Spyware israeliano Pegasus: il controllo globale

È noto che lo spionaggio da sempre riscuote gli interessi nell’ambito militare e strategico, è noto anche che gli attuali strumenti di spionaggio, i software spyware, riscuotono un fascino notevole nella cerchia del mondo politico, meno noto è che con la “scusa” della prevenzione al terrorismo c’è stata una trasformazione del controllo occulto, da strumento di attacco a singoli obiettivi a mezzo di sorveglianza di massa, utilizzato non solo da governi o gruppi sociali ben identificati, ma anche e soprattutto da privati. Il Citizen Lab è un laboratorio interdisciplinare che ha sede all’Università di Toronto (Canada), da anni si impegna nella ricerca e nello sviluppo di sistemi di controllo capaci di interfacciarsi con le più sofisticate tecnologie dell’informazione, della comunicazione e della sicurezza nel suo complesso.

Grazie anche ai molti dossier elaborati dal Citizen Lab, varie organizzazioni umanitarie come Amnesty International, da anni lottano affinché i sistemi segreti di controllo di massa siano limitati nelle loro azioni; tra questi una battaglia, non vinta, è stata quella intrapresa contro il gruppo israeliano Nos gestore del sistema software Pegasus considerato uno spyware eccellente e sofisticatissimo. Il sistema giudiziario israeliano da tempo respinge ogni istanza prodotta dalle organizzazioni umanitarie tesa a limitare o inibire l’esportazione del sistema Pegasus, e da tempo Israele afferma che tale sistema non lede i Diritti umani ma è uno strumento di sicurezza da cui non si può prescindere. Così si è creato una sorta di pseudo bilanciamento planetario dove su un piatto della bilancia troviamo la tecnologia del Gruppo Nos che si espande grazie alla esponenziale “domanda” proveniente da ovunque e sull’altro piatto della bilancia laboratori di ricerca come il Citizen Lab, che offre, su richieste provenienti da ogni dove, sistemi per monitorizzare la tecnologia Pegasus e creare forme di rilevamento atti a intercettare i spyware.

Nel 2018 è stata pubblicata una mappa dove venivano evidenziate le nazioni dove erano in atto contratti con il Gruppo Nos; la Francia, per esempio, risulta che avesse minimo quattro “clienti Pegasus”, così come la Turchia e gli Stati Uniti, mentre non risultavano contratti in essere con la Spagna; è sicuro che anche la Gran Bretagna, la quasi totalità degli stati del Norda Africa, il Libano e molte nazioni dell’area asiatica, abbiano convenzioni con Nos (36 stati sospetti). Quindi l’Unione europea, cosciente o meno, non ha potuto influire (non è una novità) sulle decisioni dei Governi dell’Unione che hanno favorito lo sviluppo della pirateria online, sottraendosi ad una responsabilità come quella di proteggere la libertà di informazione e la privacy dei suoi cittadini.

Così l’Europa non è sfuggita a spionaggi con scopi politici, grazie al doppio binario scientifico che vede una tecnologia civile con possibilità di applicazione nell’ambito militare, acquistata dai governi con la motivazione della lotta al terrorismo, in questi ultimi anni di matrice jihadista. Questa “modalità di controllo globale” ha causato, in chi ne ha la possibilità di goderne gli effetti, atteggiamenti compulsivi e originato quella “sindrome da controllo” che quasi con aspetti farseschi sta diffondendosi sul pianeta, abbracciando anche circostanze inaspettate. Ecco che in Togo, secondo quanto riportato da The Guardian, un prete di 71 anni sarebbe uno dei sei togolesi identificati per essere stati presi di mira da uno “spyware chiamato Pegasus” che ha infettato i loro smartphone durante tutto il 2019 ed il 2020. Il Governo del presidente del Togo Faure Gnassingbé, la cui famiglia detiene il potere con il pugno di ferro dal 1967, ha acquistato quest’arma digitale dalla società israeliana Nso Group, ufficialmente per combattere il terrorismo e i reati gravi. 

Tuttavia in Togo è stata usata contro chierici cattolici, attivisti della società civile e politici dell’opposizione, perché “voci” critiche del potere del presidente. La Chiesa cattolica togolese per voce del vescovo di Kpalimé, esprime la massima critica contro un presidente che abusa dei suoi poteri, critiche mai nascoste che però hanno portato ad un controllo ossessivo delle voci dissidenti. Il software Pegasus rende possibile, nella sua versione base, tramite lo smartphone, geolocalizzare la vittima, leggere i suoi messaggi, le sue e-mail, attingere ai dati presenti in memoria e persino attivare il microfono e la sua fotocamera, creando una nuova versione del terrorismo, quella del terrorismo dello spionaggio che inibisce la libertà di parola. Tuttavia la garanzia che offre il software israeliano con le sue capacità di controllo sia sul soggetto singolo che sulla massa, mi fa immaginare che l’esplosione a Beirut, se si fosse trattato di un attentato, difficilmente non sarebbe stato previsto, anticipato e “disinnescato”.

I tentacoli di Pegasus, visto che il Libano si avvale del prodotto israeliano, avrebbero sicuramente fatto il loro lavoro; ciò mi fa ipotizzare un incidente, date le dinamiche esplosive che danno per certo 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio stoccate nel sito, la cui deflagrazione, secondo un bilancio provvisorio della Croce rossa libanese, avrebbe ucciso circa 150 persone, ferendone almeno 5mila. Il respiro della deflagrazione è stato sentito fino all’isola di Cipro; il nitrato di ammonio è un fertilizzante azotato ampiamente utilizzato in tutto il mondo in agricoltura, è anche comunemente usato come esplosivo industriale, mescolato con olio combustibile. Tale “ricetta” fu utilizzata dall’estremista americano Timothy McVeigh per realizzare la bomba che ha ucciso 168 persone a Oklahoma City il 19 aprile 1995. È molto probabile, invece. Che il gruppo “jihadista sciita” degli Hezbollah vista la risonanza internazionale dell’incidente, possa attribuirsene il “merito”, ma, come già accennato, Pegasus li avrebbe sicuramente intercettati, sperando tuttavia che gli interessi geostrategici, non offuschino la verità.