12 giugno 2012POLITICA
Buona parte dell'establishment del nostro paese sembra avere un
forte interesse a mistificare l'origine dell'attuale crisi. Non v'è
dibattito mediatico in cui non prevalga l'idea, oramai divulgata al
livello di credenza popolare, che i nostri guai dipendano da una
certa egemonia della finanza nei confronti dell'economia reale, la
quale avrebbe orientato la cinica e bara speculazione a colpire,
chissa poi perchè, in modo particolare l'Italia e gli altri Paesi
mediterranei dell'Ue.
Da questo assunto deriva, come principale conseguenza, una forte
richiesta di politica per uscire dai guai. Politica che, data la
nostra permanenza oramai forzata nell'euro, non può che estendersi
all'intera Europa unita. Tant'è che proprio nel corso di Coffee
break - talk condotto da Tiziana Panella su La7 - di lunedì, un
autorevole ospite spagnolo ha candidamente dichiarato, senza essere
minimamente controbattuto da nessuno, che se solamente la politica
può risolvere la crisi, allora è giusto e sacrosanto che sia la
politica europea a farlo. Ciò, tradotto in un linguaggio
comprensibile ai più, non significa altro che realizzare a livello
comunitario una ulteriore espansione dei fattori principali che
hanno messo in ginocchio alcuni dei suo membri, tra cui l'Italia.
Ossia ulteriore aumento dell'indebitamento complessivo, attraverso
euro-bond o project-bond che dir si voglia, e conseguente crescita
della spesa pubblica. Quest'ultima finalizzata a sostenere la
ripresa attraverso la solita, e francamente stantia, impostazione
keynesiana.
Ma, in realtà, il vero motivo che spinge quasi all'unisono
l'intera classe politica a premere affinchè l'Europa adotti misure
finanziariamente espansive, compresa l'idea pazza della stampa
illimitata di moneta, è molto meno nobile di quello che si vorrebbe
far credere. In sostanza, trovandosi obiettivamente a corto di
risorse da redistribuire in cambio di consenso, il partito
trasversale del deficit-spending spera di riuscire, grazie
all'Europa, a trovare altre fonti di finanziamento per continuare a
regalare "caramelle" ai propri elettori. Tant'è che, almeno da noi,
la linea rigorista non sembra neppure presente nell'intero panorama
politico, grillini compresi. Anzi, più che rigorista la potremmo
definire linea del buon senso in quanto, all'interno di un paese
gravato da un indebitamento colossale ed entrato in una profonda
recessione, tutto occorrerebbe fare fuorché proseguire lungo la
strada che ci sta portando alla bancarotta. Ma invece di riportare
in equilibro il sistema, contenendo fortemente la spesa pubblica e
le imposte, così da liberare risorse per una crescita endogena
dell'economia, si pensa di allargare i confini del citato
deficit-spending a tutta l'Ue. E da questo punto di vista tanto
l'idea dei titoli europei che quella di emettere grandi quantità di
nuova moneta rappresentano la stessa faccia di impostazione
chiaramente fallimentare.
È, difatti, mia profonda convinzione che, in termini generali,
ogni ulteriore allargamento della quota di risorse controllata
direttamente dalla politica - sotto qualunque forma venga
realizzato - non può che squilibrare ulteriormente il quadro
socio-economico di un paese, ingigantendo la componente
improduttiva a parassitaria, a tutto danno dei ceti che ancora
tirano la cosiddetta carretta. Per questo ritengo che non ci
vogliano idee pazze per riprendere a crescere, bensì scelte sane
che ci riportino entro i confini di una finanza pubblica in cui il
pareggio di bilancio, oramai sempre più utopico, si raggiunga
esclusivamente attraverso un sostanziale abbattimento della spesa
pubblica. In caso contrario, ahinoi, ci penserà il fallimento del
sistema a spazzare via ogni illusione salvifica della politica.