16 giugno 2012POLITICA
E se Alemanno trovasse il modo di ricandidarsi senza dover
rischiare lo strappo alla Capitale? In gioco c'è il suo futuro
politico. E quando si parla di politica ci sono due regole
fondamentali. La prima è che una settimana, in politica, è un'èra.
La seconda è che ti devi sempre costruire una via alternativa,
perché, in politica, gli sgambetti sono sempre dietro il primo
angolo. Alemanno, a prescindere dal fatto che non rientra
nell'annovero dei politici più arguti che conosca la nostra
nazione, queste regole le conosce bene.
E quindi corre ai ripari. La sua condizione è quella di un primo
cittadino che non vuole ricandidarsi ma che non ha, di contro, la
sicurezza di essere reinserito nella mappatura nazionale del (ex?)
maggiore partito di centrodestra. Cosa farebbe un politico navigato
come Gianni? Di sicuro vaglierebbe, con la migliore approssimazione
possibile di certezza, tutte le possibilità che gli sono di fronte.
Allora, chi meglio degli avvocati (meglio se quelli del Comune o
comunque che abbiano dimistichezza e conoscenza della Costituzione
e delle leggi elettorali) per avere lumi sull'interpretazione
dell'incandidabilità e dell'ineleggibilità di chi vorrebbe
candidarsi sia come sindaco, sia come parlamentare? La legge e la
sua interpretazione parlano chiaro. Nella condizione di Alemanno,
se si volesse candidare al Parlamento, dovrebbe dimettersi sei mesi
prima della scadenza del suo mandato, perché la campagna elettorale
non deve essere "inquinata" da una posizione politica ed
istituzionale equivoca, che lo vedrebbe non solo sindaco della
Capitale, ma anche fotografato su manifesti elettorali ben denotati
dalla collocazione politica di chi lo candiderebbe. E questo,
almeno per l'interpretazione consolidata dalla norma, non si può
fare.
Ma sembra che in Campidoglio ci sia un alacre lavorìo di teste,
che stanno cercando la via d'uscita a questa interpretazione,
creandone una nuova, che salvi almeno formalmente (non di fronte
all'elettorato e al sentire comune), una possibile doppia
candidatura. Proprio lui, il sindaco di Roma, che come primo atto
della sua consiliatura, obbligò, chi più chi meno, ad abbandonare i
doppi (e tripli) incarichi dei suoi assessori e consiglieri.
Insomma, se fosse vero che esiste una task force di avvocati
dedicati alla doppia candidatura, sarebbe un caso da manuale di chi
predica (e impone) bene e razzola male.