Bamboccioni in Russia

My Country. Right or Wrong!”  (“Giusto o sbagliato, questo è il mio Paese!”), dice un adagio sciovinista americano del XIX secolo. E come si traduce in russo? “Wrong: Isn’t My Country!” (“Sbagliato: non è il mio Paese!”), dopo che Vladimir Putin ha intenzione di inviare in prima linea centinaia di migliaia di riservisti. Sicché, molti dei potenziali richiamati alle armi hanno pensato bene di auto-congedarsi anzitempo, formando lunghe code alla frontiera russa per l’espatrio. Come farebbero dei bravi “bamboccioni”, cresciuti in un benessere artificiale drogato dalla risorsa energetica: soldati in pectore, quindi, che non ne vogliono sapere di sacrificare la propria vita per la Patria. Si fugge preventivamente, quindi, per precorrere i tempi postali di arrivo della cartolina precetto, dopodiché si diventa disertori e si va diritti filati nelle patrie galere. Molti, qui in Occidente, sperano in una rivolta popolare in reazione all’ultimo discorso bellicista di Putin, che ha tirato fuori dal taschino la solita testata multipla a carica nucleare. Sempre che poi riesca a lanciarle da qualche parte quelle sue migliaia di atomiche, visto che le chiavi di lancio ce l’hanno in tre e devono essere inserite contemporaneamente. Per cui, si possono fin da ora fare scommesse su chi nasconderà la (chiave in) mano per primo. Si può ragionevolmente pensare che sarà proprio il super maresciallo Sergei Shoigu (attuale ministro della Difesa) a sottrarsi, avendo l’Armata Rossa dietro di lui, i cui soldati non ne vogliono sapere di essere vetrificati sul campo, come a Hiroshima, dalla scontata risposta del nemico.

Alcuni, soprattutto in America (dove, avendolo fatto per primi, sanno bene che cosa significhi uccidere centinaia di migliaia di persone in un sol colpo), mostrano la tendenza a definire disperata la mossa ricattatoria di Putin, soprannominato in questo caso “Vlad-the-Mad”, sul modello de “Il Cacciatore”, in cui uno dei protagonisti diventa un professionista della roulette russa. Altri, invece, la vedono come una strategia del cavallo per mettere in stallo Re Volodymyr Zelensky: infatti, la russificazione, via “fake-referendum”, dei due Oblast di Donetsk e Lugansk nel Donbass legittimerebbe Putin a rispondere persino con armi nucleari tattiche anche a una sola cannonata ucraina, che dovesse colpire quello che una volta era solo un territorio occupato dai russi, fino a causare la “fine-del-mondo” alla Stranamore per una concatenazione di eventi casuali che coinvolgano la Nato e gli Usa. Ora, la sola mobilitazione dei riservisti può rappresentare un terremoto socio-politico per il regime di Putin, dato che anche a Mosca si può trovare qualche Cavallo di Troia nel cuore stesso del Cremlino, al cui interno si potrebbero nascondere persino elementi dei servizi segreti e non pochi generali dello Stato Maggiore. Chi sa, infatti, non si nasconde in un’ovvia realtà: ovvero, che i riservisti rappresentano uno sciagurato impedimento all’operatività delle forze di terra per la loro mancanza di professionalità (che non può essere colmata con una formazione breve) e, soprattutto, a causa della carenza di armamenti e di mezzi blindati di trasporto da mettere a loro disposizione. Per cui le armi occidentali di grande precisione delle quali dispongono oggi gli ucraini farebbero letteralmente strage dei nuovi arrivati, anche a causa dell’impossibilità di provvedere alla copertura aerea da parte russa.

Per di più, Shoigu ci tiene al portafoglio: gettare moltissimi rubli nella fornace per pagare riservisti incompetenti è, giustamente dal suo punto di vista, una vera e propria follia, al pari di quella di dover distrarre molte migliaia di ufficiali dall’impiego bellico alla formazione dei nuovi arrivati, depotenziando così una linea di comando già abbastanza disastrata di suo. Sulla carta, Shoigu ha asserito che si tratterebbe di mobilitare appena l’uno percento (250mila effettivi, all’incirca) della forza totale di riserva, pari a 25 milioni di unità. Eppure, questa mossa di Putin – più che una minaccia – rappresenta un fattore di propaganda. Tenuto conto, infatti, che occorrerebbero comunque molti mesi per la formazione e l’inquadramento dei riservisti, dovendo per di più costruire nuove catene di comando con l’annesso supporto logistico, di fatto questa mobilitazione parziale voluta da Putin avrà uno scarso, se non uno “zero-effect” sul campo di battaglia, in quanto non servirebbe da freno all’attuale avanzata ucraina. La filosofia che guida una scelta simile ha un’impronta nazionalista estrema per cui, pur di non perdere la guerra in Ucraina, si ritiene lecito e inevitabile il ricorso all’arma nucleare. Ma, rispetto alla russificazione del Donbass, via finto referendum, esiste in merito anche un’altra prospettiva: ovvero, che cosa accadrebbe se l’Ucraina “occupasse” i nuovi territori russi? A quel punto, Mosca dichiarerebbe guerra a Kiev? Tra l’altro, come scrive il ben informato Financial Times (Putin raises stakes del 22 settembre), soltanto due milioni di ex coscritti e mercenari avrebbe una formazione militare sufficiente ma scarsamente aggiornata e che, quindi, non sarebbero per la loro stragrande maggioranza “combact-ready”.

La Rand Corporation attesta stime ben più al ribasso dei riservisti russi in grado di essere immediatamente impiegati sui teatri di guerra ucraini, il cui numero oscillerebbe appena tra le 4mila e le 5mila unità, le uniche ad aver ricevuto una formazione regolare con cadenza mensile e annuale, anche se il Governo russo ha in programma una formazione permanente per una congrua parte della forza di riserva. Pertanto, secondo esperti della Rand, “difficilmente questa mossa di Putin potrà intimidire l’Ucraina e l’Occidente. Invece, il suo più che probabile fallimento renderà le cose ancora molto peggiori per Putin, avendo in tal modo esaurito tutte le scelte possibili” per mantenere un conflitto a bassa intensità, come avrebbe voluto essere quello della “Operazione Speciale”, limitata nel tempo e nell’impiego di uomini e di mezzi, in quanto puntava a una vittoria-lampo con la conquista immediata di Kiev. Malgrado questa sostanziale e innegabile semi-mobilitazione generale, il Cremlino tenta di rassicurare la popolazione, attraverso le dichiarazioni recenti di Shoigu, secondo cui la vita dei russi continuerà nella sua normalità quotidiana e i giovani che studiano continueranno a farlo, senza temere di essere chiamati a servire la Patria. Anche lì, come si vede, è pieno di “bamboccioni”, mentre gli ucraini non ci hanno impiegato un attimo a rendere mobilitabili tutti gli uomini al di sotto dei sessanta anni.

Ma sarà difficile, per il futuro, mantenere la retorica connessa alla propaganda della “Operazione Speciale” (termine con il quale Putin aveva inteso di allontanare lo spettro di una “guerra patriottica”, come la furono quelle precedenti con milioni di vittime militari e civili), senza ricorrere all’applicazione della legge marziale e alla coscrizione obbligatoria. Altrettanto problematico si rivelerà continuare nella finzione attuale di presentare il conflitto in Ucraina come un evento lontano, senza gravi ricadute per quanto riguarda il tenore di vita della popolazione russa. In realtà, le sanzioni occidentali e la contrazione delle entrate, a causa della riduzione dei consumi esteri di gas e idrocarburi, tendono progressivamente a smentire la postura arrogante di Mosca, dato che non basterà a Putin un sempre maggiore ricorso alla spesa pubblica per ottenere il consenso popolare alla guerra in Ucraina. Infatti, nel momento in cui si scivola lentamente verso la mobilitazione di massa, il fatto stesso di coinvolgere nella guerra sempre più ampie fasce della popolazione provocherà, inevitabilmente, una caduta del consenso popolare nei confronti del regime putiniano che, è bene ricordarlo, è pur sempre una “democratura”, per cui periodicamente si procede (con più o meno brogli) all’elezione a suffragio universale del Presidente della Federazione.

E questo, di fatto, non sarà più possibile con il Paese in guerra, in cui lo stesso Putin non potrà che conservare i pieni poteri, fino alla sconfitta o alla vittoria. Una follia, se si parla sempre più di frequente del ricorso all’arma nucleare!