Danimarca a volto scoperto

Si fa ancora più serrata in Danimarca la stretta sugli immigrati: dopo l’obbligo per i richiedenti asilo di consegnare all’arrivo oggetti di valore per contribuire a pagare la loro permanenza nel paese, dal primo agosto è entrata ufficialmente in vigore anche la legge che vieta la presenza nei luoghi pubblici di persone che abbiano il viso coperto. Il provvedimento è stato approvato in Parlamento con 75 voti favorevoli e 30 contrari il 31 maggio scorso e prevede per i trasgressori una sanzione pecuniaria da un minimo di 134€ ad un massimo di 1343€ se la stessa persona verrà sorpresa a trasgredire la norma per più di quattro volte. Sin dalla presentazione della proposta il portavoce del Partito Liberale al governo nella coalizione di centrodestra Jacob Ellermann-Jensen ha voluto chiarire che non si tratta di «un divieto sugli abiti religiosi, ma di  un divieto contro i camuffamenti». E il Ministro della Giustizia Soren Pape Poulsen ha sottolineato come sia stata introdotta per motivi di sicurezza e che  «date le nostre radici e la nostra cultura noi non copriamo le nostre facce e i nostri occhi perché dobbiamo essere in grado di vedere le espressioni facciali degli altri. In Danimarca è un valore».

Eppure, la legge è stata ben presto denominata dai suoi oppositori “Burka Ban”, per sottolineare quella che ritengono una forma discriminatoria verso la minoranza musulmana che per motivi religiosi utilizza il velo e che in Danimarca rappresenta circa il cinque per cento della popolazione. Già ampiamente contestata dalla sinistra all’opposizione durante l’iter parlamentare, la norma, proprio nel giorno dell’entrata in vigore del divieto, è stata anche oggetto di grandi proteste di piazza in alcune città danesi e in particolare a Copenaghen. Centinaia di persone, sia uomini che donne non solo di religione musulmana, si sono riversate nelle strade della capitale indossando gli indumenti banditi e scandendo lo slogan «Mit tøj,mit valg»: i miei abiti, la mia scelta”. Chi si oppone a questo provvedimento, infatti, sottolinea come rappresenti una limitazione della libertà delle donne, anche danesi, di scegliere il proprio abbigliamento senza alcuna costrizione; come dichiarato da Fotis Filippou, direttore delle campagne di Amnesty International in Europa, che ha condannato la norma sostenendo che: «Ogni donna dovrebbe essere libera di vestirsi come vuole e di indossare un abbigliamento che rispecchi la sua identità e i suoi valori».

In realtà la Danimarca è solo l’ultimo paese europeo in ordine di tempo ad aver introdotto il divieto di indossare copricapi che nascondano integralmente il volto nei luoghi pubblici: la prima è stata la Francia nel 2011, seguita poi da Belgio e Olanda e nel 2016 anche dall’Austria. E l’11 luglio del 2017 la Corte europea per i diritti dell’uomo ha respinto il ricorso presentato da due donne belghe di religione musulmana che chiedevano di continuare ad indossare il niqab, dichiarando legittima la norma che vieta di indossare vestiti che coprano parzialmente o totalmente il volto perché non viola la Convenzione europea sui diritti umani. Il dibattito in tutta Europa è oggi più che mai aperto: aumentare gli sforzi per integrare le minoranze etniche e religiose, rispettandone i simboli come il velo, oppure bandire regole e imposizioni che poco hanno a che fare con lo spirito occidentale di liberalità ed eguaglianza? Integrazione o assimilazione?