I Curdi e le difficoltà politiche di Erdogan

Quasi come una litania, la “questione curda” ritorna ad echeggiare sul palcoscenico geopolitico del Vicino Oriente. L’atavico egoismo franco-britannico (la Russia era troppo impegnata, allora, in faccende interne) e la miopia del loro famigerato progetto segreto, il Sykes-Picot del 1916 (che prevedeva la spartizione dell’Impero Ottomano tra Francia e Gran Bretagna, cancellando, successivamente, la necessità etnica e sociologica della creazione del Kurdistan come Regione-Stato), sistematicamente fanno “riesumare”, come la vincita di una lotteria della disgrazia, la drammatica realtà del popolo curdo. Il Sykes-Picot fu reso pubblico nel 1919 e lo “smantellamento” dell’Impero Ottomano, formalizzato nel 1922, lo rese esecutivo. Il territorio abitato dai curdi fu diviso tra Turchia, Siria, Iraq e Iran.

L’unità di protezione popolare formata da curdi siriani, fondatori della Federazione che ha permesso la definizione di un’area a sud della Turchia composta dai cantoni di Afrin, Jazira e Kobané (Royava), gli orgogliosi Peshmerga (“fino alla morte”), unità curdo-irachena e le coraggiose “Peshmerga rosa”, sono stati fondamentali per far conoscere ai più la “causa” curda. Va ricordato che la “ferita decisiva” alle milizie jihadiste dello Stato islamico fu data proprio dai curdi, anche con il supporto tedesco dalle retrovie, e che la “causa curda” ha attratto numerosi volontari da molte nazioni, soprattutto europee, che spinti da spirito “risorgimentale” hanno dato la vita per questo popolo.

Interessi economici, discutibili equilibri internazionali e le dinamiche politiche turche, non hanno favorito il consolidamento dell’“area sociologica” curda; il progetto di creare una “zona di sicurezza” sul confine turco-siriano, non ha mai assunto una connotazione credibile e condivisa. La data del 6 ottobre, per i curdi localizzati all’interno del perimetro geografico siriano, sarà ricordata come l’ennesima speranza infranta e come l’ennesimo rischio di conflitto con l’esercito turco. Le immagini del ritiro statunitense dalla zona curda in Siria hanno forse suonato la “marcia funebre” di una alleanza, quella curdo-Usa, fondamentale per le loro aspettative.

La conquista curda della città di Kobané, strappata all’Isis, funse da testa di ponte per la penetrazione della coalizione anti jihadista all’interno dei territori facenti parte del califfato di Abu Bakr al-Baghdadi.

Cinque anni dopo Washington, a seguito di una lunga trattativa con Ankara sulla definizione e l’assegnazione del controllo di una “zona di sicurezza” e dopo avere impedito per mesi a Recep Tayyip Erdogan di attaccare militarmente le aree di Tall Abyad e Ras Al-Ain, sembra consegnare al presidente turco una sorta di nulla osta ad agire. La diplomazia internazionale, Francia in testa, è in fibrillazione per questo nuovo scenario che si delinea in “Mesopotamia”; questa “mitologica” area geografica percorsa dal Tigri e dall’Eufrate, che sembra non trovare un equilibrio. Il 7 agosto fu siglato un accordo tra Washington e Ankara per la creazione di una “zona sicura”, ma non è mai stato applicato a causa di un disaccordo totale tra turchi ed “americani” sulla definizione geografica dell’area e su chi avrebbe dovuto gestirla. Il controllo esclusivo della “zona di sicurezza”, per Ankara, doveva essere di sua competenza, scontrandosi con la riluttanza statunitense.

La “mossa” di Donald Trump ha spiazzato la diplomazia internazionale, il popolo curdo, il presidente Assad, ma ha lasciato al momento indifferente (non preoccupato) il principale sponsor della Siria, Vladimir Putin. Nonostante l’“abbandono” di Trump, un’offensiva “non solo dimostrativa” turca contro i combattenti curdi sembra incerta; gli attacchi aerei delle scorse ore sono stati “test di politica internazionale”, anche se con alcune vittime civili, in quanto Washington sembra non sostenerla e l’“ombra” di Putin non è ignorabile.

Riferisce Aydin Selcen, ex console turco a Erbil, regione autonoma curda del nord Iraq, che: “Entrare sarebbe facile per l’esercito turco perché non ci sono ostacoli topografici nella regione, ma è difficile prevedere quanto saranno forti le forze curde delle unità di difesa popolare (Ypg)”. La questione è soprattutto diplomatica e politica: la Turchia vuole approfittare di una fase apparentemente “di mano libera” per reinsediare oltre due milioni di rifugiati siriani (su 3,6 milioni attualmente presenti in Turchia) nella “zona sicura” attualmente sotto controllo delle forze curde.

In Turchia il malcontento popolare, causato dalla presenza di questi rifugiati, ha raggiunto un punto di non ritorno e verosimilmente il “termometro politico” lo ha dimostrato facendo perdere ad Erdogan consensi. Il trasferimento di oltre due milioni di arabi musulmani, in maggioranza profughi siriani, in un’area attualmente a prevalenza curda con presenze cristiane, creerebbe uno shock sociologico ed una ennesima crisi dalle conseguenze difficilmente immaginabili; considerando che il contendere è questa nota “zona di sicurezza” sul territorio siriano, che non casualmente corrisponde a quella parte di territorio che senza il Sykes-Picot, e con una logica divisione, sarebbe stato una parte del Kurdistan.