Unione europea e Turchia: dialogo tra sordi

Josep Borrell, il responsabile della barcollante diplomazia europea, lunedì 6 luglio ha avuto un incontro ad Ankara con il ministro turco degli Affari Esteri, Mevlüt Cavusoglu. Il vertice ha avuto lo scopo di verificare le disponibilità al dialogo ed i margini di ragionevolezza del Presidente della Turchia Recep Tayyip Erdoğan riguardo soprattutto alla “questione” libica ed in previsione dell’incontro di oggi 13 luglio tra i ministri degli Esteri dei ventisette paesi dell’Unione europea. Nella riunione di oggi si valuteranno, i limiti di Ankara al dialogo non escludendo l’ipotesi di adozione di nuove sanzioni.

La riunione e la successiva conferenza stampa congiunta di lunedì 6, hanno mostrato opportunistica cordialità, ma lungi da ripensamenti turchi, il ministro Cavusoglu non ha risparmiato pubblicamente di esporre le sue lamentele, e quella che era iniziata con una richiesta europea al ragionamento si è trasformata in una accusa turca circa le promesse non mantenute dall’Europa.

La questione principale esposta dal Ministro turco è stata quella relativa alla migrazione; Cavusoglu ha nuovamente accusato l’Europa di non aver rispettato le sue promesse. Nella sua dichiarazione, una sorta di arringa, ha affermato che: “Aspettarsi tutto dalla Turchia mentre l’Unione europea non adempie ai propri obblighi non risolve il problema ma lo aggrava. Ecco perché è necessario attuare le assicurazioni fornite alla Turchia”, aggiungendo: “La revisione dell’accordo di unione doganale è importante. La liberalizzazione dei visti è una promessa dell’Ue, che piaccia o no, deve essere applicata”. Affermazioni piuttosto superbe che sembra appartengano più ad uno Stato primo attore della geopolitica mondiale, che ad una offuscata nazione che tenta di fare “la protagonista”, ma che ha imboccato da tempo la strada dell’involuzione sociale e politica e che ignora la quasi totalità dei trattati sottoscritti.

Vista la “posizione” turca in riferimento alle geostrategie adottate in buona parte dei territori dell’ex Impero ottomano, questo tentativo di dialogo europeo sembra una manovra di conversazione con chi non vuol sentire, in quanto sono così complesse le tematiche e le pretese della Turchia verso l’Europa che immaginare un punto di convergenza in una fase di divergenza geopolitica è verosimilmente impossibile.

Tuttavia la Turchia ha una serie di vantaggi a suo favore nei confronti degli europei: circa 3,6 milioni di rifugiati siriani sono accampati sul suo territorio, ad essi vanno aggiunti centinaia di migliaia di migranti provenienti dall’area asiatica e centro nord africana diretti sulla rotta balcanica, con destinazione Europa, via Grecia. Per questa disponibilità ad ospitarli, sancita anche nel discutibile programma Ipa (Strumento per Adesione), la Turchia ha incassato dal 2002, previsione fine 2020, circa 4,5 miliardi di euro. Ankara, che ha verso Atene risentimenti storico-patologici, ha da febbraio spinto ed incoraggiato migliaia di migranti ad attraversare il confine con la Grecia, destabilizzando un Paese europeo a cui l’Europa ha già dato la sua dose di incertezza e precarietà. Inoltre il capo della diplomazia turca ha anche deplorato la cacciata della Turchia dalle liste europee dei cosiddetti paesi “sicuri” alla luce della pandemia di coronavirus, che rischia di minare la stagione turistica già abbastanza compromessa dall’atteggiamento anti-laicista espresso dalla politica di Erdogan.

Se la Turchia ha dalla parte sua la “leva” della migrazione come arma di ricatto, va anche detto che la dormiente Europa sta permettendo la condivisione dello sfruttamento degli idrocarburi nel Mediterraneo orientale. Ankara da tempo ha avviato perforazioni in aree che l’UE ritiene facciano parte della zona economica marittima esclusiva di Cipro, che come sappiamo fu occupata, per una parte, dalla Turchia a partire dal 1963, questione ancora aperta. Inoltre è in atto da alcuni mesi una controversia tra Turchia e Francia, soprattutto, circa un accordo trasversale tra Tripoli ed Ankara che permette alla Turchia di estrarre gas ed affini in un ampio tratto del Mediterraneo orientale che dalle coste africane arriva alle coste europee, con il bene placido dei flaccidi controlli internazionali.

Va ricordato che mercoledì 8 luglio il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, durante una videoconferenza del Consiglio di Sicurezza, ha nuovamente denunciato che “le interferenze straniere hanno raggiunto livelli senza precedenti” in Libia, con “la consegna di attrezzature sofisticate e con messa a disposizione di numerosi mercenari impiegati negli scontri in atto”, chiaro riferimento alla Turchia; esprimendo la massima preoccupazione in particolare per il raggruppamento delle forze militari intorno alla strategica e determinante città di Sirte.

Per concludere sulle divergenze tra l’Europa (non solo) e la Turchia ricordo che il 24 novembre 1934, Mustafà Kemal Atatürk massone e fondatore della neo Repubblica di Turchia (1923), portò la Basilica di Santa Sofia, diventata moschea dopo il 29 maggio 1453 data della conquista islamica della capitale del cristianesimo orientale Costantinopoli, alla laicità, decretandone la trasformazione da moschea in museo. Ottantasei anni dopo, venerdì 10 luglio 2020, il presidente Recep Tayyip Erdogan ha “trainato” il gioiello cristiano di Costantinopoli alla religione musulmana per la gioia delle sparute frange più radicali del suo elettorato e dei suoi alleati anti laicismo.

Nella frenesia compulsiva e politica di Erdogan, favoreggiatore di un’associazione che conduce da quindici anni una lotta per il ritorno all’Islam di tutti i luoghi di culto musulmani sconsacrati durante i primi decenni della Repubblica secolare, il Consiglio di Stato turco ha annunciato venerdì di aver abrogato il decreto firmato da Atatürk (Stato laico), sulla base del fatto che Hagia (Santa) Sophia, presa da Mehmet il Conquistatore (1453), non poteva essere utilizzata per scopi diversi da quello assegnatogli dal sultano.

La prima pronuncia di versi coranici in Santa Sofia avverrà il 24 luglio, una decisione che schiaffeggia la cultura europea, ma anche tutta la cristianità e soprattutto quella Chiesa Ortodossa ancora presente ad Istanbul che fa riferimento alla Chiesa di Mosca (Terza Roma), rimarcando le convinzioni che una apertura europea all’interculturalità oltre ad essere utopica e fallimentare è umiliante.