Per “non-perdere” l’Ucraina

La distopia dell’Occidente

Vincere nel senso di “non-perdere”? Nel caso della guerra in Ucraina, molti autorevoli commentatori internazionali, ben introdotti negli ambienti politico-militari occidentali, continuano a chiedersi quale sia il significato per l’Occidente del verbo “vincere”, molto in voga come assunto di principio negli ambienti Nato e nei circoli politici europei e americani. In generale, la risposta è abbastanza ambigua: basta che non vinca Vladimir Putin. Ma che cosa si intende davvero allora con il termine “vincere”? Affronta l’argomento con grande competenza Gideon Rachman sul Financial Times, con il suo “Divisions in the west threathen Ucraina” (“Le divisioni occidentali sono una minaccia per l’Ucraina”). Un terreno molto scivoloso, come si vede, per il significato ambiguo del termine “vittoria”, che impone di tracciare un perimetro chiaro da parte di Kiev tra cosa è possibile cedere e quello che deve essere difeso a ogni costo. La libertà e l’indipendenza dell’Ucraina tout-court? E quale potrebbe essere il prezzo da pagare in perdite di vite umane (centomila? Un milione?) e in distruzioni, per arrestare la contabilità a un punto-limite, definibile come: “Equilibrio della reciproca Rovina”? I due concetti (vincere-non perdere), dal punto di vista delle forniture di armi e degli aiuti militari necessari a resistere all’assedio del Donbass, non significano la stessa cosa! Per la prima fattispecie dura e pura sono schierati senza riserve Inghilterra, Polonia, gli Stati Baltici e la Finlandia che hanno molto da temere dal nuovo imperialismo di Mosca.

Sull’altro versante, l’Europa e l’America, temono il prolungarsi del conflitto in corso per i durissimi contraccolpi in atto che la guerra ha sulle loro rispettive economie, tali da causare seri problemi alla stabilità politica dei principali Paesi della Ue. Infatti, a seguito degli stratosferici aumenti della bolletta energetica per famiglie e imprese, la stragrande maggioranza dei cittadini europei chiede ai propri Governi di alleggerire il sostegno all’Ucraina, con particolare riferimento alla fornitura di armi pesanti. Particolarmente presente, nel caso della Ue, è il timore più o meno fondato che, in caso di un serio rovescio militare russo favorito dall’arrivo massivo di armamenti pesanti occidentali, Mosca potrebbe far ricorso ad armi nucleari tattiche per vincere definitivamente la resistenza ucraina sul campo. Questo timore condiviso porta all’inevitabile paradosso per cui più l’Ucraina ha successo sul campo, maggiori diventano i rischi di escalation del conflitto. In questo senso, la fornitura di moderni lanciatori a medio-lungo raggio, in grado di raggiungere il territorio russo dalle attuali postazioni ucraine, potrebbe essere un pretesto per Mosca per allontanarsi da un conflitto convenzionale.

Ma, d’altro canto, a seguire le roboanti dichiarazioni di Vladimir Putin, se si vuole ricalcare le orme dello Zar Pietro il Grande non si può rischiare uno scontro nucleare che metterebbe fine a qualsiasi ipotesi di espansione territoriale della Russia attuale. Al contrario, chi è favorevole alla vittoria sul campo e alla conseguente umiliazione di Putin punta a fornire agli ucraini i mezzi necessari per annientare la flotta russa che blocca i porti sul Mar Nero. Malgrado l’intento comune dell’Occidente di non voler imporre un trattato di pace all’Ucraina, di fatto i maggiori Paesi della Ue sono restii a forniture di armi pesanti che possano rallentare la progressione dell’avanzata russa in Donbass, rendendosi conto che respingere il nemico oltre i confini antecedenti al 24 febbraio sia una pia illusione. Quindi, ancora una volta, resta in piedi il rebus insolubile di vincere sul campo quanto basta, affinché né ucraini né russi perdano la faccia!

La sensazione ricorrente negli ambienti strategico-militari della Nato, così come traspare da informati editoriali della grande stampa d’inchiesta americana, è che l’usura e il mancato ricambio nei ranghi esausti dell’esercito ucraino nel Donbass potrebbe aprire la strada verso Kiev all’esercito di occupazione russo che, a quanto pare, non ha eccessivi problemi nel rimpiazzare i battaglioni decimati e nel mettere in gioco tutto l’arsenale di armamenti convenzionali, vecchi e nuovi, a sua disposizione. L’apparato sanzionatorio messo in opera dall’Occidente ha escluso fin dall’inizio l’embargo delle forniture di gas e petrolio russi, cadendo così nella famosa trappola di Tucidide: abbiamo creduto di legare le mani all’avversario planetario che invece, proprio grazie agli auto-vincoli che ci siamo imposti, ha rigirato quelle restrizioni a suo vantaggio, giocando a piacimento con i rubinetti delle forniture energetiche (veicolate soprattutto attraverso lo Stream-1 e le pipeline ucraine e bielorusse).

Mosca infatti, a causa degli aumenti stratosferici sui prezzi del gas e del petrolio mondiali indotti dalle manovre di Putin (pagamento in rubli, finti guasti alle condotte dovuti all’embargo occidentale, che avrebbe impedito alla Russia l’acquisto dei componenti di ricambio per il funzionamento delle stazioni di pompaggio), ha ridotto le quantità precedenti esportate prima del 24 febbraio, guadagnando però molto più di prima per finanziare il suo sforzo bellico. E nemmeno sta funzionando quella che all’inizio ritenevamo essere “l’arma-di fine-di-mondo”, come l’esclusione da Swift del sistema finanziario e bancario russo (depotenziata dall’obbligo di versare in rubli i pagamenti dovuti a Gazprom), a eccezione delle banche russe che presiedono alle transazioni per il pagamento occidentale delle forniture energetiche provenienti dalla Russia, perché altrimenti l’Europa intera sarebbe andata da subito incontro a una feroce recessione economica!

Impossibile, a meno di dichiarare una guerra aperta, fermare le petroliere russe che esportano enormi quantità di greggio verso Cina, India e decine di altri Paesi che si sono rifiutati di aderire all’embargo occidentale e alle sanzioni economiche contro la Russia. Un altro aspetto chiave, è rappresentato dalla questione del “congelamento” degli asset e delle riserve in valuta estera depositati dallo Stato russo presso istituti e banche centrali internazionali. L’ipotesi da più parte ventilata di una loro definitiva confisca trova proprio nel diritto internazionale i suoi forti limiti. Aspetto e ragioni di questi ultimi sono chiariti senza mezzi termini dall’autorevole settimanale inglese, The Economist che, nel suo editoriale “Seizing the moment” (“Cogliere l’attimo”) ragiona sui pro e i contro di una simile drastica iniziativa. Quest’ultima, per essere giustificabile, ha la necessità di passare un doppio test: “in primis, occorre che sia compatibile con la “rule-of-law” dello Stato di diritto. Secondariamente, che la sua applicazione abbia un chiaro pay-off”, ovvero un vantaggio strategico per cui vale la pena rischiare un simile azzardo e il conseguente forte contenzioso internazionale.

Per The Economist al momento non sussistono le condizioni in premessa. In grande sintesi, il ragionamento a-contrario è il seguente. Negli Usa, il presidente ha il potere di confiscare asset di un Paese estero “X” depositati nelle banche americane “solo e soltanto se” l’America si trova in uno stato di guerra con “X”, o abbia disconosciuto la legittimità del suo Governo in carica. Fatto quest’ultimo totalmente escluso da Joe Biden, che ha ripetuto come gli Stati Uniti “non” si ritengano in guerra con la Russia, né considerino illegittima l’Autorità presidenziale in carica! Sotto l’aspetto, poi, della rule-of-law, le leggi internazionali stabiliscono che la riparazione dei danni di guerra a carico dell’aggressore deve coinvolgere il consenso del Paese costretto a pagare l’indennizzazione, in base a un accordo che fa tipicamente parte di un trattato di pace. Anche la confisca di beni e proprietà di singoli privati cittadini russi (come gli oligarchi), pur adottata in base alle decisioni di un tribunale nazionale, è identicamente oggetto di perplessità giuridiche e contestazioni. Dal punto di vista dell’interesse strategico, che differenza farebbe se già da ora la decisione di congelare quei fondi all’estero impedisce al Governo russo di farne uso?

Per di più, senza una definitiva chiarezza sulla legittimità giuridica di una decisione unilaterale dell’Occidente per la confisca dei beni e degli asset finanziari russi all’estero, si avrebbe una specie di catena perversa di S. Antonio, per cui il Paese sanzionato potrebbe rivalersi con pari contromisure sugli asset del o dei Paesi sanzionatori e questi ultimi reagire con altrettante misure di ritorsione, avvitando il processo in una competizione senza fine. Tanto più che simili iniziative potrebbero indurre Stati che sono in conflitto con l’America, o che hanno relazioni instabili con il suo Governo, a bypassare il sistema finanziario monopolizzato dal dollaro, che ha rappresentato finora il baluardo e il pilastro principale del potere degli Usa. Conclusione? Una volta definita che cosa sia una “non-vittoria” di entrambi i contendenti, adoperarsi al massimo diplomaticamente, a quel punto, per l’apertura dei tavoli di trattativa per porre fine alle operazioni belliche.