France (in)soumise: l’ombra di Putin

Sarà Vladimir Putin a decidere le sorti del ballottaggio tra Emmanuel Macron e Marine Le Pen? No di certo. Malgrado il peso del ricatto energetico da parte di Mosca, saranno i cittadini francesi a decidere orgogliosamente sull’esito. Meglio allora analizzare oggettivamente i programmi dei due candidati che, per ora, hanno in comune solo il rilancio del nucleare e la riduzione delle tasse di successione. Gli argomenti fortemente divisivi, invece, vanno dalla riforma delle pensioni, al potere di acquisto e ai rapporti con la Unione europea. I temi forti della Le Pen insistono sul pensionamento a 62 anni e sull’azzeramento dell’Iva per alcuni prodotti di prima necessità: misure queste ultime sulle quali concorderebbe la maggioranza dei francesi, stando ai sondaggi. Secondo Le Figaro (“Macron-Le Pen deux visions antagonistes de l’éeconomie”), Marine Le Pen avrebbe rivisto radicalmente le sue proposte del 2016. Gomma da cancellare alla mano, infatti, la Le Pen ha eliminato tutti i passaggi più spinosi del suo programma economico di cinque anni fa (come quelli più ad alto rischio di insuccesso, relativi all’uscita dall’euro e dalla Ue e al pensionamento a 60 anni), aggiungendo un passaggio sul reddito universale di cittadinanza, al fine di aumentare le entrate dei francesi e garantire un maggiore potere di acquisto a tutti i cittadini.

Insomma, si parla di una sorta d’Ètat-Providence, che tutto provvede dalla culla alla bara, senza sudore e lacrime da parte del contribuente. La formula magica è: una dose di protezionismo e due di patriottismo economico. Il tutto, senza ricorrere a misure impopolari e dolorose come disoccupazione; innalzamento dell’età pensionabile e diminuzione della spesa pubblica. Per l’Europa, nel caso di una presidenza Le Pen, l’attuazione del suo programma elettorale comporterebbe la fuoriuscita unilaterale dagli obblighi dei Trattati, in merito all’equilibrio di bilancio, al contenimento della spesa pubblica e alla libertà di movimento delle merci. In tal senso, occorrerebbe rimettere in discussione sia Schengen che Lisbona, vista l’intenzione della Le Pen di far prevalere la Costituzione francese sul diritto europeo, in caso di disaccordo sui principi. Per non parlare della sua proposta di sostituire l’Ue con una diversa alleanza di Stati-Nazione. Tra le altre riforme di matrice populista e lepenista, si evidenziano le seguenti: ripristino alla frontiera dei controlli sistematici sulle merci; riconoscimento degli aiuti sociali ai soli cittadini francesi, così come delle prestazioni previdenziali da riservare soltanto a coloro che abbiano lavorato in Francia per un numero minimo di anni.

Ovviamente, tra il dire e il fare passa in questo caso una differenza abissale, dato che le procedure per qualsivoglia riforma dei Trattati si contraddistinguono per i loro elaborati passaggi preliminari e per quelli successivi, in cui si rende necessario l’individuazione delle idonee maggioranze in senso al Consiglio europeo. Dopo di che, occorre convocare una Conferenza dei governi dei 27 Stati membri che debbono approvare all’unanimità le relative modifiche, sottoponendole poi per la ratifica ai loro Parlamenti nazionali! Altre proposte della Le Pen, pur non confliggendo con i Trattati, si scontrano con i regolamenti adottati dalla Ue, come le promesse di ridurre di cinque miliardi la contribuzione francese al bilancio europeo; abbassare l’Iva sui carburanti dal 20 al 5,5 per cento; interrompere la produzione delle energie alternative sia per il solare che per l’eolico; generalizzare l’obbligo dell’etichettamento relativo all’origine e alla qualità dei prodotti alimentari. Tutte le misure citate implicano importanti cambiamenti in seno all’attuale legislazione europea, per la cui adozione esiste una procedura farraginosa e complicata da rispettare. Infatti, spetta alla Commissione europea presentare i testi normativi di modifica, che poi devono essere approvati a maggioranza semplice dal Parlamento europeo e, successivamente, a maggioranza qualificata dal Consiglio europeo, mentre occorre l’unanimità del massimo organo politico decisionale della Ue per adottare riforme in materia di fiscalità! Quindi, la probabilità che i 27 accettino una inversione di tendenza sulle politiche green è pari pressoché a zero, per non parlare dell’assoluta contrarietà in merito da parte della maggioranza del Parlamento europeo. Pertanto, nel caso di successo della destra, l’Amministrazione Le Pen non avrebbe altra scelta, se intende mantenere le sue promesse elettorali, se non quella di ricorrere a un referendum per l’approvazione della Frexit, azionando l’articolo 50 del Trattato di Lisbona.

Molto diverso dalla sua sfidante è invece il programma di Macron, che mantiene il punto del pensionamento a 65 anni, anche se questa soglia rappresenta una misura senz’altro impopolare. In generale, il programma economico dell’incumbent è ritenuto dai francesi più credibile di quello della sua avversaria. Con il suo 27,9 per cento al primo turno, Macron ottiene il record di consensi, dal 1988 a oggi, rispetto ai presidenti ricandidatisi per un secondo mandato. Il che rappresenta una testimonianza di affidabilità e di competenza per come Macron ha finora governato, rilanciando impieghi e produttività, comprese formazione e scolarità, con una navigazione accorta negli ultimi due anni per fronteggiare l’emergenza pandemica. Il presidente, in particolare, scommette sull’Europa e sulla pianificazione a lungo termine (da finanziare attraverso prestiti internazionali) per la re-industrializzazione del Paese, mettendo al centro di tutto il lavoro. Un programma, quello di Macron (non necessariamente popolare!), che comporta la riforma delle pensioni, del reddito di solidarietà per i non abbienti e dell’indennità di disoccupazione. Dal suo punto di vista, per far crescere le occasioni di impiego occorre garantire una maggiore competitività tra le imprese, favorendo così l’incremento dei posti di lavoro.

Macron, peraltro, si è convertito alla politica di un moderato indebitamento pubblico per stimolare l’economia, rinunciando a riforme economiche iper-liberiste tutte lacrime e sangue, memore delle recenti rivolte sociali (vedi gilet gialli) di protesta contro l’innalzamento dell’età pensionabile; la gestione del Covid e le misure di green economy. Particolarmente deleterio, sotto quest’ultimo aspetto, è stata la decisione del Governo di aumentare il costo dei carburanti inquinanti, misura ritenuta particolarmente odiosa dalla stragrande maggioranza dei cittadini, vista l’importanza del trasporto delle merci su strada e il forte impatto economico negativo dell’aumento del diesel per le famiglie. La maggior parte della popolazione francese, infatti, non risiede nei centri urbani medio-grandi, ma nei piccoli insediamenti di provincia, che hanno particolarmente sofferto dei tagli di bilancio il cui effetto è di aver eliminato la maggior parte dei servizi pubblici di prossimità (sanità, scuola, Pubblica amministrazione), come uffici postali, scuole secondarie, con il conseguente forte aumento della necessità di lunghi spostamenti in auto per usufruire di quei servizi stessi. Macron, in particolare, non può permettersi il lusso di un bilancio pubblico fuori controllo, che rischierebbe di compromettere seriamente la sua politica di riforme, rischiando così il tracollo finanziario, visto l’attuale risalita dei tassi di interesse e dell’inflazione nell’eurozona, con una concreta prospettiva di stagflazione.

Al contrario della Le Pen, il programma europeista di Macron mette in risalto gli aspetti sia di una maggiore sovranità nazionale che della solidarietà tra Stati (come lo fu l’emissione degli eurobond per far fronte alla pandemia, e come oggi si rende di nuovo necessario per le conseguenze economiche della guerra in Ucraina). Per Macron, occorre mettere in campo strategie comuni per la difesa, l’informazione e la digitalizzazione, puntando all’autonomia tecnologica e alla re-industrializzazione dell’Unione in determinati settori di importanza strategica, compresa l’indipendenza energetica attraverso il rilancio del nucleare e delle energie rinnovabili. Le sorti del ballottaggio sono tutte nelle mani dei vetero-stalinisti della “France insoumise” di Jean-Luc Mélenchon, che odiano Macron ma simpatizzano per Vladimir Putin (come Marine!). Detto inter nos: vincerà di sicuro l’establishment, grazie all’astensione!