella piattaforma euroasiatica ipotizzando un processo di intesa con l’Iran. Importante anche l’impegno di Ankara nella realizzazione della linea ferroviaria Baku-Tbilisi-Kars, definita da Erdogan come un importante tassello della nova via della seta e la volontà di Russia e Cina di acquisire Ankara quale membro della Shangaii Cooperation Organization (Sco) e del rafforzamento dei legami con le Repubbliche ex-Sovietiche dell’Asia centrale cruciali per i progetti geopolitici in cantiere.

Ragioni di carattere geopolitico non rendono verosimile la possibilità di un voto in favore dell’uscita della Turchia dall’Alleanza o di una ridotta cooperazione con la stessa. È remoto il rischio, in un momento storico quale l’attuale, di rinunciare alla Turchia, perché geograficamente posta al centro di quasi tutte le crisi in cui l’Occidente è coinvolto, a meno che la Turchia non voglia rinunciare spontaneamente a far parte della Nato. Nelle ultime settimane del 2017 gli Usa, come confermato dal Presidente Donald Trump, hanno deciso di non voler più fornire armi ai gruppi curdi che combattono l’Isis in Siria dando una svolta positiva ai rapporti ultimamente moto freddi tra Washington e Ankara. Lo stesso segretario generale della Nato Stoltemberg, ha rassicurato Ankara definendo la Turchia un alleato insostituibile della Alleanza Atlantica.

(*) Associate analyst think tankIl Nodo di Gordio