L’accordo Israele, Bahrain sotto l’egida dell’Arabia Saudita

Come previsto e già scritto in un mio precedente articolo del 25 agosto, dopo l’accordo tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrain si è unito sul “percorso arabo” di normalizzazione dei rapporti con lo Stato ebraico e quindi il suo riconoscimento. Così venerdì scorso in serata, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha recepito con soddisfazione questo nuovo accordo finalizzato a normalizzare le relazioni con il quarto Paese arabo. Tale iniziativa, come nel caso degli Emirati, è stata immediatamente criticata dalla ormai sempre più afona classe politica palestinese. Non è quindi una sorpresa tale accordo e non sorprende nemmeno che abbia suscitato opposte reazioni, infatti l’Autorità Palestinese insieme al movimento islamista Hamas, al quale Israele permette il controllo della Striscia di Gaza, hanno criticato anche questa intesa. Ahmad Majdalani, ministro degli Affari sociali dell’Autorità palestinese, ha pubblicamente affermato che “L’accordo tra il Bahrein e Israele è una pugnalata alle spalle della causa palestinese e del popolo palestinese”, non valutando la voce che sempre più forte si leva dal mondo arabo e che considera ormai l’alleanza con Israele prevalente sulla questione palestinese. In effetti potrebbe sembrare un abbandono della “causa palestinese” da parte di una sempre più consistente parte del mondo arabo, ma in realtà, vista la stagnazione con tendenze al prosciugamento delle rivendicazioni palestinesi, una svolta con ampio respiro geostrategico potrebbe essere utile proprio ai palestinesi.

Il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, ha ovviamente salutato questo storico accordo con soddisfazione, visto anche che l’Egitto, nel 1979, è stato il primo Stato arabo a riconoscere Israele, al-Sisi ha altresì dichiarato che è un passo fondamentale per la stabilità e la pace in Medio Oriente, sottolineando che “consentirà di trovare una soluzione giusta e permanente alla causa palestinese”. Quello che ormai passa per il principale artefice dell’operazione “arabo-israeliana”, ma in realtà lo è, Donald Trump, ha organizzato un incontro martedì alla Casa Bianca, sono stati presenti il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, il capo della diplomazia degli Emirati Arabi Uniti Sheikh Abdullah bin Zayed al-Nayan ed il principe ereditario del Bahrein, lo sceicco Salman bin Hamad al-Khalifa. Non sembra siano stati presenti i rappresentanti di Egitto e Giordania che fanno parte del quartetto degli Stati arabi che hanno normalizzato i rapporti con Israele.

Per Trump questo successo diplomatico, una sorta di “Camp David versione 2020”, è particolarmente utile a poche settimane delle elezioni presidenziali; ha dichiarato venerdì in contemporanea con la sigla dell’accordo che: “Man mano che altri paesi normalizzano le loro relazioni con Israele, cosa che accadrà, siamo convinti, che abbastanza rapidamente la regione diventerà più stabile, più sicura e più prospera”, un assist politico notevole, visto che era nel suo programma elettorale, infatti appena arrivato alla Casa Bianca nel 2017, aveva promesso di risolvere l’inestricabile conflitto israelo-palestinese ed aveva affidato a suo genero e consigliere Jared Kushner il compito di proporre un accordo di pace. Tuttavia i palestinesi hanno rapidamente interrotto i rapporti con l’amministrazione Usa protestando contro “l’operazione” ritenuta filo-israeliana, respingendo nettamente ogni “visione della pace” presentata come denominatore comune nei negoziati con i neo partener arabi.

Se Trump è stato l’artefice ufficiale dell’operazione israelo-araba, non va sottovalutato il ruolo semi occulto tenuto dall’Arabia Saudita; anche se Riyadh non ha preso una posizione ufficiale nelle relazioni tra il Bahrein e Israele, una accreditata fonte vicina all’establishment saudita ha fatto intuire che si trattava di una concessione fatta a Trump dalla riconoscente Arabia Saudita. Vedendo i media sauditi è evidente che sono inseriti in un disegno di comunicazione più ampio, non stanno affrontato direttamente la questione, ma stanno dando sostegno all’impegno del re Salman ben Abdelaziz Al Saoud per una definitiva soluzione condivisa della questione palestinese. L’Arabia Saudita, sede dei luoghi più sacri dell’islam, probabilmente non seguirà a breve il Bahrein e gli Emirati, poiché il riconoscimento ufficiale di Israele sarebbe considerato un tradimento della causa palestinese e metterebbe in discussione la sua immagine di leader del mondo musulmano.

Inoltre per Riyadh non sarebbe al momento necessario in quanto già mantiene relazioni segrete con Israele, che considera un baluardo comune contro il suo nemico regionale, l’Iran e contro la dissociata” Turchia. Già all’inizio di settembre l’Arabia Saudita ha acconsentito agli aerei che collegano Israele agli Emirati Arabi Uniti, di sorvolare il suo territorio, indiscutibile segnale. Per concludere “religiosamente”, all’inizio di questo mese un imam della Mecca, Abdel Rahmane al-Sudais, durante un sermone ha parlato dell’apertura del profeta Muhammad a persone di altre fedi, in particolare agli ebrei, sollevando un furioso putiferio sui social media, nel ricordo di un passato nel quale aveva espresso chiare opinioni antisemite; tale atteggiamento è stato interpretato da molti come un appello ad accettare una eventuale normalizzazione dei rapporti tra l’Arabia Saudita ed Israele. Siamo indubbiamente di fronte ad un fenomeno, quello Saudita, che potrei definire “normalizzazione alternativa”, una forma probabilmente più articolata della “ordinaria normalizzazione” dei rapporti con Israele.