L’Iran nucleare, la Mogherini e il fallimento dell’Ue

Il ritiro americano dall’accordo internazionale sul programma nucleare iraniano e l’imposizione di nuove sanzioni economiche da parte dell’amministrazione Trump ha creato una profonda spaccatura con la metà europea dell’Atlantico. Si parla da decenni di come i membri dell’Ue non riescano a dar vita a una politica estera comune, ma la difesa del Jcpoa-Joint Comprehensive Plan of Action e delle rinnovate relazioni economiche con Teheran è riuscita nell’impresa di far convergere tutte le politiche estere nazionali in una sola direzione. Simbolo di questa convergenza è l’Alto rappresentante Ue per la politica estera e di sicurezza, Federica Mogherini, che ha definito il Jcpoa come “un elemento portante dell’architettura di non proliferazione nucleare globale”, incoraggiando le aziende europee a “incrementare gli affari con l’Iran”. L’Unione europea sta infatti adottando una serie di misure volte a neutralizzare l’effetto delle sanzioni americane sugli operatori economici europei attivi in territorio iraniano.

Ma per la già ministra italiana, che non disdegna velo e kefiah, la difesa dell’accordo nucleare con Teheran, fiore all’occhiello dell’opera di “pace” di Barack Obama e dell’Ue, trascende il campo della non proliferazione ed è molto di più di una mera questione di business. Per chi come lei in Occidente continua a considerare il regime khomeinista come erede dell’Unione Sovietica, prendere le parti della Repubblica islamica iraniana nella sua contrapposizione con il “Grande Satana” rappresenta la missione di una vita, un momento eroico che dà un senso più alto alla sua prodigiosa carriera politica e istituzionale. Le stesse sensazioni devono averle provate Barack Obama e il suo team di negoziatori ed esperti, che rimuovendo la precondizione della rinuncia all’arricchimento dell’uranio hanno avuto gioco facile nell’ottenere l’assenso del leader supremo iraniano Ali Khamenei all’accordo sul nucleare. Un accordo che per i pasdaran e i guardiani della rivoluzione islamista, sempre attenti alla purezza ideologica della politica estera di Teheran, è equivalso a una grande vittoria per aver sottomesso ai propri interessi il nemico assoluto statunitense.

L’intesa sull’asse Washington-Teheran-Bruxelles andava però oltre il programma nucleare, per estendersi alla situazione mediorientale nel suo complesso. Le sinistre transatlantiche sono state infatti ben liete di dare il via libera alle mire espansionistiche iraniane in tutta la regione, dicendo sì all’ingresso dell’Iraq nell’orbita geopolitica di Teheran e alla destabilizzazione del Golfo attraverso le comunità sciite locali. Il Bahrein è stato messo a soqquadro durante la Primavera Araba, in collegamento con le rivolte fomentate e manipolate dalla Fratellanza Musulmana e dal Qatar in Egitto, Tunisia e Libia, mentre nello Yemen l’occupazione da parte delle milizie sciite Houthi, sostenute dall’Iran, dall’Hezbollah libanese e dal Qatar, continuano a tenere in ostaggio il paese impedendo al governo legittimo e internazionalmente riconosciuto di riprendere il controllo del territorio.

Dal mondo arabo-sunnita è stato più volte sollevato l’allarme per un Iran ormai in controllo di Baghdad, Beirut, Sana’a e Damasco, ma le sinistre occidentali puntavano al grande accordo geopolitico con il regime khomeinista e guardavano con favore alla pericolosa alterazione degli equilibri della regione. Anche per questo il cambio d’inquilino alla Casa Bianca è stato vissuto in maniera drammatica da Mogherini e compagni. Trump il guastafeste si è messo di traverso rispetto al loro sogno di legittimare il regime khomeinista come la più grande potenza mediorientale. Di qui la strenua difesa del Jcpoa e del business con Teheran.

La decisione di Trump, in realtà, non è guerrafondaia come anche i media mainstream continuano a dipingerla. La porta dei negoziati resta aperta, ma ricalibrando l’accordo sul nucleare in direzione degli interessi di sicurezza occidentali e raggiungendo una soluzione politica alle varie crisi regionali che tenga in dovuto conto gli interessi e le preoccupazioni in materia di sicurezza di cui sono portatori i paesi del Quartetto arabo contro il terrorismo (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Egitto).

Dove l’approccio di Trump è radicalmente opposto a quello delle passionarie e dei passionari del regime khomeinista è nella non accettazione ideologica di quest’ultimo e nel sostegno alle richieste di libertà e di rispetto dei diritti umani della popolazione iraniana. Teheran ha sempre “giocato” con i suoi simpatizzanti europei per dividere e indebolire l’Occidente nei casi in cui alla Casa Bianca giungano leader meno compiacenti di Obama. A questo “gioco” Mogherini e compagni si sono sottoposti di buon grado, indifferenti alle sorti degli iraniani e per di più minimizzandone sia le drammatiche condizioni economiche che le vessazioni subite in 39 anni di dittatura ideologica islamista. Numerose sono state le rivolte e accese proteste sono in corso tuttora, incontrando l’immancabile repressione delle autorità. La prossima volta che l’Alto rappresentante si recherà in Iran, dovrebbe effettuare una visita guidata nel famigerato carcere di Evin.