Davos: Merkel all’attacco di Trump

Sulle giornate di Davos si abbatte il ciclone “The Donald” in arrivo dagli Stati Uniti. In attesa di ciò che il vulcanico presidente Usa dirà oggi alla platea dei “grandi” della Terra, crea scompiglio la sua recente decisione di imporre dazi all’importazione di pannelli solari e di lavatrici dalla Cina e dalla Corea del Sud. Un colpo duro alla filosofia del globalismo no-limits e, insieme, un atto di legittima difesa dell’economia americana. Ovvio che la mossa presidenziale non potesse piacere ai leader dei grandi Stati esportatori. In primis ai cinesi e ai coreani che sono stati direttamente colpiti dalla misura protezionistica. Ma a fare più fracasso, dal palcoscenico di Davos, è stato il capo di governo della Repubblica Federale di Germania.

La signora Angela Merkel ha intuito che la presa di posizione di Trump fosse un messaggio indirizzato anche al suo Paese. Ciò spiega la particolare durezza con la quale ha commentato la vicenda dei dazi. Nell’intervento al “Forum” di Davos, senza nominare apertamente l’inquilino della Casa Bianca gli ha scagliato contro una filippica sulla negatività della presunta logica isolazionista dell’amministrazione di Washington che si sottrarrebbe al dovere morale di perseguire il multilateralismo e la cooperazione globale come antidoto alla rovina dell’umanità. Calcando la mano sul concetto la signora Merkel si è prodotta in un’accusa alquanto azzardata. “Oggi, 100 anni dopo la catastrofe della Grande Guerra, dobbiamo chiederci se abbiamo davvero imparato la lezione della storia, e a me pare di no…”.

Siamo alle solite: il lupo tedesco perde il pelo ma non il vizio di distorcere la Storia a proprio vantaggio. L’insinuazione della Merkel sarebbe disgustosa se non fosse patetica. Per lei la causa del gran massacro dell’inizio dello scorso secolo fu l’isolazionismo americano? Ma cosa racconta? Ha forse dimenticato le responsabilità degli imperi centrali nello scatenare il disastro? In quella circostanza l’intervento in corsa delle truppe statunitensi, era il 2 aprile 1917, servì a tirare fuori dai pasticci gli europei che altrimenti avrebbero continuato a scannarsi vicendevolmente ben oltre il 1918. La signora Merkel distorce la realtà per negare una verità incontrovertibile: la Germania non può continuare a guardare al mondo come a un immenso mercato sul quale piazzare i propri prodotti senza acquistarne dagli altri. Gli “States” restano gli “States” con la sola differenza che rispetto all’arrendevolezza dell’amministrazione di Barack Obama ora alla Casa Bianca siede un testardo “figlio di puttana” che non intende darla vinta a nessuno. Trump non è affatto l’autarchico che il mainstream europeo vorrebbe accreditare agli occhi delle opinioni pubbliche continentali. È semplicemente un mercantilista che crede nella virtuosità della bilancia commerciale quando questa è regolata da scambi equilibrati. L’America profonda che lo ha votato è arcistufa di reggere il peso sulle sole proprie spalle della “noblesse oblige” da potenza imperiale, gendarme del mondo, che dalla fine dell’ultimo conflitto mondiale ha agito da compratore di ultima istanza delle produzioni planetarie per tenere in piedi i sistemi economico-sociali altrui. Nella logica di Trump c’è il fattore imprescindibile della sostenibilità nel rapporto import-export. Argomento questo che fatica a entrare nella tetragona testa della signora Merkel che da quell’orecchio è completamente sorda. Ai nostri cugini germanici piace vendere ma non comprare. Finora in Europa è andata così perché il bastone del comando lo hanno loro. Ma adesso con l’America di Trump la musica sta cambiando. Stesso dicasi per i furbi cinesi. Da Pechino sono stati lesti a protestare per i nuovi dazi imposti dagli Usa, ma non hanno mostrato la medesima solerzia nel rimettere in pari la bilancia degli scambi commerciali tra i due Paesi.

Eppure il presidente Trump aveva dichiarato le sue intenzioni fin dai primi giorni alla Casa Bianca. “Volete che gli americani mangino il vostro pollame? E allora comprate la nostra carne di manzo”, era stato l’aut-aut posto alle autorità della “Città Proibita”. Non saremmo dei sofisticati economisti ma a noi questo modo d’impostare le relazioni commerciali piace e convince. “Se vuoi che gli altri ti rispettino devi farti valere” è la regola aurea applicabile ai soprusi del bullo di quartiere, su in alto fino ai rapporti tra grandi potenze planetarie. Quindi, non c’è niente di alto e nobile nella presa di posizione della signora Merkel che, come sovente accade, si arroga il diritto di parlare anche per gli altri “nani” d’Europa ma soltanto la difesa d’ufficio di un bieco interesse di bottega. Ha timore la signora Merkel che il prossimo passo di Trump sarà d’imporre dazi sui prodotti provenienti dalla Germania? Piuttosto che chiamare gli europei a improbabili crociate globaliste provveda a convincere il suo mercato interno a comprare di più dagli altri. E non solo dagli “States”.