Kazakistan: un test per la Russia in Asia centrale

Il Kazakistan conta circa 19 milioni di abitanti; è un Paese ricco di idrocarburi e dall’inizio di quest’anno è stato scosso da numerose proteste causate dall’aumento dei prezzi del gas. La forza dei dissensi, che non hanno precedenti dalla indipendenza del Kazakistan del 1990, si è tradotta velocemente in rivolte che si sono diffuse rapidamente in tutto lo Stato. Il presidente Kassym-Jomart Tokayev ha prima reagito sciogliendo il suo Governo con l’accusa di essere responsabile della crisi, uno scarico di responsabilità da parte di chi guida ben noto anche altrove anche se su tematiche diverse. Poi, allo scopo di smorzare la rabbia dei manifestanti, ha garantito che i prezzi del gas sarebbero stati congelati. Ma la “massa” ormai disincantata ha reagito, aggravando la situazione soprattutto ad Almaty, capitale economica e politica: qui si sono conclamati i disordini più violenti e la polizia ha aperto il fuoco sui manifestanti.

Le autorità di Governo hanno classificato i disordini come un “attacco terroristico” che ha causato danni stimati in circa 170 milioni di euro, dato confutato da corrispondenti locali, ma utile a giustificare la reazione violenta. Secondo la stessa fonte governativa, oltre un centinaio di edifici amministrativi, banche e l’aeroporto internazionale sono stati saccheggiati. Gli scontri tra manifestanti e polizia hanno provocato alcune decine di morti, oltre mille feriti e hanno portato all’arresto di alcune migliaia di cittadini, forse oltre ottomila. Il portavoce del presidente kazako ha annunciato il primo arresto importante e significativo, quello di Karim Massimov, ex direttore dei servizi di intelligence, con l’accusa di “alto tradimento”. Con la certezza che le forze nazionali non avrebbero potuto sostenere l’ira di un popolo sfinito, e temendo di perdere il controllo della situazione, nonostante l’applicazione dello stato di emergenza a cui sono collegate numerose restrizioni, Tokayev ha chiesto l’intervento del Collective security treaty organisation (Csto) con sede a Mosca, che ha inviato truppe russe e bielorusse per un riordino della situazione.

Dopo questa breve cronistoria dei fatti, vanno valutati alcuni fattori che alzano il livello dell’analisi della crisi oltre quello più elementare degli effetti degli scontri fratricidi. Infatti, questo mutamento improvviso degli pseudo equilibri sociali del Paese si è sviluppato con una velocità sconcertate in una nazione che è considerata un polo di stabilità dell’Asia centrale, mettendo in discussione la politica di empowerment perseguita dal Kazakistan sin dalla sua indipendenza. Così occorre osservare che l’intervento in Kazakistan di truppe prevalentemente russe, o comunque a guida russa, su mandato della Csto (direzione russa), mostra chiaramente un significativo rafforzamento delle posizioni strategiche di Mosca in Eurasia. Ricordo che il coordinamento del Csto in poche ore ha mobilitato paracadutisti russi e le truppe speciali bielorusse che si sono imbarcate sugli aerei per Almaty, per soccorrere il traballante Tokayev e per rispondere militarmente alla rivolta.

Ma cosa è il Csto? Brevemente, quando la Guerra Fredda volgeva al termine nel luglio 1991, il Patto di Varsavia, che come sappiamo è un’alleanza di otto Stati socialisti creata dall’Unione Sovietica in risposta alla Nato, si sciolse. Pochi mesi dopo la Russia riportò, in vari momenti, nove ex Stati sovietici sotto “l’ombrello di Mosca” chiamato Comunità degli Stati Indipendenti, Csi, una lega militare, economica e strategica, composta, oltre che dalla Russia, da Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Uzbekistan, Moldavia, Tagikistan, Turkmenistan (oltre a ex membri, membri associati e osservatori). Da sei associati del Csi, nel 1992 nacque il Csto, organizzazione militare i cui aderenti sono: Russia, Armenia, Kazakistan, Uzbekistan, Kirghizistan e Tagikistan, una sorta di piccola Nato.

Va inoltre osservato che la risposta immediata di Vladimir Putin alla richiesta di aiuto di Tokayev c’è stata, sia perché il Kazakistan è uno dei principali partner della Russia, ma anche perché è uno Stato ricco di uranio, idrocarburi e metalli non ferrosi, ed è membro anche dell’Unione economica eurasiatica. Inoltre, in Kazakistan quasi un quinto dei cittadini sono di origine russa, concentrati prevalentemente sul confine russo: per questo Mosca teme che, in caso di rovesciamento del regime, le forze nazionaliste – se prenderanno il potere – potrebbero schiacciare la minoranza russa. Ma è chiaro che Mosca non si può permettere di aprire un secondo fronte mentre sta concentrando i suoi sforzi militari e diplomatici sull’Ucraina e ha i suoi negoziatori occupati in “roventi” faccende sul fronte Occidentale.

Va considerato anche che il Kazakistan condivide con la Russia una linea di frontiera terrestre continua, anche se mobile, più lunga del mondo, e rappresenta lo Stato cuscinetto tra l’area russa e l’Asia centro-meridionale che oggi soffre di una forte instabilità, soprattutto per la complessa situazione in Afghanistan. Internamente alle dinamiche russe, questa nuova crisi sviluppatasi ai confini rischia di rafforzare, tra la nomenklatura, la convinzione che le Repubbliche post-sovietiche siano ancora “consistenze fragili” e che non abbiano caratteristiche che possano garantire la loro sopravvivenza a lungo termine. Ma questo consente a Mosca di ostentare il suo peso strategico in Asia centrale agli altri protagonisti della politica internazionale, come la Cina, l’Occidente e la Turchia; e la rapidità del dispiegamento di truppe, con lo scopo apparente di riportare la pace, mostra le capacità logistiche e cruciali russe nell’area.

La presenza militare russa nella macro-regione centroasiatica negli ultimi anni è notevolmente aumentata: l’abbiamo visto nel Caucaso meridionale, Nagorno-Karabakh, in Bielorussia durante le proteste e in Asia centrale dove si è rinforzata militarmente. L’obiettivo di Mosca si sta realizzando? Probabilmente sì; l’essersi affermata come garante della stabilità nell’Eurasia post-sovietica la porta sulla giusta strada. Ora bisognerà vedere se tale immane impegno che la raffigura come lo “sbirro eurasiatico”, con la previsione di accollarsi oneri, in termini di spesa militare, che graveranno sulla società russa, possa essere compensato da un ritorno economico e politico; considerando, come “handicap”, il rischio di un possibile aumento di anti-nazionalismo russo proprio da parte dei Paesi dove agisce.

Intanto, un primo test lo avremo proprio in Kazakistan dove, a crisi conclusa, sarà interessante analizzare l’atteggiamento del Governo kazako. Riconoscerà le aspettative e le priorità russe in funzione della sua politica estera e interna? O, piuttosto, riprenderà quella politica multivettoriale come contrappeso alla sua dipendenza nell’ambito della sicurezza dal Cremlino? Fatto sta che, come è prassi storico-sociologica, la nostalgia neo-imperialista è sempre in agguato e magari anche ciclica, non solo per la Russia, ma anche per la Turchia.