Il tentativo di demolire l’America

La morte di George Floyd avvenuta a Minneapolis il 25 maggio scorso potrebbe sembrare, col senno di poi, un pretesto per il caos. La sua uccisione per mano di un poliziotto bianco è stata immediatamente seguita da un’ondata di rivolte durante le quali sono stati devastati i quartieri di molte grandi città. I negozi sono stati saccheggiati, gli edifici sono stati bruciati e le persone sono state uccise mentre i sindaci e altri funzionari pubblici locali hanno preferito lasciare che i rivoltosi si scatenassero, incitando un conflitto razziale, scegliendo di proteggere i criminali anziché i cittadini brutalizzati. Fin da subito è sembrato evidente che le rivolte non avevano nulla a che fare con la morte di Floyd e tutto aveva a che vedere con i gruppi che cercano di demolire l’America.

In passato, i membri dell’organizzazione radicale Antifa avevano perpetrato atti di violenza, ma mai prima d’ora erano riusciti a seminare il terrore nelle principali città. Questa volta, potevano e l’hanno fatto.

Inoltre, il movimento marxista Black Lives Matter (BLM), che sembrava essere scomparso dopo l’elezione del presidente Donald J. Trump – il quale, per inciso, in tre anni, ha fatto di più per la minoranza nera e per quella ispanica di quanto chiunque altro avesse fatto per decenni – è improvvisamente riapparso, ben finanziato e ben organizzato, nel cuore delle rivolte. Il BLM ha ricevuto ulteriore sostegno da parte dei sindaci di diverse grandi città e ha guadagnato ancora più popolarità attaccando dapprima le statue di schiavisti come George Washington e poi quelle dello schiavo fuggiasco e abolizionista Frederick Douglass. A Washington, DC, e a New York City, il nome “Blak Live Matter” è stato scritto sui viali a caratteri cubitali gialli – a New York dal sindaco stesso.

Questa è stata forse la prima volta nella storia degli Stati Uniti che un movimento marxista ha ricevuto il sostegno imprenditoriale: Amazon, Microsoft, Nabisco, Gatorade, Deckers e altre grandi aziende americane hanno donato centinaia di dollari alla Black Lives Matter Global Network Foundation, che ora è uno dei principali beneficiari della munificenza aziendale statunitense. Anche molti college e università hanno sostenuto il movimento. Il consiglio d’amministrazione della Princeton University ha deciso di rimuovere il nome di Woodrow Wilson dalla School of Public Policy dell’università. Il consiglio ha affermato di aver esaminato la “lunga e perniciosa storia del razzismo in America” e che “le opinioni e le politiche razziste [di Wilson] lo hanno reso un omonimo inappropriato per una scuola o un college”. Le richieste inoltrate a “#CancelYale” sono notevolmente aumentate sui social media, sostenendo che l’omonimo di Yale, Elihu Yale, era uno schiavista e un mercante di schiavi, e che l’università deve anche cambiare nome. Tuttavia, il rettore della Yale University, Peter Saloveyha affermato che ciò non sarebbe accaduto, spiegando che Yale “ai suoi tempi era piuttosto ordinaria”.

Inoltre, per la prima volta, i sindaci di molte città e altri funzionari locali hanno deliberatamente protetto i criminali a discapito dei cittadini rispettosi della legge e hanno consentito che avesse luogo la distruzione. Il sindaco di Seattle, Jenny Durkan ha abbandonato un’intera area della città, ribattezzata CHAZ (e in seguito CHOP), ai rivoltosi e ha ipotizzato che la zona libera dalla polizia avrebbe creato “l’estate dell’amore“, per poi non fare nulla mentre si perpetravano stupriatti di vandalismo e omicidi. Il sindaco di Portland, Ted Wheeler, ha consentito per quasi tre anni a un intero distretto di essere preda dei rivoltosi. I consigli comunali di New York e Los Angeles, le due più grandi città americane, hanno votato a favore di un taglio drastico dei budget stanziati per le forze di polizia. Il consiglio comunale di Minneapolis è andato anche oltre e ha votato all’unanimità la proposta di abolire la polizia.

La speaker della Camera dei Rappresentanti, Nancy Pelosi, in un’apparente resa alla folla, ha iniziato a fare riferimento al pandemonio di Portland definendolo come “l’immenso potere delle proteste pacifiche” e ha paragonato i funzionari delle forze dell’ordine federali che cercavano di difendere un edificio federale dai predoni piromani agli “Stormtroopers” dell’epoca nazista.

L’ex presidente Barack Obama, parlando al funerale di un leader dei diritti civili, il congressista John Lewisha paragonato il presidente Trump al governatore segregazionista dell’Alabama degli anni Sessanta, George Wallace – che era un democratico. Obama ha parlato di “poliziotti che premono il ginocchio sul collo di afroamericani”, distorcendo i fatti. A Minneapolis, una volta, solo un poliziotto aveva premuto il ginocchio sul collo di un afroamericano. Questo agente di polizia è in prigione, in attesa di processo, e il suo abuso è stato severamente e unanimemente condannato.

L’idea che la polizia americana sia “razzista” è stata usata per giustificare rivolte e distruzione. Alcuni poliziotti potrebbero essere razzisti, ma accusare di razzismo tutti gli agenti di polizia americani non corrisponde ai fatti. Le statistiche mostrano che la stragrande maggioranza dei neri uccisi da agenti di polizia sono armati e pericolosi. Inoltre, gli agenti di polizia coinvolti sono talvolta neri. I dati statistici mostrano altresì che, in media, il 94 per cento degli afroamericani uccisi ogni anno negli Stati Uniti vengono trucidati da altri neri. Ma molte persone che parlano di razzismo non sembrano essere nemmeno lontanamente preoccupate per quelle vite nere che sono state soppresse. Durante i disordini – in cui le persone sono state uccise da rivoltosi o da saccheggiatori che hanno utilizzato le rivolte come copertura – le vittime principali erano neri, e a volte minori.

Già nel 2017, l’ex presidente della Camera dei Rappresentanti Newt Gingrich era preoccupato per le rivolte sporadiche che stavano scoppiando, ad esempio, quando venivano invitati a parlare gli oratori conservatori. Gli Stati Uniti, egli dichiarò, “sono alle prese con una guerra civile culturale unilaterale. (...) Arrendersi o combattere: è in gioco il nostro Paese”.

Di fatto, la situazione era diventata “preoccupante” anche prima che si conoscessero i risultati delle elezioni presidenziali del 2016. Come si può ora leggere nel rapporto redatto da Michael Horowitz, direttore generale del Dipartimento di Giustizia, durante l’amministrazione Obama, gli alti vertici governativi tramarono per impedire la vittoria elettorale di Trump, e poi, in seguito, per incastrarlo, in un tentativo di colpo di Stato.

Il giorno dopo le elezioni, la gente scese nelle strade con cartelli che dicevano: “Non è il mio presidente”: la legittimità del presidente Trump venne subito messa in dubbio. Il giorno del suo insediamento, nel centro di Washington, D.C., si verificarono disordini violenti e atti di vandalismo.

Nelle settimane successive, il presidente Trump fu accusato, senza prove, di “collusione con la Russia”. Le false accuse persistettero per oltre due anni e potrebbero aver intralciato la gestione del Paese. L’ex direttore della CIA John Brennan ha affermato che il presidente Trump aveva “lavorato con i russi” ed era un “traditore“. Quando le accuse si sono rivelate infondate, gli accusatori del presidente, sperando di metterlo sotto impeachment hanno puntato il dito contro una conversazione telefonica tra il presidente Trump e quello ucraino Volodymyr Zelensky. Trump è stato definito ”un pericolo per la sicurezza del Paese”. Ne è seguita una procedura di impeachment, condotta in violazione di tutte le regole. Quando il professore di diritto Jonathan Turley ha rilevato che la procedura violava le regole, il docente ha ricevuto minacce di morte. Il professore di Harvard, ora in pensione, Alan Dershowitz ha affermato che “per il Congresso mettere sotto impeachment il presidente Trump per abuso del Congresso sarebbe un abuso di potere da parte del Congresso”. I membri di Sinistra della Camera dei Rappresentanti sono comunque andati avanti accusando il presidente. Ma hanno fallito.

Nel tentativo di sovvertire i legittimi risultati elettorali delle presidenziali del 2016 – e costringere i testimoni a “ribaltare” e a dichiarare il falso contro il presidente Trump – sono state rovinate anche le vite di altri.

Le prove ora mostrano chiaramente che il generale Michael Flynn, un eminente generale a quattro stelle ed eroe di guerra, è caduto in una trappola ed è stato vittima di un complotto che lo ha costretto a dimettersi, lo ha rovinato finanziariamente e ha quasi distrutto la sua vita. Flynn è ora alle prese con un tentativo di incastrarlo di nuovo da parte di un giudice politicizzato, Emmett Sullivan, e di un potere giudiziario politicizzato. Anche se il procuratore, il Dipartimento di Giustizia, hanno chiuso il caso dopo che si è scoperto che era stata sottratta una grande quantità di prove scagionanti, il giudice Sullivan ha stabilito, illegalmente e nella migliore tradizione dell’ex Unione Sovietica, che sarebbe stato sia il giudice sia il pubblico ministero, e avrebbe continuato a occuparsi del caso che avrebbe dovuto giudicare in modo imparziale. Il processo è ancora in corso. Carter PageGeorge PapadopoulosRoger Stone e Jerome Corsi erano tra gli altri cittadini innocenti le cui vite sono state sconvolte.

Il procuratore generale William Barr di recente ha dichiarato:

“Trent’anni fa, pensavo che le cose fossero faziose e difficili – niente in confronto ad oggi. Le cose sono radicalmente cambiate (...) [la Sinistra] rappresenta un partito rivoluzionario rousseauiano che crede nello smantellamento del sistema. (...) Sono interessati a una vittoria politica completa. Non sono interessati al compromesso. Non sono interessati alla dialettica, allo scambio di opinioni. (...) È una religione sostitutiva. Considerano i loro oppositori politici (...) malvagi, perché ostacolano la loro utopia progressista che stanno cercando di raggiungere...”

Come ha di recente affermato Barr nella sua testimonianza davanti al Comitato giudiziario della Camera: “Da quando è giusto incendiare un tribunale federale?”

Trent’anni fa, molte cose erano davvero diverse. Ma le forze distruttive erano all’opera. Alcuni autori cercarono inutilmente di lanciare un segnale d’allarme.

In un libro pubblicato nel 1992, The Devaluing of America: The Fight for Our Culture and Our Children, l’ex segretatio all’Istruzione William J. Bennett ha citato l’eminente storico democratico Arthur M. Schlesinger Jr.:

“I legami di coesione nazionale nella repubblica sono già abbastanza fragili. L’istruzione pubblica dovrebbe mirare a rafforzarli e non a indebolirli. (...) L’alternativa all’integrazione è la disintegrazione”.

Quello stesso anno, l’analista politico Martin Anderson pubblicò Impostors in the Temple: American Intellectuals Are Destroying Our Universities and Cheating Our Students of Their Future. “Fingono di insegnare,” ha scritto Anderson, “fingono di svolgere un lavoro originale e importante. Non fanno nessuna delle due cose. Sono impostori nel tempio. E da questi impostori proviene la maggior parte di ciò che non va nell’istruzione americana”.

Sempre in quello stesso anno, lo stimato economista e commentatore sociale, Thomas Sowell, che è anche nero, scriveva nel suo libro Inside American Education: “Che sia palese o sottile, il lavaggio del cervello è diventata un’attività importante e impegnativa nell’istruzione americana a tutti i livelli”.

C’è probabilmente di più oltre al lavaggio del cervello. C’è anche la lunga marcia dei radicali attraverso le istituzioni americane descritta da Roger Kimball nel suo libro The Long March: How the Cultural Revolution of the 1960s Changed America. Ora che questi studenti si sono diplomati, fanno parte del governo e di grandi aziende, sovvertendo la cultura occidentale dall’interno.

Lo scrittore americano David Horowitz ha descritto ciò che è accaduto dopo l’8 novembre 2016 come un “sabotaggio”, e di recente ha scritto:

“All’interno del Jefferson Memorial, a Washington, sono incise queste parole: ‘Ho giurato sull’altare di Dio eterna ostilità contro ogni forma di tirannia sulla mente dell’uomo’. Quest’affermazione di Thomas Jefferson è il cuore della democrazia nella cui fondazione egli ebbe un ruolo così centrale. Ed è per questo che il Primo Emendamento del Bill of Rights (Dichiarazione dei Diritti) è il Primo Emendamento e non il Secondo, né il Quarto o il Quinto.

“Oggi, la nostra nazione fronteggia la più grave minaccia che venga instaurata questa tirannia nella nostra intera storia.” 

(*) Gatestone Institute

Traduzione a cura di Angelita La Spada