La mossa dello zar

Vladimir Putin è ormai con le spalle al muro. La controffensiva ucraina guadagna sempre più terreno e le truppe di Mosca sono costrette a battere in ritirata. L’Occidente è compatto nel suo sostegno a Kiev. Gli “alleati” della Russia, Cina in primis, chiariscono di non aver alcuna intenzione di prendere parte al conflitto, nemmeno indirettamente. Al contrario, espongono le loro contrarietà rispetto alla prosecuzione della guerra che sta avendo delle ripercussioni negative anche sulla loro economia. Infine, anche il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, che per mesi è indicato come mediatore tra l’asse ucraino-occidentale e la Russia, finalmente prende una posizione netta: Mosca deve lasciare i territori occupati, Crimea e Donbass inclusi. Insomma, Vladimir Putin sta realizzando di essere davvero rimasto solo.

Per giorni, in tutto l’Occidente i leader si chiedono quale potrebbe essere la risposta di Putin – stranamente silenzioso – alle sconfitte che la resistenza ucraina sta infliggendo alle sue truppe. Ebbene, l’arcano sembra essere svelato. In un discorso alla nazione, il dittatore russo annuncia le sue “contromisure”: verranno arruolati i riservisticirca trecentomila uomini – da spedire al fronte; in secondo luogo, tra il 23 e il 27 settembre si terranno dei referendum sull’annessione alla Russia nelle quattro regioni occupate – Donetsk, Lugansk, Zaporizhia e Kherson – similmente a quanto avvenuto in Crimea nel 2014.

È subito sconcerto nelle cancellerie occidentali. Gli Usa, la Gran Bretagna e la Unione europea già fanno sapere di non essere disposti a riconoscere alcuna consultazione referendaria e che questo non cambierà l’impegno occidentale a sostegno dell’Ucraina. Nello specifico, l’ambasciatrice americana a Kiev, Bridget Brink, avverte che gli Usa continueranno a stare al fianco della resistenza e che qualsiasi azione russa riceverà una risposta commisurata. Le fanno eco il cancelliere tedesco, Olaf Scholz e il suo vice, Robert Habeck, che parlano della decisione russa come di una “pessima mossa” e di “inizio di una nuova escalation”. Il portavoce della Commissione europea, Peter Stano, dice che questa scelta avrà delle pesanti ripercussioni anche sulla popolazione russa e che si tratta di un chiaro segno del fatto che il Cremlino non ha alcuna intenzione di cessare l’offensiva. L’Alto Rappresentante Ue, Josep Borrell, aggiunge che il rischio che i russi bombardino la centrale di Zaporizhia è elevato. Persino Cina e India reagiscono con freddezza e invocano il cessate il fuoco.

Kiev, nel frattempo, lungi dal mostrarsi intimorita, conferma che l’obiettivo rimane quello di riconquistare i territori occupati. Tra i governi della Nato c’è accordo anche sul fatto che si tratti di un segnale di disperazione e di debolezza da parte di Mosca, di un’implicita ammissione di difficoltà. Nel timore di ulteriori sconfitte e dinanzi alla possibilità, sempre più concreta, di dover tornare a casa a mani vuote e di veder crollare il regime, i russi pensano a questa mossa per “aggirare l’ostacolo”. Intanto, si apprende di fughe in massa dalla Russia da parte dei giovani – con code interminabili al confine con la Finlandia e biglietti aerei esauriti – e di nuovi arresti, circa mille, di manifestanti per la pace scesi in piazza nelle principali città della Federazione.

Quale valore può avere una consultazione referendaria che si sa già che verrà manipolata a favore della Russia? Nessuno, ma non è questo il punto. Putin dimostra di non tenere in alcun conto il diritto internazionale o l’opinione del resto del mondo: basta solo quello che lui dice e pensa. Proprio per questo, ci sono delle implicazioni notevoli nella decisione di indire dei referendum per l’annessione. Sebbene quelle regioni rimarrebbero comunque ucraine per il resto del mondo, la Russia le considererebbe come dei territori sottoposti alla sua giurisdizione. Il che significa che eventuali attacchi da parte ucraina autorizzerebbero, in forza della dottrina russa sul nucleare, l’uso di testate atomiche. Nonostante nel suo discorso Putin abbia precisato che non si tratta di un bluff, continua a essere improbabile il ricorso al nucleare da parte di Mosca. Per il semplice fatto che questo innescherebbe una reazione da parte delle altre potenze – Usa in primis – con conseguenze drammatiche per la Russia stessa.

Nei giorni scorsi il presidente americano, Joe Biden, ammonisce Putin a non tentare la sorte ricorrendo alle armi nucleari, perché la risposta degli Stati Uniti sarebbe “consequenziale” e “commisurata”. Ancora prima, la premier britannica, la conservatrice Liz Truss, si dice pronta a usare le atomiche laddove la Russia minacciasse la Gran Bretagna e i suoi alleati. La conferma arriva anche dal portavoce del Consiglio di Sicurezza nazionale Usa, John Kirby, il quale precisa che il ricorso al nucleare da parte della Russia avrebbe delle “conseguenze gravi” anzitutto per Mosca e che sarebbe un atto autolesionistico.

La Nato – e forse nemmeno gli “alleati” di Putin, come la Cina – non potrebbe restare indifferente a un attacco di questo tipo. Dovrebbe reagire, giocoforza. E al Cremlino lo sanno. Questo non vuol dire, ovviamente, che la cosa non vada presa sul serio o che non si debba stare all’erta.

In ogni caso, ora la priorità è fare in modo che gli pseudo-referendum non si tengano affatto. Ha funzionato per tre volte negli scorsi mesi e può funzionare ancora. Sta alla controffensiva ucraina essere più veloce, concentrarsi sui territori interessati e impedire che si consumi questa ennesimo sfregio al diritto internazionale. All’Occidente il compito di fornire agli ucraini tutto quello di cui hanno bisogno per riuscirci.