Il Papa e l’Imam tra solitudine e antisemitismo

Il ruolo che Papa Bergoglio ha assunto non si limita ad essere semplicemente e tradizionalmente la massima rappresentanza della Chiesa cattolica, ma si espande nella funzione più complessa di autorevole attore di una serie di rapporti diplomatici a livello planetario. La chiesa cattolica oggi deve essere letta obbligatoriamente in due modi: il primo è quello che riguarda una sorta di “politica interna” e l’altro è quello che riguarda la “politica estera”. Non indugio sulle analisi di politica interna perché troppo intima e prevalentemente ignota, mi soffermerò, brevemente, piuttosto su che cosa è la “politica estera” vaticana oggi, specialmente verso il mondo islamico.


L’importante e strategico viaggio ad Abū Dhabī di Papa Francesco ha sollevato numerose riflessioni, in prevalenza positive, ma aldilà della superficialità e la maestosità delle apparenze, vi sono alcuni punti che richiedono qualche considerazione in più. La scelta degli Emirati Arabi, invece che dell’Arabia Saudita (prossima tappa), è stata sicuramente strategica, l’accoglienza di Mohammed bin Zayed bin Sultan, della famiglia reale Al-Nahyan (terzo genito dell’Amīr al-muʾminīn fondatore degli Eau, Zayed bin Sultan Al Nahya), fratello dell’Emiro di Abū Dhabī, Khalīfa bin Zāyed Āl Nahyān (uno degli uomini più ricchi del mondo), è stata senza dubbio calorosa e pregna di simbolismi; la politica “aperta” del plenipotenziario Generale e detentore di numerose altre cariche anche negli Emirati Arami Uniti, non poteva essere diversa; gli enormi interessi internazionali che Mohammed bin Sultan intrattiene con i vertici dei più ricchi Stati del mondo sono garanzia di una pluralità verosimilmente prezzolata; più complesso è il rapporto con il sommo Imam di al-Azhar l’egiziano Aḥmad Muḥammad Aḥmad al-Ṭayyib.

Ricordo che gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita sono i principali sostenitori economici dell’Egitto, che può essere considerato, viste le complesse condizioni economiche, uno Stato fallito; l’Imam Al-Tayyib, massimo religioso dell’Egitto, e per i sunniti la più alta autorità teologica e giuridica dell’islam, è una figura apparentemente controversa, ma se vista nel complesso degli equilibri politico-religiosi nei quali è presente e nei quali assume posizioni ben chiare, si palesa quasi un’ omogeneità comportamentale. I suoi studi all’università di Paris IV incentrati sulla filosofia e sul pensiero islamico, il susseguente dottorato e l’attività di docenza, connotano una personalità aperta, anche se circoscritta ad interessi inerenti studi islamici, tuttavia, le esperienze di insegnamento esercitate in Svizzera e varie traduzioni di testi islamici antichi, lo proiettano nell’ambito dell’elite culturale musulmana. In questi ultimi quindici anni Al-Tayyib scala tutte le gerarchie religiose da Gran Muftì d’Egitto a Shaykh di al-Azar, per poi assurgere ad Imam della prestigiosa Università- Moschea di al Azhar del Cairo. In questo periodo ha preso delle posizioni politiche interessanti, scontrandosi con il potente partito dei Fratelli Musulmani, criticando apertamente i salafiti per la loro intransigenza verso il mondo sciita, affermando che l’Isis è contrario ai valori islamici, ma negando la possibilità di dichiararlo eretico in base al Diritto coranico e alla scuola coranica a cui appartiene, ma anche biasimando Benedetto XVI per avere interferito con “fatti interni egiziani” in riferimento alle forti repressioni verso i fedeli Copti d’Egitto applicate, sia dai Fratelli Musulmani, che dai salafiti.


Tuttavia, quello che ritengo maggiormente possa caratterizzare il pensiero e l’azione di Al-Tayyib è l’idea antisemita che non manca l’occasione di professare in ogni ambito possibile. Il suo percorso ideologico si dipana tra un supporto all’intifada, al favorire manifestazioni contro il sionismo e all’organizzare proteste antisemite; ma anche di rappresentare pubblicamente, tramite i canali televisivi, le critiche verso Israele e menzionando i condizionamenti che gli israeliani hanno sempre esercitato nella storia dell’Islam (Terra Santa). Le sue elucubrazioni hanno anche toccato temi come l’usura e la detenzione legati ad azioni adottate dagli ebrei nei riguardi dei musulmani, dichiarando che la Torah li prevede e sostenendo, in tempi recenti, che l’uccisione di ebrei israeliani non è terrorismo ma resistenza. Detto questo e giacché il Papa, anche se onnipresente sul palcoscenico internazionale sembra subire un isolamento interno, ritengo che il lungo colloquio avuto con Aḥmad Muḥammad Aḥmad al-Ṭayyib, possa rappresentare meglio più uno stato di isolamento che una comunione di futuri intenti in ambito interreligioso, non sottovalutando che negli Emirati Arabi la shari’a non viene messa in discussione in nessun punto e che la grande predisposizione al marketing dello Stato accogliente, non disdegna nessun tipo di pubblicità anche di carattere apparentemente religioso, rilevando, inoltre, che la presenza del Papa ad Abu Dhabi è stato un evento di rilevanza mondiale.