Spagna-Marocco: l’utopia della migrazione per necessità

Ceuta e Melilla sono le uniche frontiere terrestri dell’Unione europea con l’Africa. Due enclave spagnole nel territorio del Marocco utilizzate spesso da Rabat come strumento politico di ricatto contro Madrid e soggette da anni a una forte pressione migratoria. Circa un anno fa oltre 10mila migranti, per lo più marocchini, erano entrati, nella enclave spagnola di Ceuta, sia via mare che dalla diga che delimita il suo confine. La maggior parte furono espulsi, ma oltre un migliaio, tra cui alcune centinaia di minori senza genitori, sono ancora presenti a Ceuta. Un anno fa l’utilizzo di migranti da parte del Marocco era funzionale a esercitare una pressione politica per l’accoglienza data in Spagna ai leader dei separatisti sahrawi del Fronte polisario, come Brahim Ghali, nemico giurato di Rabat; poi le relazioni, in qualche modo, sono state riportate nei ranghi delle regole diplomatiche, anche se ancora molto tese.

Oggi il tentativo di invasione di Melilla – 12,5 chilometri quadrati situata a 150 chilometri dall’Algeria, con circa 87mila abitanti spagnoli – da parte di migranti centro africani che significato ha? Apparentemente l’aggressione non è stata organizzato dal Marocco, quindi l’arrivo alla recinzione di Melilla di circa duemila nigeriani e sudanesi, uomini, e armati di tutto, va letta in altro modo, anche se la loro presenza non può essere stata ignorata da Rabat. Intanto non ha precedenti un numero così alto di vittime scaturite dagli scontri avvenuti nel tentativo degli africani di entrare a Melilla; Rabat afferma che almeno 24 africani hanno perso la vita venerdì 24 giugno, nel tentativo di oltrepassare la recinzione che separa il territorio marocchino dall’enclave spagnola. Tuttavia le Ong locali, hanno registrato almeno 37 morti tra i migranti, oltre centinaia di feriti, alcuni in gravi condizioni, ma il conteggio è ancora provvisorio.

I fatti sono testimoniati da persone presenti agli scontri che hanno descritto una violenza selvaggia esplosa verso le 6 di mattina di venerdì della scorsa settimana, quando duemila africani si sono radunati nei boschi alla periferia di Nador, una città marocchina al confine con Melilla. Erano tutti migranti clandestini, uomini, giovani, e secondo il Collettivo delle comunità subsahariana in Marocco, quasi tutti provenienti dal Sudan e dalla Nigeria. Di notte, la “primitiva” banda di migranti, armati di coltelli, machete, bastoni, pietre, bastoni uncinati, ha percorso i quattro chilometri che separano la foresta dalla barriera di Melilla. La battaglia campale, perché di questo si è trattato, si è svolta a ridosso della recinzione del territorio spagnolo, tra le forze di sicurezza marocchine che hanno difeso, come da accordi bilaterali, l’area esterna al territorio di Melilla. Alcune associazioni umanitarie hanno affermato che la violenza delle guardie del Marocco è stata spropositata; l’applicazione di tecniche militari ha permesso prima di circondare i nigeriani e i sudanesi, poi sono stati colpiti dai gas lacrimogeni e poi bastonati e altro.

Inoltre, affermano fonti delle unità marocchine antisommossa, che molti decessi sono stati causati dalla reazione scomposta degli africani che cercando di disperdersi si sono calpestati, altri sono morti cadendo dalle recinzioni dove erano riusciti ad arrampicarsi. Un primo rapporto di queste stesse autorità ha riportato anche che almeno 140 agenti sono stati feriti, di cui 5 in modo grave. In questa occasione risulta che la Guardia civile spagnola ha osservato i colleghi marocchini fare il “lavoro sporco” assistendo alla “battaglia”. Così sabato, nove Ong, marocchine e spagnole, hanno chiesto l’apertura di un’indagine giudiziaria indipendente. 

Inoltre l’Organizzazione internazionale per le migrazioni e l’Ufficio dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, hanno ricordato ”la necessità in ogni circostanza di dare priorità alla sicurezza dei migranti e dei rifugiati, di evitare l’uso eccessivo della forza, nonché di rispettare i loro principi fondamentali diritti”. Ma questa affermazione cosa significa che le due migliaia di disperati, violenti, giovani uomini armati di tutto potevano sfondare le barrire spagnole, saccheggiare l’europea Melilla, per poi essere accolti come rifugiati in Europa? Ricordo che la Spagna esercita la sua sovranità su Melilla dal 1496 e su Ceuta dal 1580, anche se il Marocco le considerano parti integranti del proprio territorio nazionale. A Melilla il confine è materializzato da una tripla recinzione lunga circa 12 chilometri. Come quello di Ceuta, ha torri di avvistamento e telecamere di sorveglianza. Inoltre recentemente sono state sostituite le recinzioni con una facciata più liscia, lasciando pochissimi appigli per l’arrampicata.

Recentemente il premier spagnolo, Pedro Sanchez, ha sostenuto pubblicamente il piano di autonomia del Marocco per il Sahara occidentale, che è un’ex colonia spagnola controllata all’80 per cento da Rabat, ma rivendicata dal Fronte polisario, appoggiato dall’Algeria. All’inizio di aprile, il re Mohammed VI ha ricevuto Sanchez a Rabat per suggellare questa riconciliazione. È evidente che per la Spagna lo scopo principale di questa normalizzazione è garantire una cooperazione con Rabat per il controllo dell’immigrazione clandestina. Molto criticato internamente per il suo capovolgimento sul Sahara occidentale, Sanchez ha apprezzato, venerdì, lo straordinario impegno e la cooperazione di Rabat in un frangente cosi critico, che dimostra, secondo lui, ”la necessità di avere le migliori relazioni”.

Ma la “questione” va oltre la politica, e la diplomazia, ma va letta osservando la tipologia di migranti che bussano alle porte europee, privi della minima conoscenza socio-culturale del posto, e dove cercano di importare le proprie consuetudini e le proprie “modalità comportamentali”. Un’improbabile integrabilità, aggravata dall’utopia occidentale, dalle fallimentari politiche di accoglienza europee e dai tentacoli del business delle “mafie” migratorie