Africa-India: Covid tra disinformazione e strumentalizzazioni

mercoledì 14 luglio 2021


La globalizzazione dell’informazione da troppo tempo sta invadendo ossessivamente l’etere con drammatici dati sull’effetto del Covid e le sue varianti. Ma il terrore dato da queste martellanti notizie uniformate fisiologicamente si sta lentamente spegnendo sotto quello che potremmo definire “affaticamento sociologico da stress da restrizioni”.

I dati paradossali che vengono iniettati nella “società” rivelano catastrofiche situazioni che in realtà non sono. I dettagli numerici sui decessi giornalieri in India –“4529” – e altre misure definite all’unità, sono un evidente tentativo di strumentalizzazione e aggiungerei forse anche un’offesa all’intelletto umano. In verità i morti spesso non sono censiti né come numero né tantomeno come causa; i suicidi, le malattie oncologiche, gastrointestinali, cardiache, decessi da inquinamento e molte altre patologie virali, come il Covid, “convivono” confusi nel destino degli indiani. Inoltre, normalmente, in India non si praticano indagini sulle cause di decesso, su una popolazione che è prevalentemente non monitorata e non monitorabile. In questo ambito, su una popolazione che va da un miliardo e trecento milioni a un miliardo e quattrocento milioni, la percentuale dei presunti decessi da Covid non supera lo 0,0003 per cento. In un mio precedente articolo ho anche evidenziato che i morti, anzi le morti, per suicidio sono intorno al 0,005 per cento giornalieri: questo è un dato preoccupante, come entità numerica ma soprattutto come motivazione.

In India normalmente i corridoi di ingresso agli ospedali sono cronicamente stracolmi di pazienti. I pochi posti letto disponibili sono spesso condivisi tra due pazienti, magari con patologie diverse e migliaia di persone vengono respinte. I deceduti, in generale, come tradizione vengono arsi nelle pire dai familiari. Anche in Nepal, Thailandia e Malesia la situazione spesso è simile, e verso i casi di Covid si hanno approcci poco diversi da una qualsiasi altra forma influenzale, salvo operazioni mediatiche ossessionanti che a volte condizionano gli atteggiamenti.

Molti Paesi sub-sahariani hanno caratteristiche socio-demografiche simili a quelle dell’India: una popolazione giovane, in gran parte rurale, che trascorre molto tempo della giornata all’aperto, strutture familiari estese, aree urbane densamente popolate e assistenza poco sviluppata. Un recente sondaggio del Centro africano per il controllo e la prevenzione delle malattie (Africa Cdc), rivela che il 56 per cento degli Stati africani che hanno tentato di fare osservare le restrizioni per la prevenzione, inculcate (economicamente) dall’Oms (Organizzazione mondiale della sanità), da tempo riscontrano che anche nei centri abitati più popolosi vige una assoluta noncuranza.

Oggi molti media si sfidano per essere i primi a svelare la scoperta di una nuova variante; la variante B.1.617 è stata trovata a Bombay nella regione del Maharashtra, nota anche come “variante Delta”, precedentemente “variante Indiana”, considerata più contagiosa delle varianti Alfa o Beta rilevate per la prima volta in Gran Bretagna e Sudafrica, che a loro volta sono considerate essere il 50 per cento più contagiose del ceppo originale Sars-Cov-2.

La variante indiana risulta essere stata “scovata” anche in Africa: prima in Uganda, a fine aprile 2021, e ora circola, nell’indifferenza quasi assoluta della popolazione, in almeno 16 Paesi africani. I percorsi del Covid-19 – come altre numerose patologie virali – presenti in Africa sono coerenti con la grande diversità del Continente, esistono molteplici e distinti fattori di diffusione: due di questi profili sono i microcosmi complessi e i Paesi di ingresso. I microcosmi complessi sono gli Stati che hanno grandi popolazioni urbane e i cui “paesaggi sociali e geografici” variano ampiamente. Molte persone in Paesi come il Sudan, la Repubblica Democratica del Congo, il Camerun, l’Etiopia e la Nigeria vivono in insediamenti densi ma disorganizzati, il che li rende particolarmente suscettibili alla rapida trasmissione di qualsiasi forma di virus. Questi gruppi sociali hanno anche un fattore di contagio più elevato a causa delle strutture sanitarie fragili che limitano la capacità di testare, monitorare, rispondere e reagire a qualsiasi contaminazione. I Paesi di ingresso come Egitto, Algeria, Marocco e Sudafrica hanno alcuni dei più alti livelli di commercio internazionale, viaggi, turismo e traffico portuale del Continente: ciò li espone a rischi sanitari elevati, ma con i quali convivono.

India e Africa hanno forti legami storici, culturali ed economici. Circa 3 milioni di persone di origine indiana vivono in Africa e l’India è il secondo partner economico più importante dell’Africa dopo la Cina. In sintesi, sono molte le vie verso l’Africa per la variante Indiana (e altri virus), legate alle strutture economiche e sociali. Ricordando che in Africa il “siero sperimentale” detto impropriamente vaccino è stato iniettato ufficialmente solo nel due per cento della popolazione, ma i dati reali sono enormemente più bassi. I 27 Istituti di ricerca nati in Africa con spettacolari finanziamenti Oms “pro-Covid”, oltre quelli del Senegal (il Pasteur di Dakar) e del Sudafrica, risulta che operino prevalentemente alla ricerca del Covid, ma la maggior parte degli africani hanno un approccio con questo virus come con una leggera influenza stagionale: in alcune aree il loro terrore è l’ebola o l’Aids.

Detto questo e con la minaccia, anche italiana, di possibile ritorno alle restrizioni, ricordo gli spettatori di Wembley e Wimbledon, come quelli dello stadio di Budapest e molti altri casi, dove il distanziamento e le mascherine erano “introvabili”, e dove non risulta vi sia stata una volontà di suicidio di massa.

Dopo questa breve analisi di “ampio respiro”, mi sorge nuovamente il sospetto che molti virologi godano nell’inculcare un terrore sociale utile ad altri per il controllo della società e magari fare profitto nel quadro di una sovraesposizione mediatica. Consultando un qualsiasi manuale dove si tratta del controllo e della manipolazione di massa, si possono riscontare le sue applicazioni nella nostra realtà.


di Fabio Marco Fabbri