Migranti, Covid e crisi economica: la rotta da Algeri a Lampedusa

Rimarrebbe poco chiara da capire la causa della forte e imbarazzante migrazione di sedicenti tunisini che da un po’ di tempo sta investendo l’Italia, se non si analizzasse la vera dinamica di questi flussi. Come sappiamo la Tunisia, ma anche l’Algeria, sono nazioni che hanno un faticoso ma accettabile equilibrio politico ed una “personalizzata” espressione della democrazia che va letta con i parametri di quella società e cultura: a fatica, ma si vota, i governi cercano di avvicendare le maggioranze, gli stati usufruiscono di aiuti internazionali, pure italiani, anche se totalmente inefficaci per lo scopo per cui vengono erogati; nonostante questo la migrazione dalla Tunisia viene accolta dalle varie Ong e loro sottospecie sia italiane che straniere, come conseguenza di una crisi umanitaria e come se in queste nazioni vi fosse la guerra.  

Oggi la crisi da Covid è spesso la motivazione che viene accampata per giustificare gli spostamenti da una nazione all’altra. Ormai è innegabile che il coronavirus nel centro-nord Africa, stati del Maghreb compresi, non sta causando praticamente nessun dramma sanitario peggiore di quelli endemici, come Ebola, morbillo, tubercolosi, aids ed altri, se non gli “effetti collaterali” determinati dalle restrizioni che causano crisi economiche, e dai media che, come nel resto del mondo, spargono terrore sulla popolazione, che tuttavia in queste aree non ha effetto terrorizzante. Tuttavia l’aspetto economico è martoriato, cosi assistiamo a quella che potremmo definire “protomigrazione”, la cui evoluzione è la “migrazione con traguardo” che troviamo poi sulle nostre coste. Un esempio è la forte migrazione che da Algeri va verso la Tunisia e da lì verso l’Italia.

Le rotte migratorie che dall’Africa sub Sahariana portano alle coste mediterranee africane sono molte e tutte pericolose, oltre che  per le condizioni climatiche, anche per la presenza di predoni e gruppi jihadisti, una di queste è il tragitto che va da Algeri a Kasserine in Tunisia. Per percorrere questo tracciato, di circa 900 chilometri, occorrono anche quattro settimane, fatti in un deserto tra i più pericolosi dell’Africa Sahariana. Generalmente i trasporti di questi gruppi di persone sono organizzati dai così detti “taxi mafiosi”, condotti da autisti che sono maggiormente di nazionalità togolese, ivoriana, nigeriana e maliana, che spesso prima di giungere in Algeria trasportano anche africani migranti dell’area sub sahariana verso il nord Africa. Questi trafficanti, che fanno parte ovviamente di una rete molto più ampia, altrimenti non potrebbero intraprendere certi viaggi, giunti ad Algeri, con già un carico umano da “spacciare” in loco, caricano sui loro mezzi in pessime condizioni, prevalentemente algerini, che con la cifra 20.000 dinari, circa 130 euro, garantiscono un disagevole viaggio da Algeri ad Annaba, città portuale algerina, e con altri 12.000 dinari, circa 80 euro, portano i migranti a Tebessa, ubicata nella parte orientale dell’Algeria. Durante il tragitto si fermano in diverse tappe dove i migranti sostano in baracche abbandonate, per poi ripartire verso Fériana situata a circa 340 chilometri da TunisiKasserine è vicina e lì il viaggio si ferma, i “taxi mafiosi” riprendono la strada per l’Algeria per un nuovo carico umano e a Kasserine spesso la polizia arresta questi gruppi di migranti, ignorando i loro trasportatori.

Questa ondata migratoria dall’Algeria verso la Tunisia, meno notata di quella che sta portando in questi ultimi mesi migliaia di giovani tunisini sulle coste italiane soprattutto, preoccupa le popolazioni delle città interessate nell'ovest della Tunisia; a Kasserine in particolare, l'arrivo di questi esiliati dalla crisi, ha fatto temere per una importazione di epidemia. Generalmente i migranti arrivati a Kasserine vengono presi in carico dalla polizia, posti in una specie di quarantena e sottoposti a test anti Covid19 al fine di creare una mappa degli eventuali contaminati. Tuttavia nonostante la buona volontà i centri di accoglienza finanziati anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), oltre che dai vari istituti internazionali, in breve, come affermato dal direttore sanitario regionale Abdelghani Chaabani, si saturano, creando sovraffollamenti nei quali i controlli sanitari svaniscono. L’alternativa spesso è di spostare quelli che vengono individuati come contaminati, in centri lontani da Kasserine vicino alla zona militare del monte Chaâmbi, tristemente noto da diversi anni per essere teatro di scontri tra l’esercito nazionale ed i jihadisti. Nonostante l’allarme e nonostante la presenza di persone provenienti da ogni dove, a Kasserine sono stati solo 34 i casi di contaminati alla fine di agosto, di cui 9 locali; i casi più gravi di Covid-19 vengono trasferiti negli ospedali delle regioni costiere come Sousse e Monastir. I controlli blandi causano, come in Italia, fughe dai centri di accoglienza verso Sfax, per poi trovare imbarchi verso l’Italia. Quindi, quando centinaia di migranti su imbarcazioni, anche approssimative, arrivano sulle nostre coste dichiarandosi tunisini, ovviamente i documenti di identità sono merce rara, possiamo ipotizzare che molti di questi non siano tunisini ma algerini, ma poco cambia nel computo.  

Ricordo che la Tunisia dall’inizio del Covid-19 ha registrato, poco sorprendentemente,  solo una cinquantina di morti per coronavirus, molti dei quali dubbi, e non sembra che questo afflusso da altre parti dell’Africa possa peggiorare la condizione sanitaria, se non quantizzare i contagi che hanno fatto registrare un incremento di circa 2000 nuovi casi, con poco più di una decina di morti.

Tra un vago coronavirus, una migrazione articolata ed ingiustificata e un’accoglienza opinabile i dubbi si infittiscono.