Guerra in Sudan: colpo di Stato o resa dei conti tra i generali al potere?

mercoledì 3 maggio 2023


Nonostante le numerose tregue concordate per il periodo della fine del Ramadan, la guerra civile in Sudan è ripresa in questi ultimi giorni in maniera cruenta. Una guerra civile, apparentemente interna, tra le Forze armate sudanesi (Saf) guidate dal Generale Abdel Fattah al-Burhan, ancora oggi a capo del Consiglio Sovrano sudanese e Mohamed Hamdan Dagalo, anche lui di provenienza dalle Forze armate sudanesi. Circostanza, questa, che invita a meglio chiarire gli antefatti riguardanti questi due personaggi.

Dagalo, detto “Hemetti”, è nato negli anni Settanta all’interno di una tribù arabo Rizeigat di pastori “cammellati”. La sua famiglia emigra dal Ciad al Darfur negli anni Ottanta ed Hemetti, prosperando sempre più nel commercio, diventa un punto di riferimento per la popolazione locale. Nel 1989, un golpe militare appoggiato dal Fronte nazionale islamico (Fni) porta al potere il generale Omar Al-Bashir in Sudan. Due anni dopo, Hemetti si unisce a dei miliziani janjawid: “demoni a cavallo”, arabi mobilitati da Khartoum per sradicare la ribellione in Darfur. Nei decenni successivi Hemetti guadagna sempre più prestigio tra i Janjawid. Le malvagità dei miliziani provocano l’esodo di 3 milioni di persone verso i campi profughi in Darfur e Ciad.

Nel 2011, anche grazie all’ottenimento dell'indipendenza del Sud Sudan, Khartoum perde quasi l’80 per cento delle sue risorse petrolifere. Fortunatamente, forse grazie ad alcune indicazioni da parte della Russia, il presidente Al Bashir chiama i suoi uomini alla corsa ai giacimenti di “oro” e, nei dieci anni successivi, il Sudan diviene il terzo produttore di oro del continente africano. Nel 2013, Al-Bashir crea le Rapid support force (Rsf), ossia un’unità paramilitare composta da ex janjawid, con il preciso scopo di ridurne il peso dell’esercito regolare. “Hemetti” è promosso generale e prende il comando della Rfs e, al tempo stesso, si manifesta quale “braccio destro” di Al Bashir.  Si reca a Khartoum per reprimere le prime manifestazioni contro il regime. La sua azione si concentra poi nel Darfur, nel Sud Kodokan e lungo il Nilo Azzurro.

Nel 2015 il Sudan di Al Bashir entra nella coalizione guidata da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti (Uae) contro i ribelli Houthi (shiiti) dallo Yemen, con la partecipazione di 16mila uomini della Fsr sotto la guida di “Hemetti” che, in quella occasione, strinse legami con Abdel Fattah Al-Bourhane.

Nel 2016, quando il Sudan è incaricato dall’Unione europea di arrestare il flusso migratorio dal Corno d’Africa verso la Libia, gli uomini di Hemetti si occupano del controllo delle frontiere. In quella occasione, poiché Hemetti aveva preso il controllo delle miniere d’oro e di conseguenza, grazie anche ai contatti instaurati durante la guerra in Yemen con gli Emirati Arabi Uniti, acquisisce in proprio il mercato dell’oro di Dubai. In parallelo, prende accordi con il gruppo paramilitare russo “Wagner”, allora dimostratosi molto disponibile ed attivo nel controllo e protezione del commercio dell’oro. Diventato uno degli uomini più ricchi del Sudan, ai suoi Fsr viene concessa maggiore autonomia da Al-Bashir, ampliando il divario con l'esercito.

Nel dicembre 2018 iniziano manifestazioni contro il regime di Omar Al-Bashir. Hemetti sente il vento girare. Dopo il rovesciamento del dittatore, l’11 aprile 2019, diventa il numero due del generale Al-Bourhane, capo dell’esercito regolare, all’interno del Sovrano Consiglio, che dal luglio di quello stesso anno condivide il potere con il Governo civile.

Nel 2020, gli uomini della Fsr sono inviati in Libia, in appoggio alle forze del maresciallo Haftar. Il 25 ottobre 2021 Hemetti e Al-Bourhane rovesciano il Governo di transizione sudanese. Una mera alleanza opportunista! Al Bourhane è un militare di carriera che beneficia del supporto dell’Esercito regolare, nonché del sostegno dell’Egitto, ma anche del Movimento islamista sudanese. Hemetti cerca, quindi, di smarcarsi dall’Esercito regolare di Al-Bourhane, presentandosi come “uomo del dialogo e della comunicazione”, con visite ufficiali in Etiopia, Eritrea, Ciad, Turchia, Emirati Arabi e, per finire, in Russia… proprio all’inizio dell’invasione russa in Ucraina. Una visita da considerare d’obbligo, in quanto legata agli accordi già in atto in Sudan con il gruppo paramilitare russo “Wagner”. Mentre Al-Bourhane sembra aprirsi alla Cina per la costruzione di un’autostrada tra Khartoum e il porto di Suakin, dove la Turchia ha già in corso lavori di ammodernamento portuale.

Come noto, il 15 aprile scorso è scoppiato, quasi inatteso, il conflitto tra le forze regolari di Al-Bourhane e quelle del Fsr di Hemetti e si è reso evidente per violenza e dimensione. Nel giro di qualche giorno, il conflitto si è esteso all’intero resto del Paese, in particolare nel Darfur. Mentre Al-Bourhane denuncia il “tradimento” di Hemetti, lui asserisce di lottare contro gli islamisti, schierati contro l’esercito sudanese. Da allora, la popolazione di Khartoum, 5 milioni di persone, è rimasta intrappolata nei combattimenti e, come ben noto, le sedi diplomatiche di tutto il mondo hanno disposto l’evacuazione immediata dei rispettivi cittadini.

Purtroppo, la guerra fratricida attualmente in corso vede coinvolte anche altre nazioni, in particolare la Russia. Terzo per estensione geografica in Africa, posto tra il Sahel e il Mar Rosso, Khartoum da tempo attrae le attenzioni di vari attori internazionali. Come sopra accennato, attraverso la Wagner, grazie anche al completo disimpegno operato dalla Cina sin dal mese scorso, la Russia gioca un ruolo egemone sul futuro del conflitto, anche considerando che la Wagner ha permesso la creazione di una zona ibrida tra economia legale e illegale, in quanto rappresenta l’unico modo per esportare i prodotti estratti dalle miniere, tenuto conto che il Sudan è sotto embargo internazionale.

In tutto questo, con la Russia presidente di turno del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il silenzio più assoluto sembra regnare su questo fratricidio di massa.


di Fabio Ghia