Erdoğan e la cagnetta Su

martedì 8 settembre 2020


Mustafa Kemal detto Atatürk, padre dei turchi, avvicinò il suo Paese all’Occidente, adottò, anzi, impose, costumi occidentali nel vestire, nel sistema metrico, nell’alfabeto. Proibì il velo e addirittura il fez, anche se lasciò l’Islam come religione nazionale. Recep Tayyip Erdoğan sta tracciando la linea opposta, e, vivendo cento anni dopo l’ingombrante predecessore, adotta protocolli di comunicazione del nostro tempo, fatti molto spesso di decisioni apparentemente solo simboliche, ma presagi di sviluppi pericolosi su equilibri già precari. Erdoğan annusa l’aria domestica e quella internazionale, islamizza senza eccedere per galvanizzare i musulmani evitando allarmismi nei laici. Un nerboruto equilibrista il cui suo passato, anche quello non proprio remoto, fa apparire cristallini, al confronto, i politici nostrani. Ma se delle sue gesta, al grande pubblico occidentale, arriva ben poco, in Turchia il suo scopo, ora, è di giocare sui cambi generazionali per sostituire il proprio mito a quello di Atatürk nemmeno lui uomo specchiato, però simbolo intoccabile.

E nella nostra spesso distratta percezione fatta di flash, Erdoğan il cattivo è la Turchia, ricordando vecchi detti consunti. Una fama, però, confutata da quelli che, fin dagli anni 60, si spingevano oltre il Bosforo con vecchie automobili e camper scassati, garanzie di guai nei luoghi più sperduti. Dove, però, magicamente ma regolarmente, spuntava un uomo che chiedeva in turco il cric e cambiava la ruota. Poi rifiutava con un sorriso bello e risoluto qualsiasi offerta di compenso e se ne andava voltandosi a salutare. Se poi il motore si fermava, appariva un angelo senza chiave che, in tempi lontani dall’era cellulare, faceva materializzare un angelo con chiave, cacciavite e fune da traino. Il non meccanico, ma pratico, trainava e riparava senza pezzi di ricambio in un’officina poverissima, mentre il ben capitato mangiava e beveva, ospite nella sua umile casa accanto.

Se poi si perdeva la strada e, in piena notte, ci si imbatteva in una pattuglia della polizia turca, si rischiava di dover accettare, a corredo dell’informazione, una fetta di cocomero, due, e poi l’intero karpuz. Non erano fortune insperate, era la regola. Che il benessere ha adattato ai tempi, ma non stravolto. In turco, su, vuol dire acqua. Ma in un ristorantino di un villaggio nei pressi di Bodrum, Su è una cagnetta minuscola con occhietti geniali, che accompagna da sola i clienti al loro romantico tavolo, direttamente sul mare. Se rallentano, Su si ferma, li aspetta, e quando si sono seduti si accuccia a guardare il mare con occhietti sognanti. Infine, un saluto giocoso, poi se ne va passeggiando. Una piccola emozione, pensata dal popolo gentile che Tayyip comanda, ma non rappresenta.


di Gian Stefano Spoto