Etiopia ed Eritrea: guerra o (fragile) pace?

Dispiace sentire che gli Eritrei arrivati in Italia con la nave Diciotti siano in fuga dalla guerra. Dispiace perché canti, balli e bandiere con cui i primi giorni di luglio è stato accolto ad Asmara il primo ministro etiope Abiy Ahmed, colto riformista, lasciavano ben preconizzare una lunga stagione di pace. Le foto della storica visita mostrano i volti sorridenti del leader etiope e del presidente eritreo Isaias Afwerki nel momento della firma di una dichiarazione che, mutuata dall’accordo di Algeri del 2000 mai entrato in vigore, pone fine alle ostilità tra i due Paesi, in guerra dal 1998.

L’intesa - datata 9 luglio - oltre a mettere fine allo stato di guerra prevede il ripristino del collegamento aereo tra Addis Abeba e Asmara, la possibilità per le persone di circolare tra i due Paesi, il riallacciamento delle linee telefoniche, la riapertura delle Ambasciate e, soprattutto, la possibilità per l’Etiopia, priva di sbocchi al mare, di utilizzare porti eritrei. I contrasti tra i due Paesi risalgono alla seconda metà del secolo scorso, quando con il ritiro degli italiani l’Eritrea divenne una sorta di provincia federata all’Etiopia. La degradazione scatenò la reazione indipendentista del Fronte popolare per la Liberazione dell’Eritrea (FPLE) che siglò i suoi successi operativi con la conquista di Asmara e Assab nel 1991. Due anni dopo l’Eritrea si dichiarò indipendente e venne nominato presidente Isaias Afewerki, tuttora in carica.

Nel 1998 tensioni relative al controllo di una zona di confine identificata dalla città di Badammè sono degenerate in un conflitto concluso ufficialmente nel 2000 con l’accordo di Algeri ma, come si è visto, dagli epigoni che hanno drammaticamente fatto salire il numero delle vittime a settantamila. A corollario dell’attesa dichiarazione di pace dovrebbe sopravvenire anche in Eritrea un percorso di normalizzazione costituzionale. Nel lungo periodo di presidenza Isaias ha chiuso le Università e militarizzato lo Stato imponendo il servizio militare sino a 50 anni, imprigionato decine di migliaia di dissidenti politici, causando una diaspora che, con la pace e la fine dello stato di emergenza, ora richiede il ripristino delle libertà costituzionali sospese e la ripresa di tutte quelle articolazioni istituzionali che facciano risalire il Paese dagli ultimi posti della classifica mondiale di sviluppo e libertà.

La transizione democratica, di cui questi primi passi costituiscono buon aruspicio, avrà rilevanza sui destini di centinaia di migliaia di eritrei accolti nei campi profughi di tutto il mondo: dalla vicina Etiopia a Israele, dal Ruanda all’Europa, compresa l’Italia, proprio in questi giorni protagonista per tali motivi. In caso di successo e di avvicinamento a standard democratici accettabili cadrebbero le motivazioni per cui viene concesso lo status di rifugiato. La guerra tra i due Paesi è finita, si spera che i volti sorridenti con cui è stata sottoscritta la dichiarazione di pace siano prodromi di una rapida evoluzione democratica nell’area che ci impedisca di assistere ad ulteriori scenari di grande disagio.