Impiccagioni in Iran, segno della fragilità del regime

All’alba del 5 agosto è stato impiccato il trentenne Mostafa Salehi, nella prigione di Dastgerd a Esfahan. Mostafa era stato arrestato durante le popolari manifestazioni del gennaio 2018 nella cittadina di Kahriz della regione di Esfahan. Mostafa Salehi era accusato di “aver guidato le rivolte di Kahriz nella circoscrizione di Najaf-abad”. La teocrazia al potere in Iran, che aveva dovuto fare marcia indietro sull’impiccagione di tre giovani manifestanti, Amir Hossein Moradi, Mohammad Rajabi e Saeid Tamjidi, arrestati nella rivolta del novembre 2019, sepolta da oltre undici milioni di hashtag #non_giustiziateli in lingua farsì, con la vile impiccagione di Mostafa Salehi dimostra ancora una volta che non potrà sopravvivere senza la disumana pratica della pena di morte. Il regime iraniano, schiacciato dalla corruzione sistematica e dall’incapacità ed isolato dalle sanzioni, non ha altra scelta che intensificare l’oppressione, sebbene non arrivi ai risultati desiderati. Ricorre proprio in questi giorni l’eccidio del 1988, quando sono stati impiccati oltre 30mila prigionieri politici sotto il silenzio assoluto e vergognoso dei mass media e delle cancellerie occidentali; regnava la politica dell’appeasement.

Considerando la catastrofica condizione del regime iraniano, dall’Iraq alla Siria e dallo Yamen al Libano, con le tasche vuote di Hezbollah dovute dal prosciugamento del danaro iraniano, si può comprendere meglio la situazione, soprattutto dopo l’uccisione dell’uomo forte del regime, Qassem Soliemani. Dopo aver speso centinaia di miliardi di dollari in Siria per sostenere il sanguinario Assad, ora oltre ai continui attacchi israeliani alle sue basi in Siria, il regime iraniano deve ricevere anche il benservito dal cinico Bashar al-Assad sollecitato dai suoi nuovi padroni russi nella futura ricostruzione della Siria. In passato uno dei principali sfoghi del regime dei mullà era aggredire la Resistenza iraniana che aveva basi in Iraq, ma ora col trasferimento di questa nel 2016 nella nuova sede di Ashraf 3 in Albania ha perso questa possibilità. Naturalmente il regime ha sempre perseguitato i suoi dissidenti e il governo albanese, per proteggere dal terrorismo del regime iraniano i membri dei Mojahedin del popolo ospitati nel suo territorio, ha dovuto espellere dall’Albania l’ambasciatore e il capo dell’intelligence nonché altri scagnozzi di regime.

Da giorni nelle raffinerie iraniane e nell’industria petrolchimica c’è in atto un massiccio sciopero. Questo sciopero si aggiunge a quello dei lavoratori dello zuccherificio Haft Tappeh, che da due mesi sono scesi in piazza. Questa nuova e senza precedenti ondata di scioperi, organizzati dai lavoratori dell’industria del petrolio e della petrolchimica, mette in ginocchio il regime religioso già in affanno. L’imponente industria petrolchimica è nelle mani dei pasdaran, e la maggior parte dei suoi lavoratori, con contratto a termine e senza alcuna garanzia o sicurezza lavorativa, ricevono gli stipendi con molti mesi di ritardo. Tale è la condizione di povertà diffusa tra i lavoratori iraniani che c’è una buona probabilità che i lavoratori di altre categorie si uniscano a questi.

Nelle recenti azioni di protesta dei lavoratori nella loro organizzazione si è palesata anche la sconfitta del regime che aveva fatto nascere sindacati fittizi. Ora finalmente i lavoratori si organizzano in maniera autonoma e combattiva per rivendicare i loro diritti. Negli ultimi anni la risposta del regime ai lavoratori in protesta era stata sempre la repressione, le fustigazioni, il carcere e la tortura. La drammatica situazione economica in Iran spinge l’esercito della fame ad una resa dei conti con il regime, che non ha altra risposta che il carcere, le torture per estorcere le confessioni e le impiccagioni. Basterà al regime? Quanto potrà durare ancora?