Mali-Francia: una querelle che favorisce il jihadismo

Nell’ottica di un Nuovo ordine mondiale, parte delle cui fondamenta affondano nella guerra in Ucraina, anche alcune regioni africane stanno ri-ordinando i propri “incerti equilibri” riorganizzandoli in un Nuovo ordine. Così in Mali, dove il “rimpasto” governativo si chiama golpe, ma solo per diversificare il termine in quanto gli effetti sono identici, i nuovi governati considerano ormai illegale la decennale presenza dei militari francesi sul territorio nazionale. Infatti, i primi giorni di maggio la giunta golpista guidata da Assimi Goïta ha accusato la Francia di avere attaccato la “sovranità nazionale” del Paese, in quanto gli accordi di difesa già stipulati tra le due nazioni non sono più riconosciuti da Bamako, né a Parigi né alle altre nazioni presenti nella regione.

I testi ritrattati dal Governo militare di transizione maliano fanno riferimento al primo accordo del 2013 che norma la collaborazione delle forze francesi con i soldati maliani nell’operazione antiterroristica denominata “Barkhane”, che è stata impegnata per otto anni nel Sahel, al successivo accordo di difesa, siglato nel 2014, finalizzato a strutturare la cooperazione militare tra Parigi e Bamako e al protocollo aggiuntivo che definisce lo status delle forze speciali europee coinvolte nella denominata Task Force Takuba”, organizzata sotto il comando francese e che opera dal 2020 nel Nord del Mali.

Ora il Mali, unilateralmente, ha scandito una rottura formale con la Francia, suggellata da un comunicato stampa emanato dal Governo il 2 maggio, dove si chiarisce il disconoscimento degli accordi di difesa conclusi con Parigi e i suoi partner europei, sulla base del “profondo deterioramento della cooperazione militare con la Francia”, traducibile con il semi-fallimento della lotta al jihadismo. Ma in pratica quali potranno essere le conseguenze di questa rottura? Va ricordato che questa situazione si trascina da tempo e non ha avuto ancora una pratica risoluzione; fino a oggi si è basata su annunci, che non hanno sortito un netto cambiamento se non quello di aumentare lo scetticismo reciproco, la diffidenza e l’insofferenza. A febbraio il presidente francese, Emmanuel Macron, aveva annunciato il ritiro militare delle forze francesi dal Mali, dopo una escalation di tensioni dove la Russia non è assolutamente estranea. Quindi Bamako aveva convocato la Francia per chiedere un ritiro immediato dei militari francesi, cercando di disinnescare il programma di Macron che prevedeva un ritiro graduale entro quattro-sei mesi dal Mali.

In realtà, dalla fine del 2021 sono state chiuse le postazioni francesi a Timbuktu, Tessalit e Kidal. Circa questa ultima base situata a nord, un video inviatomi da un collaboratore locale mostra quanto i soldati maliani hanno trovato nell’area lasciata dai francesi, dove si vede il petrolio affiorare dal terreno; questa zona fino a quel momento era interdetta ai maliani. Così, l’operazione Barkhane è continuata, nonostante le richieste maliane di organizzare la partenza degli oltre duemilaquattrocento soldati francesi ancora presenti nel territorio. Tuttavia, il programma francese è quello di lasciare le sue ultime basi di controllo di Gao, Gossi e Ménaka entro agosto. Questa querelle tra Mali e Francia non fa altro che incrementare diffidenza e spingere i maliani verso l’interlocutore russo, cioè i mercenari Wagner per far fronte al controllo delle basi lasciate dalla Francia prima che i movimenti jihadisti se ne impadroniscano. Inoltre, il Governo maliano ha accusato l’esercito francese di spionaggio e induzione alla sovversione, dopo la trasmissione da parte dello Stato maggiore francese di un video girato da un loro drone, che ricordo mostrava, secondo l’esercito francese, i mercenari Wagner che seppellivano corpi di civili in una fossa comune a Gossi. Accuse e immagini ritenute false da Bamako e organizzate da Parigi per discreditare e incolpare i Wagner.

D’altro canto, c’è uno stallo giuridico tra i due Paesi. Già a fine 2021 il Governo golpista aveva chiesto alla Francia di rivedere il trattato di cooperazione in materia di difesa. Gli emendamenti richiesti dal Governo golpista maliano riguardavano, secondo informazioni filtrate, questioni legate a visti concessi agli operatori umanitari francesi e a esenzioni doganali. Solo dopo quattro mesi, il 29 aprile, Parigi ha risposto alle autorità maliane. È probabile che questo lungo ritardo abbia irritato il Governo maliano, che ha reagito con la denuncia del 2 maggio.

Ora il problema più immediato è quello legato alla logistica dell’uscita, dopo nove anni, delle forze francesi dal Mali – fine delloperazione Barkhane – e all’atteggiamento dell’esercito maliano che dovrà operare fuori dall’organizzazione stessa. Ricordo che le Nazioni Unite sono presenti in Mali con la missione Minusma, che conta oltre quattordicimila caschi blu, unità di polizia e “agenti” vari, che il loro mandato scade a giugno e che dovranno decidere sul rinnovo della missione. Intanto, con i media impegnati sulle informazioni e disinformazioni relative alla guerra in Ucraina, e le discussioni su quando debbano lasciare il Sahel le forze francesi e internazionali, il jihadismo dilaga abbastanza indisturbato con le sue due modalità: quella terroristica e quella peggiore, che è penetrante all’interno dei governi golpisti o meno come sta accadendo in Sudan. E intanto la compagnia dei mercenari russi Wagner amplia la sua sfera di azione nel Continente africano.