Quei profittatori della legge Pinto

di Dimitri Buffa

17 luglio 2012POLITICA

 

Chi cerca i risarcimenti da parte dello stato (grazie alla legge Pinto) dopo avere aspettato per dieci anni che si definisse una causa civile, penale o amministrativa, va considerato un «profittatore». Lo ha detto giovedì scorso l’attuale guardasigilli, Paola Severino, in uno di quei convegni estivi sulla giustizia che hanno la stessa utilità della programmazione Rai da giugno a settembre. Secondo il ministro, anzi, «la corsa all’impugnazione delle cause è dietro l’angolo».

A darne notizia in prima pagina, e con un certo divertito compiacimento, il quotidiano Italia oggi. Che ha riportato anche questa espressione della ministra in questione: «Con la complicità della prospettiva di lucro relativa all’indennizzo dalla cosiddetta legge Pinto legato alla violazione del termine ragionevole di durata del processo, tutti ricorrono». E infatti «i ricorsi alle Corti d’Appello nel 2011 sono 53.138 rispetto ai 44.101 nel 2010, con un incremento annuale del 20,5%». Insomma, per la Severino i sudditi, pardon i cittadini, devono starsene cornuti e mazziati per non dare l’idea di approfittarsene. Come se un qualsivoglia povero Cristo che ha ottenuto una sentenza finale in materia di diritto del lavoro dopo dieci o quindici anni ne dovesse essere entusiasta, magari per “lucrare” magari cinque o seimila euro allo stato. Perché questa è l’entità standard dei risarcimenti. Con il paradosso che se uno non ricorre in appello, vengono considerati “ragionevoli” anche sei anni per un solo grado di giudizio. Senza contare il fatto che, da quando esiste la legge Pinto, voluta dall’omonimo senatore degli ex Popolari durante l’ultimo mese del governo Amato, i risarcimenti accordati vengono liquidati con periodi di attesa che vanno da uno ai quattro anni. Cosa che ha provocato ulteriori ricorsi all’Europa per ottenere l’ottemperanza dello stato. Prima quando ci si rivolgeva direttamente all’Europa si ottenevano i soldi in sei mesi dopo la sentenza. Al massimo. 

Ma in quel convegno si è sentito anche qualcuno che, per compiacere la Severino, ha persino parlato di «clienti che chiedono agli avvocati di rallentare la causa». Per poi chiedere i risarcimenti della legge Pinto. Una cosa che ha veramente del fantascientifico. Nessuno invece che abbia ricordato alla Severino come fosse stato il centrosinistra, che non voleva migliaia di condanne in Europa, a inventarsi  questa scorciatoia del risarcimento semi-automatico della legge Pinto di modo che l’immondizia restasse sotto il tappeto.

Non riuscendo questo ministro, già allieva prediletta di un precedente guardasigilli del centrosinistra, avvocato Giovanni Maria Flick, a rendere agli italiani il servizio giustizia in una maniera che non ci «umili davanti all’Europa» (per usare le parole del Capo dello stato Napolitano proferite circa un anno orsono in un convegno su carceri e giustizia organizzato dai radicali di Marco Pannella e dal presidente del Senato, Renato Schifani, nella sala Zuccari a Palazzo Madama), l’unica cosa che rimane da fare è rovesciare la frittata addosso a quei cittadini che osano protestare. Non come i “bravi sudditi” che invece non ricorrono né in Europa né per ottenere risarcimenti ex lege Pinto.

Questa realtà rovesciata, questa arroganza delle istituzioni, ha indispettito non poco gli avvocati italiani, che ormai vedono la Severino come il fumo negli occhi. Perché la logica della signora in questione, per smaltire l’arretrato, non è stata, come tutti si sarebbero aspettati, di strigliare i magistrati civili che sono tra i più lenti e svogliati d’Europa. No, si è preferito fare filtri economici alle cause, per scoraggiare il cittadino a chiedere il servizio giustizia. Il tutto sul presupposto, vero e proprio luogo comune, avallato da media servili e compiacenti, che siccome ci sono troppi avvocati ci sono anche troppe cause. Niente di più falso ovviamente: in Italia la giustizia notoriamente non funziona perché tutto l’apparato ministeriale è distrutto dalla burocrazia esistenziale di una parte dei magistrati. E questo nel ramo civile va moltiplicato al cubo. La Severino, con l’aumento pazzesco dei vari “contributi unificati” per iscrivere semplicemente un causa a ruolo, ha anche raggiunto il paradosso di favorire le pratiche corruttivo-clientelari. Raccontava l’altro giorno un noto avvocato, in uno di quei corsi per “crediti formativi” che vengono fatti ai colleghi più giovani, che «ormai per appellarsi contro l’assegnazione di un appalto da 25 mila euro bisogna anticiparne 5 mila di contributo unificato».

Con il risultato che sempre più spesso i clienti si rivolgono ai legali in questa maniera: «Avvocà, se devo dare 5 mila euro a lei solo per iscrivere a ruolo questa causa che si discuterà fra dieci anni, tanto vale che li passo all’assessore che l’appalto lo fa avere a me...». Altro che legge anti-corruzione.