L’Etiopia senza pace

L’Etiopia non si scrollerà mai di dosso l’impostazione “feudale”, su base etnica, che ha caratterizzato la sua difficile Storia. Infatti, nonostante il conferimento, nel 2019, ad Abiy Ahmed Alì del premio Nobel per la Pace per la sua “opera di dialogo” con l’Eritrea, le tensioni con lo Stato federale del Tigray non si sono placate, anzi sono state alimentate. Abiy Ahmed già presidente dell’Organizzazione democratica del popolo oromo (Odpo), poi leader dell’Ethiopian people’s revolutionary democratic front (Eprdf), coalizione che comprende i quattro partiti di maggioranza al Governo etiope, nel 2018 assurge alla carica di primo ministro, tale incarico ha riesumato tensioni che hanno incendiato quel “fuoco etnico” che covava sotto le roventi sabbie etiopi. Proprio la nomina di Abiy a capo del Governo, lui di etnia Oromo, ha scardinato quell’equilibrio politico che aveva visto, dalla fine della guerra di liberazione nel 1991, l’etnia Tigray, raccolta nel partito del Fronte popolare di liberazione del Tigray (Tplf), tenere il potere per quasi tre decenni, rappresentando solo il cinque per cento della popolazione.

L’effettiva esautorazione dal potere governativo del Tplf, rappresentato da Debretsion Gebremichael, ha smontato un equilibrio forzato e seppellito le aspirazioni di leadership politica del Tigray su tutta l’Etiopia. Una storia vecchia se ricordiamo il rapporto di forze etniche dell’Etiopia che vede l’etnia Oromo, a cui appartiene Abiy, e l’etnia Amhara, maggioritarie, essere governate dalla minoranza Tigray; un rapporto che anche se ha permesso un’ombra di stabilità, non ha favorito lo sviluppo economico, portando lo Stato africano alla fame, sempre sotto la minaccia di una guerra civile. Nelle prime ore di venerdì 20, secondo il responsabile delle comunicazioni della regione di Amhara, Gizachew Muluneh, alcuni razzi sono stati lanciati dal Tigray contro la città di Bahir Dar. Bahir Dar è la capitale della regione dell’Amhara situata a circa 200 chilometri a sud del confine con il Tigray; alle forti deflagrazioni sono seguiti spari provenienti da armi pesanti ed automatiche che sono durati decine di minuti; subito dopo il governo di Addis Abeba ha comunicato che le truppe regolari si stavano avvicinando a Macallè, capitale della regione del Tigray. Risulta che alcuni razzi siano caduti vicino all’aeroporto, un altro in un’area isolata, non causando ne danni ne vittime, tuttavia non è stato permesso ai giornalisti di accedere ai luoghi colpiti.

La regione del Tigray, da quando è iniziata l’offensiva etiope, spesso è soggetta a blackout energetici; a seguito di tali eventi le autorità della capitale Macallè, in un comunicato, hanno afferma che l’aviazione della “cricca fascista” del primo ministro etiope, Abiy Ahmed, giovedì aveva bombardato la capitale ferendo alcuni studenti dell’Università. Già il 13 novembre il Tplf aveva rivendicato il lancio di razzi mirati agli aeroporti di Bahir Dar e Gondar, questa ultima località dell’Amhara situata a 175 chilometri a nord. Le autorità del Tigray hanno anche confermato di avere bombardato il 14 novembre Asmara, la capitale dell’Eritrea, confinante con la parte settentrionale Tigray; la motivazione ufficiale è un’accusa alle autorità eritree di collaborare con Addis Abeba. Il Tplf, dopo aver guidato per quindici anni la lotta armata in Etiopia contro il regime marxista-militare del Derg (Governo militare provvisorio dell’Etiopia socialista), rovesciato nel 1991, ha controllato con il pugno di ferro per quasi trenta anni l’apparato politico e di sicurezza del Paese, prima di venire gradualmente messo da parte da Abiy; tuttavia le vecchie dispute territoriali tra Amhara e Tigrayans e le tensioni collaterali tra le due comunità sono spesso degenerate in violenza.

In questo quadro contornato da una “cornice” di drammaticità, il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, chiede un aiuto massiccio per la popolazione intrappolata nei combattimenti nella regione del Tigray, deplorando il rifiuto al dialogo tra i contendenti e lamentando che “finora non c'è accordo da parte delle autorità etiopi per una mediazione esterna”. Infatti, in questa fase nessuna delle due parti sembra interessata ad una mediazione e tale problematica è stata sottolineata anche da Tibor Nagy, assistente del segretario di Stato americano per gli Affari africani. Nella nebulosità delle informazioni quello che si scorge è che dal 4 novembre ad oggi i combattimenti hanno causato la morte di circa un centinaio di persone e oltre 36mila etiopi sono sfollati dal Tigray per cercare salvezza in Sudan; tale notizia è confermata dalla Commissione sudanese per i rifugiati. L’Unicef è particolarmente attenta a questo ennesimo esodo, in quanto sembra che un terzo degli sfollati etiopi siano bambini e molti senza genitori, per i quali le condizioni generali sono terrificanti. Henrietta Holsman Fore, direttore esecutivo dell’Unicef, ha ipotizzato che oltre 200mila disperati potrebbero attraversare il confine con il Sudan nei prossimi giorni; Antonio Guterres ha chiesto quindi “l’apertura di corridoi umanitari” per soccorrere la popolazione intrappolata nei combattimenti. Da questo caos tra etnie, tribù, eserciti regolari e formazioni casuali che si combattono, le varie comunità subiscono conseguenze drammatiche; si spera che dopo la “curiosità mediatica iniziale” questo dramma umanitario non cada nel cronico oblio come sta accadendo nel dirimpettaio Yemen.