Iran, rinviata l’esecuzione di Djalali

C’è ancora speranza per Ahmadreza Djalali. Proprio quando sembrava ormai imminente, l’esecuzione in Iran del medico con doppio passaporto iraniano e svedese, condannato a morte per “spionaggio” a favore di Israele, è stata rinviata “di alcuni giorni”.

A diffondere la notizia è stata la famiglia del ricercatore, che in passato ha lavorato anche all’Università del Piemonte Orientale di Novara, avvertita dalla sua legale, Halaleh Mousavian. Un sospiro di sollievo per parenti e amici dello scienziato, dopo giorni di appelli alla clemenza della comunità internazionale, che ora chiede lo stop definitivo all’impiccagione. Il trasferimento di Djalali dal carcere di Evin a Teheran, dove si trova in isolamento, a quello di Rajai Shahr a Karaj, una trentina di chilometri a ovest della capitale, era previsto nelle scorse ore. Una volta lì, per evitare l’esecuzione non ci sarebbe probabilmente stato più tempo.

Nonostante la Repubblica islamica abbia più volte dichiarato di voler respingere le interferenze straniere, le pressioni diplomatiche sembrano aver sortito i primi effetti, in un momento in cui Teheran cerca di riallacciare i rapporti con l’Occidente, anche in vista dei colloqui per un possibile ritorno degli Usa all’accordo sul nucleare sotto l’amministrazione di Joe Biden. Oltre alla Svezia, di cui è cittadino, da diversi Paesi e istituzioni Ue sono giunti appelli a favore di Djalali, compresa l’Italia. Tra questi anche il Belgio, dove il medico insegnava prima dell’arresto. Secondo alcune indiscrezioni, l’Iran avrebbe chiesto in cambio di far cadere le accuse contro il suo diplomatico Assadollah Assadi, che rischia 20 anni di carcere in un processo in corso ad Anversa per l’organizzazione di un tentato attentato dinamitardo in Francia contro dissidenti all’estero. Djalali era stato arrestato nell’aprile 2016 e condannato a morte l’anno dopo con l’accusa di aver fornito al Mossad israeliano informazioni su due responsabili del programma nucleare iraniano, poi assassinati tra il 2010 e il 2012. Il medico ha sempre negato le accuse e diversi osservatori internazionali hanno criticato la trasparenza del suo processo, che Amnesty International ha definito “clamorosamente iniquo”.

Lo stop all’impiccagione giunge a pochi giorni dall’uccisione in un agguato dello scienziato nucleare Mohsen Fakhrizadeh, anch’essa attribuita dall’Iran al Mossad.