Come Bruxelles tratta la Polonia: esempio di (dis)Unione europea

Perfino in tempo di guerra le imposizioni del cosiddetto stato di diritto agli Stati europei dell’Est prevalgono sulla straordinaria generosità che Varsavia ha mostrato nell’accogliere più della metà degli ucraini in fuga dall’invasione russa.

Si riunisce oggi il Consiglio dei ministri degli Esteri dell’Unione europea, tra l’altro per discutere l’approvazione del cosiddetto “sesto pacchetto” di sanzioni contro la Federazione Russa, contenente anche l’embargo nell’acquisto del petrolio dalla Russia, proposto ormai da oltre una settimana dalla Commissione presieduta da Ursula von der Leyen: su di esso non si è ancora raggiunto l’accordo, che va assunto all’unanimità, come previsto dai Trattati.

C’è la ritrosia di Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca, particolarmente esposti in termini di dipendenza energetica dal petrolio russo: a essi però basterebbe consentire una introduzione differita dell’embargo, rispetto a quella prevista per gli altri Stati membri a partire dalla fine di quest’anno. Perché, dunque, c’è il rischio che lo stallo decisionale permanga, con grave compromissione dell’unità finora dimostrata dalla Ue nella risposta all’aggressione russa all’Ucraina, nonostante l’apparentemente facile compromesso raggiungibile nell’interesse comune?

Sempre più numerosi commentatori affermano – noi lo abbiamo fatto da tempo su questo sito – che il vero nodo riguarda l’Ungheria, con la quale il conflitto con la Commissione, soprattutto con il Parlamento, riguarda non già il merito delle sanzioni alla Russia, bensì il contenzioso relativo alla mancata elargizione dei 7,2 miliardi di euro del Pnrr a favore dello Stato magiaro, destinatario del meccanismo di condizionalità economica per cui i trasferimenti di bilancio dall’Unione ai singoli Stati possono essere sospesi o del tutto negati in presenza di loro violazioni all’ordinamento giuridico Ue.

Nel caso dell’Ungheria vi è la formale contestazione della Ue di non rispettare i princìpi dello stato di diritto, specie a causa della legislazione scolastica ungherese fortemente restrittiva nei confronti della possibile propaganda Lgbt nelle scuole, cui il Paese di Santo Stefano prova a sottrarsi attraverso il potere di veto nel Consiglio d’Europa. Tale condotta ha spinto Stefano Stefanini, già ambasciatore e Rappresentante Permanente per l’Italia presso la Nato a Bruxelles, oggi senior advisor dell’Ispi, il prestigioso Istituto per gli Studi di politica internazionale, a porsi, su La Stampa di qualche giorno fa, il seguente duplice quesito: “Come trovare un’alternativa alla schiavitù dell’unanimità per fare politica estera europea, con o senza revisione dei Trattati; se ci sia posto per l’Ungheria di Viktor Orbán nella famiglia europea”!

Dalla medesima “famiglia europea” si vorrebbe estromettere anche la Polonia, pur essa privata dei soldi del Next Generation Eu perché colpevole anche lei di “leso stato di diritto” a causa della sua riforma dell’ordinamento giudiziario. È la stessa Polonia che Federico Fubini, alieno da simpatie “sovraniste”, sull’ancor meno “sovranista” Corriere della Sera dell’11 maggio scorso, ha indicato quale esempio di accoglienza e generosità: 3,2 milioni di profughi ucraini accolti, curati, nutriti e alloggiati sul territorio polacco nel giro di poche settimane (come se è in Italia fosse accaduto lo stesso con 5 milioni di persone); tre polacchi su quattro hanno donato beni ai rifugiati, due su tre denaro, e il 40 per cento è consapevole che i rifugiati resteranno sul suolo della Polonia.

Il tutto accade senza che Varsavia riceva alcun sostegno economico dalla Ue: quell’Unione che, come ricorda il premier polacco Mateusz Morawiecki, ha corrisposto 6 miliardi di euro a Recep Tayyip Erdoğan perché trattenesse nei confini turchi i profughi siriani, poi nega qualsiasi aiuto a chi subisce un impatto più grave e pesante, all’interno dei confini europei. La Polonia è rimasta senza il gas russo perché non intende pagarlo in rubli, nel rispetto delle sanzioni Ue in materia bancaria contro la Federazione Russa, mentre l’ostruzionismo di Francia, Germania e Italia non fa neppure porre all’ordine del giorno la sua (della Polonia) richiesta di estendere tali sanzioni sulle forniture energetiche non solo al petrolio ma anche al gas.

Qual è, dunque, il criterio per giudicare europeo uno Stato membro, meritevole di rimanerlo, o che voglia diventarlo? Siamo sicuri che faccia parte dello stato di diritto la pretesa di svincolarsi dalla pari considerazione della sovranità di tutti gli Stati membri per “sottrarsi alla schiavitù della unanimità”, che altro non è se non l’altra faccia della democrazia fra gli Stati, e che per farlo si possa ricorrere anche all’aggiramento dei Trattati, che sono invece il fondamento dell’Unione e la garanzia del patto fondativo della solidarietà fra i suoi aderenti?

Anche così si induce Putin a trovare argomenti che nella sua prospettiva giustifichino “l’operazione militare speciale”, come conseguenza dell’aggressione dell’Occidente, inteso come liberaldemocrazia postmoderna, frutto decomposto della crisi della civiltà cristiana, che a su tempo aveva trasformato una penisola asiatica nel continente europeo, e poi animato e costituito la “Magna Europa” in tutti i luoghi in cui l’uomo europeo “occidentale” l’aveva esportata. La guerra in Ucraina ci impone di interrogarci, prima di tutto, su chi siamo e, solo dopo, sul che fare.

(*) Tratto dal Centro studi Rosario Livatino