Morire in un’area geografica non politicamente creata come il Kurdistan e combattere per la libertà e l’indipendenza di quell’orgoglioso popolo, è senza dubbio un gesto eroico con forti sfumature risorgimentali. Giovanni Asperti, 53 anni, bergamasco, non è morto combattendo contro i miliziani dell’Isis ancora presenti minacciosamente nell’area, o sotto un bombardamento turco, ma in un incidente avvenuto nei pressi di Derik (governatorato di Hesekè), città con importanti testimonianze cristiano- ortodosse, localizzata nell’area nord orientale della Siria.

Va ricordato che il Kurdistan ha delle caratteristiche sociologiche peculiari e ben definite per l’area Vicino Orientale: è l’unico popolo che ha dei comuni denominatori culturali, linguistici, antropologici, spirituali ed etnici, che ne definiscono un profilo chiaro e omogeneo. Come già accennato in un mio precedente articolo fu proprio, l’egoismo e anche la miopia del famigerato Sykes-Picot, patto segreto del 1916 tra Regno Unito e Francia (e Russia), a non prevedere la nascita di questa Regione/Stato dopo lo smantellamento dell’Impero Ottomano, quindi il territorio abitato dai Curdi fu diviso tra Turchia, Siria, Iraq e Iran dopo il 1918. L’orgoglio dei Peshmerga (letteralmente “fino alla morte”) unità curdo-irachena, a volte messo in dubbio e la fierezza dei Rojava, definiti come Unità di protezione popolare formata da curdi siriani, fondatori della Federazione che ha permesso la definizione di un’area a sud della Turchia composta dai cantoni di Afrin, Jazira e Kobané, sono stati determinanti per la conoscenza, a livello globale, della “causa”curda.

Altro elemento fondamentale del senso patriottico curdo sono state le combattenti femminili dette Peshmerga Rosa, che hanno dato la loro vita al pari degli uomini per la nascita e la difesa di una propria enclave. Nel momento più cruciale della guerra contro il sedicente stato islamico, le statistiche sui feriti e sui deceduti curdi davano una percentuale vicina al 35 per cento di vittime di sesso femminile, attestando quanto fosse attiva la loro partecipazione alla battaglia in prima linea. Inoltre le combattenti curde venivano viste con terrore dai miliziani dell’Isis in quanto dominava la convinzione che se uccisi da una di esse non avrebbero goduto, come martiri, del Paradiso.

Detto questo, il pensiero va ad un italiano che, come altri connazionali e non, sceglie di essere un combattente volontario per una causa lontana e difficilmente vincente, ma che palesa una sensibilità d’animo ed un etica ottocentesca. È grazie alla volontà e alla grande occasione di essere finalmente “riconosciuti” dei curdi, che la guerra contro lo Stato islamico ha avuto proprio la sua iniziale contrazione a Kobane, poi a Sinjar, Ankakale, Suruc, fino a Tal Abiad poi Rakka capitale dell’Isis in Siria. Quella che viene definita la “Guerra degli Scarponi e delle donne curde”, è stata ed è un crogiuolo di desideri di sentimenti di drammi dei vari combattenti a favore della “causa curda”, anche non curdi come Asperti, ma altresì un intrecciato complesso di interessi che poco distinguono i nemici dagli amici; se è chiara la posizione tedesca di supporto logistico e tecnico nelle retrovie curde, meno chiara (apparentemente) è la posizione della Turchia che combatte l’esercito del Califfato ma poi assolda ex miliziani dello stesso Califfato per combattere i Curdi, ma questo è solo un banale aspetto delle strategie in campo.

Oggi il territorio dei “Cantoni” curdi non ha una definizione stabilita, tuttavia i curdi hanno il loro spazio legittimo all’interno di Stati e governi consolidati; in Iraq impegnativi negoziati hanno prodotto un assetto statale dove  il presidente della Repubblica è Barham Salih, Curdo, il capo del Governo è Adel Abdul Mahdi, arabo sciita ed il presidente del Parlamento è Mohammed al-Halbousi, arabo sunnita. Se questo eccellente esempio di equilibrio “etnico-confessionale” funzionasse, come sembra, ben venga l’applicazione del manuale Cencelli versione Vicino Orientale. Ricordo che in questa suggestiva, epica ma oggi soprattutto flagellata area esiste il paradosso che spesso i nomi portano con se: l’antica denominazione di Baghdad era Medinat al Salam che tradotto dall’arabo significa Città della Pace, sicuramente al tempo di al-Mansur lo era, oggi purtroppo emana angosciose espressioni di sofferenza umana favorita da egoismi e spregiudicati interessi internazionali.