16 giugno 2012ECONOMIA
Proprio come i tre birilli finali del bowling, Grecia, Spagna e
Italia rischiano di cadere giù, trascinati l'uno dall'altro. E pur
di non cadere spinti da Atene, visto che domenica 17 in Grecia si
terrà un vero e proprio referendum sull'Euro, a Madrid e a Roma
stanno correndo ai ripari. Vedi l'annuncio immediato fatto ieri da
Grilli di vendita a Cassa depositi e prestiti, società per azioni a
controllo pubblico, delle società Fintecna, Sace e Simest.
Obiettivo dell'operazione? «Avrà un impatto importantissimo
sulle entrate dello stato: stimiamo questa operazione in circa 10
miliardi di euro». Un annuncio che segue prima l'apertura di Monti
all'ipotesi di vendere immobili pubblici poi, sul fronte politico
interno, la richiesta ai partiti della maggioranza di un "mandato
forte" per varare riforme urgenti. Se è un segnale, ieri lo spread
Btp/Bund ha chiuso in ribasso a 436 punti di differenza.
Occorre però andare con ordine. Sabato scorso il governo
spagnolo aveva ottenuto il via libera dall'Eurogruppo per il piano
di salvataggio da 100 miliardi: l'emergenza era il patrimonio delle
banche iberiche, secondo tutti troppo sottocapitalizzate. Nel giro
di 48 ore però la sfiducia delle Borse ha costretto un'agenzia
minore come Egan-Jones a declassare, per la quarta volta
consecutiva in un mese, i titoli spagnoli fino a junk
("spazzatura") con voto CCC+. Secondo Egan-Jones, Madrid -
soffocata dalla spirale dei debiti bancari - ha il 18% di
probabilità di finire in default l'anno prossimo. Allora alla
comunità finanziaria era apparso prematuro.
Forse. Perché mercoledì è arrivata la bocciatura di un big del
rating finanziario come Moody's: dagli analisti newyorkesi la
Spagna è giudicato ormai debitore poco affidabile, se ha declassato
il suo debito di ben tre gradini, da "A3" a "BAA32". Un gradino
sopra il livello spazzatura. Moody's prevede che il rapporto
debito-Pil crescerà al 90% quest'anno, in aumento «fino alla metà
del decennio». A conferma della diagnosi, giovedì lo spread
fra Bonos spagnoli e Bund tedeschi è schizzato a quota 552 punti
base, con i tassi che sfiorano il 7%. È allarme rosso.
A Roma nel frattempo, benchè alle spalle si abbia la più stabile
e affidabile delle tre economie mediterranee, pure, si balla.
Mercoledì c'era stato il rialzo dei BoT annuali che, seppur
stravenduti dal Tesoro, erano stati collocati quasi al 4%. Giovedì
altro giro, altro rialzo. Complici i dati ufficiali sullo stock di
debito pubblico resi noti da Bankitalia (il nuovo record è quota
1.948,584 miliardi di euro), l'asta prevista per i Btp a tre anni
ha portato di nuovo su i tassi: prestare soldi allo Stato italiano
a tre anni ora costa il 5,30% dal 3,91% dell'analoga asta di
maggio. Il massimo da dicembre, quando la febbre era di nuovo a 39.
Ma chi detiene oggi più quote del debito di questi Paesi?
«Difficile dire chi oggi detenga più quote dei debiti sovrani: la
platea degli investitori è sempre varia fra assicurazioni, fondi di
investimento. E soprattutto banche», dice all'Opinione Mario
Seminerio , economista ed analista finanziario. «Una cosa ormai è
certa: il destino delle banche è strettamente intrecciato a quello
del rischio-Paese».
Il caso italiano ci dice che ad aprile di quest'anno gli
istituti italiani detenevano 327,5 miliardi di euro di titoli di
Stato: un incremento di circa il 32,3% rispetto a novembre. «Anche
se questo numero non è disaggregato, è verosimile attendersi che in
larga maggioranza si tratti di titoli di Stato italiani», sostiene
Seminerio sul suo blog Phastidio. In assoluto un'interdipendenza
pericolosa? «Non sempre. Ad esempio, in base ad un rapporto OCSE
citato da FT-Alphaville, le banche tedesche hanno ampiamente
beneficiato della garanzia federale. Il che significa che se il
Paese è stabile e forte si può persino creare un virtuosismo».
Tuttavia non è il caso dell'economie mediterranee, dove si vanno
aggiungendo sofferenze a sofferenze. Quanto alle banche italiane è
un dato di fatto che si trovino anch'esse in condizione di grande
fragilità: «Il rischio per gli istituti è che si crei un
avvitamento per cui crediti inesigibili, dovuti a un'economia che
non cresce e dunque in recessione profonda, porti a erodere il
capitale», spiega Seminerio. Banche che, oltretutto, hanno già da
mesi stretto i cordoni della borsa in fatto di mutui e fidi alle
imprese. La speranza è che, come sta accadendo in Grecia, non siano
costretti anche a chiudere gli sportelli ai singoli cittadini,
terrorizzati all'idea di non vedere più i propri quattrini.