Sciopero della fame: leader dell’opposizione armena muore in prigione

Il particolare clima politico dell’Armenia torna a far parlare del Paese e della violazione dei diritti fondamentali. Il leader dell’opposizione armena è morto in prigione dopo quasi due mesi di sciopero della fame. A darne la notizia il dipartimento di detenzione armeno.

Il 26 gennaio scorso, Mher Yeghiazaryan, vicepresidente di una formazione politica dell’opposizione, è deceduto. Il leader politico era stato arrestato il dicembre scorso e accusato di aver estorto somme fino a 10mila dollari, che le autorità armene presumono siano state usate come tangenti. Mher Yeghiazaryan ha sempre negato le accuse, sostenendo che le motivazioni dell’arresto fossero politiche, e ha iniziato lo sciopero della fame il giorno successivo. Sciopero che lo ha portato al decesso sabato scorso. Yeghiazaryan era anche un giornalista, dirigente dell’agenzia di informazione web “haynews.am“. Il noto giornale on-line armeno “armenianreport.com” ha evidenziato e denunciato quello avvenuto come omicidio politico. Il portale di informazione ha riportato: “È un chiaro esempio di come uno stato uccide un cittadino. Inoltre, un cittadino in sua custodia. È evidente come i cittadini detenuti vengano considerati dallo stato, dalle stesse strutture di custodia e dai dipendenti delle stesse, come cittadini di seconda classe. Se la tutela del detenuto era una vera priorità delle istituzioni, il Ministero della Giustizia e l’istituzione penitenziaria, avrebbe accolto la richiesta di libertà su cauzione di Egiazaryan, che non aveva commesso alcun crimine così grave”. Le accuse sono rivolte al governo. “Così si presenta il servizio penitenziario della nuova Armenia, che non ha nulla di diverso dalle simili strutture della vecchia oligarchica e criminale Armenia. “Rivoluzione”, “Nuova Armenia”, “La situazione è cambiata”, tali espressioni sono solo stereotipi. La situazione è tale che in Armenia le abitudini precedenti continuano a prevalere, insieme a corruzione e arbitrarietà. Ci sembra che l’unica differenza sia che il nome dell’ex ministro della giustizia era David Harutyunyan, e l’attuale è Artak Zeynalyan. Chiediamo che cosa pensi il Primo Ministro della nuova Armenia, dove è la rivoluzione, della vita e della morte delle persone in questa Armenia?”, conclude la testata.

Vazgen Yeghiazaryan, figlio del dissidente politico morto in carcere, ha inviato una lettera pubblica al primo ministro armeno, Nikol Pashinyan, chiedendo giustizia e incriminando le istituzioni per quanto avvenuto. “Nikol Pashinyan, probabilmente non sapremo mai quale sia il suo coinvolgimento in questo atto criminale, ma vorrei che sua moglie e suo figlio vivessero sulla loro pelle tutte quelle esperienze e angosce che ho vissuto con mio fratello e mia madre. Ricordi che gli esecutori non le obbediscono per fedeltà, ma obbediscono alla sua posizione, alla sua sedia, oggi questa è la sua sedia, ma domani…”, riporta la lettera di Vazgen Yeghiazaryan.

Nel maggio 2018, Pashinyan, che giudò per tre settimane le proteste anti-governative, è stato votato da 59 deputati, venendo eletto Primo Ministro. Decine di migliaia di armeni festeggiarono in Piazza della Repubblica, a Erevan: molti erano vestiti di bianco a simboleggiare l’inizio di una nuova pagina nella storia dell’Armenia. Pashinyan, prima della caduta del regime precedente, trascinò in piazza innumerevoli cittadini per chiedere all’ex leader Sargsyan di farsi definitivamente da parte, dopo dieci anni di presidenza. L’opposizione rimproverava a Sargsyan il dilagare di povertà e corruzione e il predomino dell’oligarchia. Pashinian, durante le proteste del 2008, è stato per un breve periodo agli arresti, dopo la prima elezione di Sargsyan. Sembra che quanto avvenuto sia un tradimento delle aspettative riposte nel nuovo governo armeno, risultato della denominata “rivoluzione di velluto”.

Quello che è successo, inoltre, fa capire che c’è un doppio standard nell’approccio internazionale alla questione dei diritti umani. Non sono numerose le prese di distanza e mancano del tutto le voci di protesta, di investigazione e di inchiesta da parte della comunità internazionale sulla morte di un dissidente politico nelle carceri del nuovo governo armeno.