Israele: a proposito della legge sullo Stato-nazione

Il 19 luglio, il parlamento israeliano, la Knesset, ha approvato la Legge Fondamentale che dichiara Israele Stato-nazione. Dato che Israele non ha mai avuto una Costituzione, il disegno di legge è l’ultima versione delle leggi fondamentali del Paese, sotto forma di Legge Fondamentale: Israele, Stato-nazione del popolo ebraico. Per molti, ciò sembra affermare una ovvietà. Israele non era stato creato proprio per questo? L’unica domanda da porsi è: “Perché ci sono voluti 70 anni per trasformare l’ovvio in legge?” Ma forse c’è un altro interrogativo: “Perché i membri della Knesset hanno approvato la legge con una maggioranza risicata, 62 voti a favore, 55 contrari e due astenuti?”.

Quando si è saputo che il parlamento israeliano aveva osato definire in tal modo il proprio Stato, molti hanno considerato questa decisione una catastrofe. Come se non avessero mai saputo che sin dai tempi della Bibbia la terra ora chiamata Israele era la patria degli ebrei.

Quasi tutti hanno espresso la loro condanna contro il disegno di legge in quanto razzista, discriminatorio, antidemocratico e contrario ai principi della parità fra cittadini ebrei e non ebrei. NBC News ha così titolato: “La legge israeliana sullo ‘Stato-nazione’ ha suscitato critiche in tutto il mondo, e anche da parte dei gruppi ebraici americani”. Il giorno stesso in cui è stata approvata la norma, l’Alto rappresentante dell’Unione europea per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini, ha affermato che: “Siamo stati molto chiari per quanto riguarda la soluzione dei due Stati, riteniamo che sia l’unica via da seguire e si deve evitare qualsiasi provvedimento che complicherebbe ulteriormente questa soluzione o che le impedirebbe di tradursi in realtà”.

Ma la Mogherini non ha detto perché il fatto che Israele sia uno Stato ebraico che riconosce pari diritti ai cittadini non ebrei interferirebbe con una futura soluzione dei due Stati. È sempre stata la parte araba e palestinese a opporsi a tale soluzione e mai quella ebraica mainstream. Piuttosto, la Mogherini ha fissato un incontro per il prossimo 4 settembre con i parlamentari arabi israeliani, essendo questo un altro gruppo che si oppone a gran voce alla nuova legge. Non sembra che l’Alto rappresentante dell’Ue abbia invitato nessun parlamentare ebraico in un incontro omologo.

L’Unione europea, un conglomerato sovranazionale che ha fatto molto per promuovere i diritti dei singoli Stati-nazione emersi dopo il crollo dell’Unione Sovietica come un mezzo per preservare la pace nel continente europeo, ha assunto da molti anni una posizione anti-israeliana che serve solo a incoraggiare i palestinesi che scatenano guerre e lanciano attacchi proprio per evitare la soluzione dei due Stati, invocando al contempo il diritto di abolire Israele e creare un unico Stato palestinese “dal fiume (Giordano) al mare (Mediterraneo)”, un appello alla massiccia pulizia etnica o al genocidio.

L’opposizione alla legge sullo Stato-nazione è stata fortemente espressa dagli arabi israeliani, dai drusi israeliani e da parte di molti ebrei israeliani e americanitra cui le Federazioni ebraiche del Nord America e l’Associazione internazionale di cristiani ed ebrei – in netto contrasto con il diritto di Israele a esistere come Stato ebraico, anche se, ad esempio, il Regno Unito esiste formalmente come Stato anglicano, senza maltrattare, almeno ufficialmente, nessuna delle sue minoranze.

In Israele, artisti, scrittori e presunti intellettuali hanno chiesto l’abrogazione del provvedimento. A volte, il linguaggio usato per descrivere la legge approvata ha superato i limiti della decenza comune. Il socialista ebreo britannico David Rosenberg, uno stretto alleato di Jeremy Corbyn, ha parlato in termini spregevoli di tre parlamentari ebree del Partito Laburista britannico prima di infangare la nuova legge di Israele: “Se [Margaret] Hodge e le sue sorelle nella lotta, [Ruth] Smeeth e [Juliana] Berger, non fossero state delle vili opportuniste e delle selettive anti-razziste nonché delle paladine dei diritti umani, avrebbero potuto far sentire di più la propria voce, o addirittura sarebbero potute intervenire contro la disgustosa e apertamente razzista legge sullo Stato-nazione che il governo israeliano ha appena approvato...”.

Un membro arabo israeliano della Knesset, Zouheir Bahloul, si è dimesso, prevedendo che altri parlamentari arabi avrebbero seguito il suo esempio. Egli ha falsamente sostenuto che la legge discrimina le minoranze non ebraiche. Il 4 agosto, molti israeliani, coordinati dai leader drusi, si sono riuniti in Piazza Rabin a Tel Aviv per protestare contro la norma. In seguito è però emerso che il raduno è stato finanziato e diretto dal gruppo di sinistra Anu, un beneficiario dell’organizzazione New Israel Fund. Secondo la redazione del Breitbart a Gerusalemme: Daniel Sokatch, Ceo della New Israel Fund, ha rilasciato una controversa dichiarazione che definisce la legge “un mero tribalismo”, uno “schiaffo morale per i cittadini arabi palestinesi di Israele” e un “pericolo per il futuro di Israele”.

In altre parole, gli antisionisti hanno cercato di trasformare in un’arma la nuova norma per promuovere i loro programmi esistenti. Al contrario, in Arabia Saudita e alle Maldive, solo ai musulmani è concessa la cittadinanza. In entrambi i Paesi, è vietata la pratica manifesta di qualsiasi religione diversa dall’Islam – anche il Cristianesimo e l’Ebraismo, che in teoria sono accettati dall’Islam. In Israele, i fedeli di tutte le religioni e i membri di tutti i gruppi etnici sono cittadini a pieno titolo.

Probabilmente non dovrebbe sorprendere il fatto che molti leader arabi ed europei abbiano usato l’approvazione della legge come una scusa per promuovere il loro programma antisionista, ma dovrebbe stupire l’opposizione della comunità drusa di Israele, da sempre la più fedele allo Stato, con un ruolo duraturo e ammirevole nelle forze armate israeliane, così come è alquanto sconcertante la rabbia di tanti ebrei in Israele e all’estero.

È fuori dubbio, tuttavia, che questa semplice legge non cambierà nulla per nessuno.

L’8 agosto, durante un dibattito speciale in seno alla Knesset, gli attivisti del partito dell’Unione sionista, guidati dall’ex ministro degli Esteri israeliano Tzipi Livni, hanno attaccato il governo, hanno chiesto nuove elezioni e “hanno dichiarato che l’opposizione approverebbe la Dichiarazione d’Indipendenza come legge fondamentale al posto della legge sullo Stato-nazione”. Qualunque siano i problemi all’estero, non vi è dubbio che la decisione di considerare l’identità ebraica come un elemento fondamentale della legge ebraica abbia intensificato le divisioni politiche nel momento in cui l’unità di intenti è essenziale per un Paese che deve ancora affrontare minacce esistenziali su più fronti.

I lettori dovrebbero consultare il testo completo della legge per trarre le proprie conclusioni. Ma può essere utile prendere in considerazione una o due clausole chiave da utilizzare come punto di partenza per poter comprendere la norma. In realtà, le uniche clausole controverse sono quelle contenute nell’art. 1: A) La terra di Israele è la patria storica del popolo ebraico, in cui lo Stato di Israele si è insediato; B) Lo Stato di Israele è la patria nazionale del popolo ebraico, in cui esercita il suo diritto naturale, culturale, religioso e storico all’autodeterminazione; C) Il diritto di esercitare l’autodeterminazione nazionale nello Stato di Israele è esclusivamente per il popolo ebraico.

Sicuramente sapevamo già tutto questo. L’approvazione della legge è stata fatta semplicemente per fornire una solida base giuridica per la creazione di Israele nel 1948 conformemente al Mandato della Lega delle Nazioni per la Palestina. Il suo preambolo afferma con chiarezza che: Poiché le principali Potenze Alleate si sono anche accordate sul fatto che il Mandatario debba essere responsabile per dare effetto alla dichiarazione originalmente fatta il 2 novembre 1917 dal Governo di Sua Maestà Britannica e adottata dalle dette potenze, in favore della costituzione in Palestina di una nazione per il popolo ebraico, essendo chiaramente inteso che nulla dovrebbe essere fatto a pregiudizio dei diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche esistenti in Palestina o dei diritti e dello status politico goduto dagli ebrei in qualsiasi altro Paese [corsivo dell’autore].

Per quanto riguarda “i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche esistenti in Palestina”, la Dichiarazione d’Indipendenza di Israele (14 maggio 1948) non afferma a chiare lettere che “assicurerà completa uguaglianza di diritti sociali e politici a tutti i suoi abitanti senza distinzione di religione, razza o sesso, garantirà libertà di religione, di coscienza, di lingua, di istruzione e di cultura, preserverà i luoghi santi di tutte le religioni”? E Israele non ha fatto esattamente questo, come drusi, musulmani, cristiani, baha’i e altre minoranze religiose possono confermare?

Perché allora così tante persone in tutto il mondo affermano che rafforzare il concetto che Israele è uno Stato ebraico danneggerà la vita dei suoi abitanti non ebrei? In Iran, ad esempio, la grande minoranza baha’i subisce massicce persecuzioni, come incarcerazioni, condanne a morte, e molto altro ancora [1], mentre in Israele i baha’i hanno il loro organo direttivo internazionale e i loro luoghi di culto più sacri, e accompagnano i pellegrini di tutto il mondo.

Le accuse mosse contro la nuova legge includono spesso menzogne assolute. Daniel Pomerantz di Honest Reporting ha identificato una serie di “miti”, come li definiremo in modo diplomatico, sulla nuova legge e che sono stati pubblicati dal New York Times, tra essi la fantasia che “Israele è un Paese in cui gli ebrei godono di diritti che altri non hanno” e che “uno Stato in cui l’Ebraismo è l’unica espressione nazionale consentita dalla legge, per antonomasia, rifiuterà i membri della minoranza che desiderino farne parte”. Ovviamente, l’Ebraismo non è “l’unica espressione nazionale consentita dalla legge” e più di quanto lo sia la religione anglicana in Gran Bretagna. Ma vallo a spiegare a tutte le minoranze etniche e religiose che vivono indisturbate in Israele, che sono parlamentari, che prestano servizio nel sistema giudiziario, nelle università e in tutti i settori.

Queste false accuse contro Israele richiamano l’attenzione su qualcos’altro che è stato gravemente trascurato in questo dibattito. Israele viene ingiustamente condannato per aver fatto qualcosa per cui nessuno stato musulmano è mai stato condannato: aver identificato la propria nazionalità con la propria religione – e nel caso di questi Paesi musulmani ciò viene fatto frequentemente in un modo che esclude o limita i diritti, o persino l’esistenza stessa delle minoranze.

Attualmente ci sono quattro Paesi che si identificano ufficialmente come repubbliche islamiche: IranPakistanMauritania e Afghanistan. Ce ne sono state altre quattro, alcune delle quali di durata brevissima, in passato: [la Repubblica Federale Islamica delle] Comore, (1978-2000), il Turkestan orientale (1933), il Gambia (2015-2017) e la Repubblica cecena di Ichkeria (1996-2000). Tutte e quattro le attuali repubbliche islamiche sono dei luoghi pericolosi per i non musulmani, con leggi contro l’apostasia, la blasfemia (la libertà di espressione) e, nel caso della Mauritania, la schiavitù prevalente, tutte norme in contraddizione con gli standard internazionali in materia dei diritti umani. In queste repubbliche, come nelle monarchie con l’Islam come religione ufficiale (ad esempio, l’Arabia Saudita), le persecuzioni dei musulmani eretici, dei cristiani, dei baha’i e di altri, sono – in diretto contrasto con Israele – un luogo comune. L’uso della legge della sharia per far rispettare le violazioni dei diritti umani vietate ai sensi della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, incide pesantemente sulla vita delle donne, dei liberi pensatori, dei laici e di tutti i non musulmani. Laddove vengono eseguite le pene capitali per aver commesso reati non penali come l’eresia, la blasfemia e la “stregoneria” o laddove le fustigazioni e le lapidazioni sono imposte per illeciti morali come avere presunte relazioni sessuali al di fuori del matrimonio, tra cui essere vittima di uno stupro, c’è un enorme squilibrio tra le democrazie occidentali e molti Stati musulmani [2].

In Arabia Saudita e alle Maldive, solo ai musulmani è concessa la cittadinanza. In entrambi i Paesi, è vietata la pratica manifesta di qualsiasi altra religione diversa dall’Islam – anche il Cristianesimo e l’Ebraismo, che sono accettati dall’Islam. In Israele, i fedeli di tutte le religioni e i membri di tutti i gruppi etnici sono cittadini a pieno titolo, che possono votare, essere parlamentari e magistrati, e anche pregare nei luoghi sacri protetti.

È importante aggiungere che pochi Paesi musulmani sono democrazie nel vero senso della parola. Molti sono monarchie o emirati: Marocco, Giordania, Brunei, Arabia Saudita, Kuwait (un emirato in cui esiste un parlamento eletto, ma i partiti politici sono illegali), Qatar, Oman e i sette emirati che compongono la federazione degli Emirati Arabi Uniti. Nel periodo moderno, altri sono stati o sono ancora delle dittature: Siria, Iran (una teocrazia, un’ex monarchia), Iraq, Libia e il Pakistan sotto Zia-ul Haq. È giusto affermare che le tre nazioni a maggioranza musulmana più popolose (Indonesia, Pakistan e Bangladesh) sono tutte democrazie e che altre sono democrazie spesso minacciate da colpi di Stato o da una crescente islamizzazione. Il Libano, che era una democrazia decente, è ora controllata da Hezbollah. La Turchia, la prima democrazia laica musulmana, è oggi governata dal presidente islamista Recep Tayyip Erdogan, che di recente ha acquisito poteri enormi.

Inoltre, l’Islam è la religione ufficiale di molti Paesi: Bangladesh, Arabia Saudita, Iraq, Oman, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Iran, Marocco, Algeria, Tunisia, Libia, Egitto, Somalia, Gibuti, Sudan, Nigeria, le Maldive, il Brunei e la Malesia. L’articolo 4 della Legge Fondamentale emendata nel 2003 dell’Autorità palestinese recita: 1) L’Islam è la religione ufficiale in Palestina. Deve essere preservato il rispetto per la santità di tutte le altre religioni divine; 2) I principi della sharia islamica saranno la principale fonte della legislazione; 3) L’arabo sarà la lingua ufficiale.

Vale la pena notare un paio di cose. Per “tutte le altre religioni divine”, la legge intende solo l’Ebraismo e il Cristianesimo, che sono le uniche fedi riconosciute nel Corano come religioni divinamente rivelate (seppur corrotte). Israele non impone tali limiti alle altre religioni. L’elevazione della legge religiosa della sharia a “principale fonte della legislazione” può escludere leggi democratiche che contraddicono le pene islamiche per reati come l’omosessualità, l’adulterio o la blasfemia.

Israele, sebbene sia uno Stato ebraico, non ha una religione ufficiale – nemmeno l’Ebraismo. In quanto tale, non impone alcuna conformità religiosa a nessuno dei suoi cittadini. Ci sono ebrei laici, cristiani e musulmani. I musulmani che diventano agnostici o atei, anche quelli che abiurano l’Islam o si convertono a un’altra religione, sono molto più al sicuro in Israele che in qualsiasi Paese musulmano. Le leggi israeliane – per tutti i cittadini – sono fatte dai membri della Knesset; lì, le leggi sono discusse apertamente e applicate da una magistratura indipendente, proprio come accade in altri Paesi realmente democratici, come gli Stati Uniti o il Regno Unito.

Infine, rimane una domanda cruciale. Molte persone, tra cui numerosi israeliani patriottici come Tzipi Livni dell’Unione sionista, attuale leader dell’opposizione alla Knesset, o il parlamentare del Likud Benny Begin, ritengono che la legge avrebbe dovuto includere espressioni come “piena parità dei diritti per tutti i suoi cittadini” e “Stato ebraico e democratico”, che avrebbero potuto rassicurare la popolazione non ebrea. Il governo, guidato dal primo ministro Benjamin Netanyahu, insiste sul fatto che non era necessario farlo, poiché tali affermazioni sono contenute nella Dichiarazione d’Indipendenza e in altre Leggi Fondamentali. Ci sono validi argomenti a favore e contro la necessità di ribadire ancora una volta questi concetti, ma per il momento questo dibattito e altre riflessioni a esso correlate rimangono fortemente divisivi. Non sarebbe saggio prendere in considerazione un’altra Legge Fondamentale in cui la questione della piena parità e della democrazia possa essere resa ancora più esplicita di quanto non lo sia già? Spetta al popolo israeliano decidere.

(*) Gatestone Institute

Traduzione a cura di Angelita La Spada