La tenaglia cinese sulle miniere del Congo

Come è ben noto la Cina ha una forte presenza nel settore minerario della Repubblica Democratica del Congo (Rdc). Le società cinesi hanno da tempo forti interessi e fatto grandi investimenti nelle esuberanti risorse minerarie di questo Paese dell’Africa Centrale. Ricordo che la Rdc è il principale produttore mondiale di cobalto e il principale produttore di rame degli Stati africani; la Cina è oggi il più grande importatore mondiale di cobalto, minerale strategico alle aziende cinesi per fabbricare batterie agli ioni di litio, essenziali nella produzione di computer portatili, tablet, smartphone, veicoli elettrici e altri strumenti con tecnologie analoghe.

Questo lungo rapporto tra le aziende cinesi e il Congo sta presentando le prime gravi “crepe”. Le motivazioni sono causate dalle accuse prodotte dalle autorità di controllo congolesi che stanno contestando, ai cinesi, le “modalità” di sfruttamento del sottosuolo, sia dal punto di vista tecnico che sociale. Le proteste sono iniziate, come si suol dire, dal basso. Infatti, i residenti della regione del Sud Kivu hanno iniziato a fine di agosto una serie di proteste, seguite da settimane di tensione con le imprese cinesi accusate di violazioni dei diritti del lavoro e di illeciti ambientali. Tali situazioni hanno indotto, alcuni giorni fa, le autorità provinciali della regione a sospendere le attività estrattive delle società cinesi, sospettate di palesi e molteplici abusi nello sfruttamento dei giacimenti auriferi nel territorio minerario di Mwenga, situato a est della regione.

In questa fase, le autorità congolesi sembrano determinate a capire meglio come “funzionano” le miniere nel loro Paese. Infatti “l’impalcatura contrattuale” cino-congolese poggia le basi su un contratto, firmato nel 2008, dall’ex presidente Joseph Kabila. Ora il presidente Félix Tshisekedi ha richiesto una valutazione sull’operato delle aziende cinesi per verificare se i contratti precedenti siano stati elaborati nel rispetto degli interessi nazionali, non escludendo di rinegoziarli. Nel frattempo, il presidente Tshisekedi sta considerando anche il rapporto elaborato dall’agenzia Eiti (Iniziativa per la trasparenza delle industrie estrattive), sulle attività minerarie della società cino-congolese Sicomines. La Sicomines fu fondata 13 anni fa con un accordo tra il Congo e la Cina, questa società adesso è sospettata di appropriazione indebita dei minerali estratti. Secondo quanto emerge dai primi dati trapelati dal “rapporto Eiti”, risulta che mentre la Rdc fornisce la maggior parte delle attività di Sicomines sotto forma di depositi minerari, molte infrastrutture e alcune logistiche, ha solo il 32 per cento delle azioni. Tuttavia, l’ambasciata cinese a Kinshasa, nonostante le accuse rivolte alle sue aziende minerarie si è attivata, tramite vari canali, per difendersi dalle crescenti opinioni di forte ostilità verso la presenza della Cina in Congo, al suo modo di operare nel redditizio settore minerario e a quello di non mantenere gli impegni concordati.

Intanto l’ambasciatore cinese a Kinshasa Zhu Jing ha affermato che Pechino condanna qualsiasi “sfruttamento illegale delle risorse naturali” nella Rdc. Quest’ultimo ha anche espresso la disponibilità del Governo cinese a collaborare con le autorità congolesi per punire i responsabili. Pechino ha affermato che imporrà sanzioni alle società ritenute colpevoli che dovranno lasciare anche la provincia del Sud Kivu, minaccia confermata da Wu Peng, direttore generale del dipartimento per gli Affari africani del ministero degli Esteri cinese. La Cina condanna raramente le attività delle proprie società in Africa e altrove, nonostante che spesso vengono accusate di operazioni illegali, violazioni dei diritti umani e violazioni ambientali.

Quello che è ormai un fattore conclamato, che si percepisce bene nella società congolese, è che c’è in atto un cambiamento, almeno nella forma. Si sta passando da una venale luna di miele degli ultimi 20 anni, a diffidenze e sospetti verso atteggiamenti pirateschi e schiavisti cinesi. Il premio Nobel per la Pace 2018, Denis Mukwege, ha dichiarato, recentemente, che il comportamento dei cinesi è “una forma di schiavitù”. Attualmente, a Bukavu, è presente una Commissione parlamentare d’inchiesta incaricata di raccogliere le informazioni più complete sullo sfruttamento delle risorse naturali e la tutela dell’ambiente. Tuttavia, la Cina fa comodo al Congo, visto che sul Boulevard a Kinshasa, di fronte al Palazzo del Popolo, proseguono i lavori del gigantesco Centro culturale e Artistico per l’Africa Centrale. La psico-pandemia ha fermato molte attività nelle città (non altrove), ma non la costruzione di questo centro finanziato con una donazione del Governo cinese e nuovo simbolo della cooperazione sino-congolese, nonostante tutto.