Il sovranismo non vince, ma convince

Vittoria per Emmanuel Macron alle presidenziali francesi. Il presidente uscente viene riconfermato col 58,5 per cento dei voti e surclassa la sfidante, la sovranista Marine Le Pen, che rimane ferma al 41,5 per cento. Bisogna ammettere che questa tornata elettorale ha tenuto molti analisti col fiato sospeso, riuscendo persino a impensierire i vertici dell’Unione europea, che guardavano con timore alla possibilità di una vittoria della leader del Rassemblement National. Questo, in effetti, avrebbe significato una grave battuta d’arresto nel processo di integrazione europea, proprio adesso che questo percorso sembra aver ritrovato slancio in virtù della necessità di arginare l’espansionismo russo e prendere parte, come entità politico-culturale unitaria, allo “scontro di civiltà” con le autocrazie orientali.

Marine Le Pen si è impegnata, ma anche stavolta ha fallito. A nulla sono valsi i tentativi di “rifare il look” al suo partito, attraverso il cambio di nome e di simbolo (non più “Front”, ma “Rassemblement”, meno bellicoso e di ispirazione più gollista; non più la fiamma tricolore, simile a quella missina in Italia, ma una più rassicurante rosa blu); di darsi un tono più istituzionale, mediante un programma meno radicale ed euroscettico: come affermato dalla Le Pen, l’obbiettivo non è più la “Frexit”, ma la difesa dell’interesse nazionale a Bruxelles; o anche quello di accreditarsi e di strizzare l’occhio all’estrema sinistra con proposte fortemente sociali, orientate cioè al potenziamento del welfare state e alla maggiore attenzione alle categorie svantaggiate e più deboli. Alla fine il sovranismo francese è uscito comunque sconfitto da queste elezioni e a Bruxelles si tira un sospiro di sollievo. Il fatto, però, che le forze liberaldemocratiche ed europeiste siano di nuovo riuscite a sbarrare la strada al sovranismo, non significa che quest’ultimo sia sconfitto o che “l’onda reazionaria” sia passata. La vittoria non venga recepita come un incentivo ad abbassare la guardia, ma a stare, se possibile, ancora di più all’erta. Non possiamo permetterci di dormire sonni tranquilli o di adagiarci di nuovo sugli allori: questo è il momento di agire.

Le percentuali ottenute dalla Le Pen sono comunque significative e ciò è spia di un disagio fortemente diffuso all’interno della Francia, come di qualunque altro Paese (Italia inclusa). Disagio che, com’è ovvio, rischia di deflagrare con serie conseguenze. Emmanuel Macron ha capito – durante questa tornata elettorale – di doversi dare un volto più umano ed empatico, in maniera tale da essere percepito dall’opinione pubblica come più vicino alle problematiche reali dei comuni cittadini. Ecco, questo è il vero tema sul quale si consuma (e si consumerà, nei prossimi anni) la sfida tra le forze liberaldemocratiche ed europeiste e quelle sovraniste. Se le prime ambiscono a tenere saldamente le redini del potere e a impedire che gli avversari finiscano per averla vinta, devono sapersi innovare, elaborando programmi e proposte più vicini ai bisogni delle persone e al comune sentire.

Non tutti i timori e le incertezze che caratterizzano l’elettorato devono essere liquidate con sufficienza o con atteggiamento sprezzante, per quanto possano sembrare irrazionali: si deve ascoltare, cercare di comprendere, ragionare assieme e saper offrire delle soluzioni concrete. Altrimenti, è inevitabile che le persone finiscano per lasciarsi sedurre dagli slogan, dalle semplificazioni e dalle facili promesse dei sovranisti. Noi italiani abbiamo già esperienza da questo punto di vista. I primi cinquant’anni della nostra storia repubblicana sono stati caratterizzati dalla contrapposizione tra Democrazia cristiana e Partito comunista, simile a quella che oggi si ripropone in tutta Europa tra forze liberal-europeiste e sovranisti. Sebbene i comunisti (come i sovranisti) potessero vantare percentuali importanti, non riuscirono mai a conquistare il potere. Questo anche per il fatto che la Democrazia cristiana – almeno di questo bisogna dargliene atto – aveva la straordinaria capacità di contemperare i bisogni dei vari ceti sociali, di essere “popolare” senza scadere nella demagogia. Le forze liberali ed europeiste devono oggi acquisire quella stessa capacità: il che non significa cedere sulle questioni di principio o “democristianizzarsi” nell’accezione dispregiativa del termine (niente clientelismi, corruzione e sprechi di denaro pubblico per conquistare consensi, quindi), ma saper ascoltare i bisogni della popolazione e offrire delle soluzioni ragionevoli.

D’altronde, i sovranisti stanno cominciando a capire quanto sia importante avere un atteggiamento pragmatico e stanno riformulando le loro istanze sulla base di questo. Per chi non l’avesse notato, nessuno di loro propone più l’uscita dall’Unione europea: la nuova battaglia dei sovranisti è quella per conferire alla Ue un nuovo volto. Il nuovo nemico non è l’Europa in sé stessa, ma la sua vocazione sovranazionale e la spinta verso il federalismo. L’Europa immaginata dai “neo-sovranisti” è un’Europa intesa come comunità di Stati nazionali sostanzialmente autonomi in termini economico-monetari e politici; un’Europa basata sul principio dell’interogovernatività, dove a ciascuno Stato sia consentito di perseguire i suoi interessi anche contro la linea comune stabilita a Bruxelles, dove ciascuno di essi potrebbe accettare o rifiutare qualsiasi policy sulla base delle sue considerazioni particolari e fondamentalmente egoistiche e dove ogni decisione dovrebbe essere coordinata tra i vari governi. Questa si che sarebbe un’Europa inutile e priva di senso, dal momento che proprio il criterio dell’unanimità è, generalmente, uno di quelli che paralizza l’azione e la capacità decisionale delle istituzioni comunitarie. I sovranisti non vogliono l’Unione europea, né tantomeno gli Stati Uniti d’Europa, ma l’Unione delle nazioni europee: questo è un modo per apparire più rassicuranti e più moderati, almeno agli occhi di chi non si rende conto che volere un’Europa delle nazioni è come non volere affatto l’Europa.

La risposta delle forze europeiste e liberali non può che essere quella di ridare slancio a quel progetto di integrazione che i sovranisti vorrebbero invertire, soprattutto cercando di dimostrare (non solo a parole, ma con fatti concreti) quanto sia di vitale importanza stare assieme, essere uniti e “serrare i ranghi”, per poter contare qualcosa e per potersi difendere dalle innumerevoli minacce alla nostra sicurezza, alla nostra libertà, alla nostra prosperità e alla pace del nostro Continente. Dietro ai sovranisti, infatti, si staglia minacciosa l’ombra dei due principali antagonisti del mondo libero: la Russia e la Cina. Non è un mistero che la Russia abbia finanziato, stipulato alleanze e promosso le attività di molte formazioni europee: la Lega in Italia; il Rassemblement National in Francia; Alternative für Deutschland in Germania e molti altri. Il motivo per cui l’ha fatto è evidente: cercare di indebolire l’unità tra i Paesi europei; arrestare un processo di integrazione che avrebbe (se fosse stato lasciato libero di essere e se non fosse stato ritardato dalla prudenza, il più delle volte eccessiva, anche dei leader del Vecchio Continente) dato vita a una nuova super–potenza in grado di contenderle l’egemonia sull’Europa orientale; favorire l’avvicinamento e una cooperazione sempre più stretta con Mosca in chiave antiamericana ed “eurasiatica”; portare le varie capitali europee sotto l’orbita russa.

Quanto alla Cina, il suo interesse è di natura più economica che politica, ma ciò non la rende meno nemica di quell’Unione europea che si è dimostrata capace di mettere dei dazi antidumping sui prodotti cinesi: cosa che nessuno Stato nazionale avrebbe mai potuto fare e che, se anche fosse stata fatta, di certo non avrebbe avuto lo stesso impatto sull’economia di un gigante economico come quello cinese. Di conseguenza, è anche nell’interesse del “Dragone Rosso” indebolire l’unità tra i popoli europei attraverso i loro “amici”. Basterebbe citare i rapporti assai sospetti tra il Movimento cinque stelle (visite di Beppe Grillo all’ambasciata cinese a Roma, vie della seta e protocolli d’intesa con Pechino firmati ai tempi del governo “giallo-verde”), alcuni think tank italiani ed europei e il Governo cinese. Non solo Vladimir Putin, ma anche Xi Jinping ha parecchi sodali nei Paesi del Vecchio Continente e di essi si serve per destabilizzare il nostro mondo. Anche in questo caso, la risposta delle forze liberali ed europeiste deve essere chiara e concreta e deve procedere su tre fronti: primo, il rafforzamento dell’alleanza con gli Stati Uniti d’America; secondo, la messa a punto di un sistema di difesa europeo che contempli, oltre all’aspetto militare, anche quello economico, energetico, tecnologico ed informatico; terzo, adottare tutte le misure necessarie per arrestare la penetrazione russa e cinese nella politica, nell’economia e nella cultura di massa.

Il sovranismo per ora non vince, almeno nelle grandi democrazie europee. Ma si rafforza e continua a fare proseliti, grazie a un pragmatismo da poco scoperto e a una nuova strategia volta ad apparire più rassicuranti e vicini ai problemi veri delle persone. La contromossa delle forze europeiste e liberaldemocratiche deve essere una dose ancora maggiore di realismo e di senso pratico. Basta retorica su quanto sia bella l’Europa unita e coesa: cerchiamo di dimostrare coi fatti perché l’Europa unita è bella e, soprattutto, utile e necessaria. Basta lanciare improperi e “scomuniche” contro la demagogia sovranista: si dimostri verso quale strada senza ritorno potrebbero condurci le ricette sovraniste se venissero applicate. Basta anche starsene rinchiusi nei palazzi e nei circoli esclusivi: bisogna saper ascoltare anche il disagio e le difficoltà reali che vivono le persone e dimostrare loro perché la soluzione non sta nelle proposte degli arruffapopoli, dei Salvini o delle Le Pen di turno, ma in una politica riformista e di buonsenso.