Pianeta Islam, fede e geopolitica

In origine fu uno solo: Abramo. Poi, dal capostipite si originò la Trinità (o Trimurti?) delle tre religioni monoteiste del Libro, ebraica, cristiana e islamica. Tuttavia, mentre il cristianesimo delle origini postulava la separazione Stato-Chiesa (con abbondanti e prolungate eccezioni, dovute alle aberrazioni del potere temporale del Papato cattolico di Roma, che usò Cristo per la manipolazione dei regni terreni e degli Arcana Imperii, sigillando patti più o meno segreti e scellerati con re e imperatori), le altre due, in misura diversa, non operano una netta differenziazione tra Stato e Chiesa. In particolare, nel mondo musulmano, vale l’invettiva di Khomeini per cui: “L’Islam è politico o non è nulla”. Assunto storicamente condiviso dalle monarchie sunnite, massimi custodi dei luoghi santi musulmani. Per il fondamentalismo musulmano ogni regola civile e religiosa è contenuta e data una volta per tutte da Dio attraverso il Corano e le sue Sure. Tuttavia, formalmente, oggi soltanto in Iran i turbanti detengono un mix dell’uno e dell’altro potere, civile e militare, da un lato, e religioso dall’altro. In tutto il mondo islamico, sciita e sunnita, da circa un secolo a questa parte hanno governato dinastie monarchiche assolute o costituzionali (saudite, marocchine, emiratine), ovvero autocrati-dittatori laici di varia natura e specie, come lo Scià di Persia, Saddam Hussein, Assad padre e figlio, Gheddafi, Nasser, Sadat, Mubarak, Al Sisi. Ciò che, però, differenzia lo ieri dall’oggi (il discrimine è dettato dalla manna petrolifera, figlia e creatura prediletta della tecnologia occidentale e della globalizzazione dei consumi) è l’uscita progressiva dalla regionalizzazione del conflitto tra le due grandi correnti religiose islamiche, per divenire un instrumentum regni della geo-politicizzazione.

Di che cosa si tratta, dunque? Delle alleanze internazionali tra il Giano Bifronte islamico e i grandi protagonisti della politica mondiale, Usa, Cina, Russia e Unione europea, tra i quali però si sono infilati di forza, in primissima fila, Iran e Turchia. Mentre Khamenei non disdegna la rinascita del dominio persiano in chiave religiosa, Erdogan briga per ricostruire l’Impero Ottomano. Il carburante reale e fisico, che muove tutta questa grande armada della nostalgia imperiale, è rappresentato dalle risorse planetarie di gas e petrolio. Queste ultime, per un verso, rappresentano mere materie prime energetiche strategiche e indispensabili, mentre d’altra parte hanno implicazioni strettamente geo-politiche a causa delle dispute geografiche per il controllo dei relativi giacimenti, che danno luogo alla rinascita in questo XXI secolo della politica di potenza delle Nazioni. C’è però un secondo discrimine da segnalare per quanto riguarda le alleanze internazionali (formali o di fatto) tra le suddette potenze e le due grandi correnti islamiche mondiali, ovvero il terrorismo fondamentalista sunnita. Quello cioè, che porta Cina e Russia, colpite al cuore dello Stato, rispettivamente, dalla rivolta degli Uiguri nello Xijang e dal terrorismo stragista caucasico (Ossezia e Cecenia) a privilegiare le alleanze strategiche con l’Iran sciita, che in Iraq e Siria ha combattuto e debellato il Califfato dell’Isis, assieme ad altri co-protagonisti arabi e occidentali.

Esempio lampante, in quest’ultimo senso, è il Venezuela: Fukuyama sarebbe svenuto soltanto a parlargli di un matrimonio diabolico tra il cialtronismo castrista del chavismo e lo sciismo iraniano. Passi per l’opportunismo del capital-comunista Xi Jinping o di Zar Vladimir (Putin). Ma come si concilia il fatto che Teheran mandi le sue milizie sciite ad affiancare mercenari e consiglieri militari russi e cubani, per la repressione delle proteste di piazza dei dissidenti venezuelani, in appoggio al vetero-comunista Maduro? La spiegazione pare però possedere un suo punto di caduta: sotto la tutela del suddetto trio, un Venezuela debole, politicamente instabile, accerchiato dagli Usa e dai suoi alleati del Sud America, è passato da primo produttore mondiale di petrolio a consumatore dipendente da quello altrui, per quanto riguarda i prodotti raffinati e le tecnologie estrattive, che il regime corrotto e incapace di Maduro non riesce più a produrre per sé. Sotto il protettorato di una Cina onnivora di energia e di un Putin che guarda al passato di grande potenza dell’ex Urss come avversario geostrategico degli Usa, ai quali si contrappone parimenti l’Iran, il Venezuela diviene così, di fatto e progressivamente, una spina nel fianco degli Stati Uniti e una neo-colonia per lo sfruttamento a basso costo dei suoi immensi giacimenti petroliferi.

Di segno esattamente opposto è invece la strategia dei Paesi conservatori sunniti, come l’Arabia Saudita e la sua galassia di ricchissimi alleati del Golfo Persico, i quali, terrorizzati dalla penetrazione sciita nella regione (Yemen, Siria, Iraq), sono disposti a tutto (vedi il recente riconoscimento di Israele da parte degli Emirati, con buona pace dei palestinesi) pur di contrastare l’emergente potenza sciita persiana, cui al contrario danno manforte i russi mantenendo al potere la setta alawita-sciita di Assad, che ha concesso a Putin la base navale di Tartus, porto strategico e prezioso avamposto per il controllo del Mediterraneo. La Turchia (dominata dal Partito della Fratellanza Musulmana) si è unita di recente all’asse filo-iraniano, grazie al quale è riuscita a impedire la creazione di una regione autonoma curda ai confini con la Siria. Ankara e Teheran, infatti, non riconoscono il risultato del referendum curdo del 2017, che sanciva l’indipendenza del Kurdistan irakeno. Entrambi, poi, temono in particolare la costruzione di un nuovo asse, sostenuto dagli Usa, tra sauditi, Emirati e Egitto, in funzione sia anti-iraniana che anti-turca, visti gli interessi di Ankara nel Golfo Persico e nell’Africa magrebina.

Inoltre, l’entrata in campo dell’esercito turco per puntellare il “confratello” libico Fāyez Muṣṭafā al-Sarrāj contro l’attacco sferrato dal generale ribelle Khalifa Haftar, sostenuto dai mercenari russi, è un ulteriore tassello per assicurare alla Turchia un posto di rilievo nella spartizione del tesoro petrolifero libico, facendone per di più l’ago della bilancia tra Russia e Usa. In questo solco si colloca altresì l’invio di navi da guerra turche nelle contestate acque del Mar Egeo, sotto cui giacciono immense riserve di gas, rivendicate per sé dalla Grecia per via della sua miriade di isolette che le consentono di estendere le sue acque territoriali per centinaia di miglia marine. A difendere Atene è entrata in campo la Francia, potenza nucleare della Nato e membro con diritto di veto al Consiglio di sicurezza Onu. Dall’altro capo della fune, gli Usa mostrano i muscoli sia a Teheran che a Pechino, impedendo all’una e all’altra di impadronirsi con la forza del controllo dei mari strategici confinanti. Caro Fukuyama, come vedi hai proprio sbagliato tutto.