La Germania è inadatta a guidare l’Europa

Secondo la Bild Zeitung il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha tolto le armi pesanti dall’elenco delle forniture tedesche all’Ucraina, riducendolo da 48 a 24 pagine. Poi è arrivato qualcosa di ipocrita e infantile: la Germania propone uno “scambio circolare” di armi alla Slovacchia e Bratislava invierebbe a Kiev i suoi vecchi carri armati T-7, secondo quanto conferma la ministra della Difesa, Christine Lambrecht; in seguito, la Germania consegnerebbe alla Slovacchia i tank Marder e i blindati Fuchs, per compensarla. La Slovacchia, però, vorrebbe dei Leopard 2, più performanti e moderni dei Marder, oltre a blindati Boxer 2 e Puma. Non è che – in tutto questo giro – la Germania ci faccia una bella figura. È pur vero che per Lawrence Korb, consigliere di Joe Biden con il Center for American Progress, Scholz deve “fare i conti con la sua storia” (e con la sua dipendenza e vicinanza con la Russia, aggiungeremo). Ciò che conta è che “gli Alleati siano uniti”.

L’altro braccio del potere politico tedesco, il presidente Frank-Walter Steinmeier, è stato costretto a recitare un mea culpa da Andriy Melnyk, brillante ambasciatore ucraino in Germania, per le sue politiche di cooperazione con il Cremlino svolte con l’ex cancelliere Gerhard Schröder, il voltagabbana economico, che all’indomani dello scadere del suo mandato in Germania passò nelle fila delle aziende russe del gas. Del resto, il Partito Socialdemocratico ha subito fin dal 1945 pesanti infestazioni da parte del Kgb e dintorni.

L’invasione dell’Ucraina da parte di Vladimir Putin ha messo a nudo la tentazione storica di Berlino di rinsaldare le relazioni euroasiatiche attraverso Mosca. Non è inutile ricordare ancora il nefasto patto Molotov-Ribbentrop, che portò alla spartizione della Polonia tra Germania e Unione Sovietica. La Storia tende a ripetersi, perché la geografia e la geopolitica rivendicano il loro primato sulla politica e le società, in presenza di dittature come quella dei Servizi segreti russi: sono i siloviki ad avere partorito Vladimir Putin e la macchina degli oligarchi, e sono le 22 agenzie di controllo statale la vera catena di comando in Russia, come ricorda il dissidente Lev Ponomariov. Come se non bastasse, l’Europa in queste ore resta appesa al filo delle presidenziali francesi. Marine Le Pen – per qualche voto in più (o in meno?) – ha dichiarato con ineffabile faccia tosta che lei è a favore di un’Europa che vada “da Vladivostok a Lisbona”. Puta caso, è lo stesso programma politico del Convitato di pietra di Putin, un certo Aleksandr Dugin.

Che la situazione sia grave è testimoniato da una dichiarazione di Enrico Letta del 22 di aprile, il quale testualmente ha detto – riferendosi al summit Usa-Ue del 26 aprile sulla resistenza in Ucraina – che “una posizione tedesca diversa in Europa avrebbe un impatto forte, mi auguro che non ci sia sganciamento”. Da tempo scrivo e dico che in politica estera bisogna sempre andare dalla parte opposta rispetto a quella tedesca. Oltre alla storica Ostpolitik socialdemocratica da Willy Brandt a Scholz, va ricordata anche la sostanziale continuità nel consegnarsi mani e piedi al gas russo avuta da Angela Merkel. Rispetto alla Germania, la pur russificata Italia è stata un genio geopolitico. Eni ha diversificato un minimo le forniture, grazie a buone relazioni con Algeria e Libia. Poi per fortuna gli “americani” ci hanno “imposto” il gasdotto Tap. Eppure, nonostante le recenti batoste prese dal settore auto, incluse le vetture di lusso, la Germania l’economia la sa gestire bene. Si prenda proprio il settore energetico. Negli ultimi trent’anni la Germania è passata da 0 al 42 per cento di energia rinnovabile. Entro il 2030 vuole arrivare all’80 per cento del totale dei consumi elettrici nazionali. Nello Schleswig-Holstein, posto alla base della Penisola danese e baciato dal vento perenne del Baltico, in dieci anni tremila pale eolica sono arrivate a fornire il 160 per cento rispetto alle necessità del Länder. L’eolico nel piccolo Schleswig-Holstein dà lavoro a 11mila lavoratori diretti e genera 1,2 miliardi di euro di valore.

Tuttavia, il vento c’è anche in Italia, soprattutto in alto mare. A Riccione si contesta il parco eolico che dovrebbe andare a venti chilometri dalla costa, senza alcun impatto visivo sul panorama e con un beneficio per la fauna ittica. Ed è così dappertutto: vincono i frequentatori del sito citrulli.antiscientifici.antiambientalisti.com, ecco la verità. Oltre alle contestazioni, c’è la burocrazia: sette anni per avere un’autorizzazione da Stato ed Enti. Le aste sui parchi eolici vanno deserte e il ministro Roberto Cingolani dice (esagerando, non si sa se per eccesso o per difetto) che ci vorranno 100 anni – rispetto agli 8 previsti – per arrivare al 72 per cento di energia da fonti rinnovabili. La cosa che più stupisce è che i contestatori efferati, quelli del No Tav, No Tap, No strade, No pale eoliche, No-Usa tutto hanno contestato tranne il gas russo. Strano no?

Quindi la Germania per la sua economia e l’organizzazione statale lavora bene, a parte l’esercito su cui Berlino non ha mai investito molto, preferendo utilizzare l’ombrello americano (e anche il parabrezza russo?). Il problema su cui occorrerà riflettere seriamente è che la Germania sta dimostrando una volta di più di essere incapace di guidare da leader l’Europa con mano ferma, democratica e atlantista. Emmanuel Macron da solo non può creare un asse sufficiente a compensare la schizofrenia euroasiatica tedesca e la russofobia (giustificata) dell’Est europeo. In questi mesi, l’unico leader europeo è stato Joe Biden, per quanto sia giudicato – in patria come a Bruxelles – mollo e incapace. Eppure, è da Washington che è arrivato l’allarme sull’imminente invasione di Putin, le dritte per ottenere energia da nazioni non putiniste, nonché l’aiuto decisivo all’Ucraina, che ha fermato Putin alle porte di Kiev. Fosse stato per Scholz, Giuseppe Conte, Le Pen, e La7 targata Urbano Cairo, i pur scalcinati tank russi sarebbero arrivati per davvero fino a Lisbona in un paio di settimane.