Mattei e quell’antico patto stato-mafia
Spesso l’uomo di strada è molto più intuitivo di politici e giornalisti sulle vicende italiane. L’uomo di strada sorride sulla trattativa Stato-mafia che si sarebbe consumata tra il 1989 ed ‘92. Soprattutto si chiede “ma come, da sempre i servizi segreti italiani hanno delegato alla mafia i lavori più sporchi e gli omicidi?”. Osservazione lecita, soprattutto se si considera che dall’inchiesta della Procura di Pavia, che riapriva a metà degli anni ‘90 le indagini sull’omicidio di Enrico Mattei, risultava evidente l’insabbiamento del crimine. Scriveva il sostituto procuratore di Pavia, Vincenzo Calia: «L’esecuzione dell’attentato venne pianificata quando fu certo che Enrico Mattei non avrebbe lasciato spontaneamente la presidenza dell’ente petrolifero di Stato». L’inchiesta di Calia ha dimostrato che l’esplosione che abbatté l’aereo su cui viaggiavano il presidente dell’Eni, il pilota Irnerio Bertuzzi e il giornalista americano William McHale venne causata da una bomba. L’inchiesta del 1962, presieduta dal generale dell’Aeronautica Ercole Savi, si concluse con “l’impossibilità di accertare la causa del disastro”: un insabbiamento, l’attentato ordinato dai vertici di servizi e Dc venne eseguito dalla mafia.
Il 27 luglio 1993 era il “pentito di mafia” Gaetano Iannì a rivelare che, per l’eliminazione di Mattei, ci fu un accordo tra non meglio identificati uomini dei servizi americani, Cosa nostra siciliana e, dulcis in fundo, uomini della Dc proni alla politica Usa dell’epoca. A posizionare la bomba sull’aereo di Mattei sarebbero stati uomini della famiglia mafiosa di Giuseppe Di Cristina. Tommaso Buscetta (storico pentito) confermava che la mafia americana avesse chiesto a “Cosa nostra” di eliminare Enrico Mattei, nell’interesse delle compagnie petrolifere americane e della stabilità democristiana in Italia. A conti fatti Mattei era il finanziatore d’una parte della politica, inviso agli interessi che accomunavano la Dc a Cosa Nostra d’oltre Atlantico.
Che la mafia avesse reso un favore a governo italiano e petrolieri statunitensi emerge dalle indagini su un altro caso, la scomparsa di Mauro De Mauro (giornalista dell’Ora di Palermo). La scomparsa di De Mauro è datata 16 settembre 1970: una delle piste seguita dall’inchiesta ipotizza proprio che il giornalista sia stato sequestrato e ucciso per aver scoperto il groviglio d’interessi che condannò a morte Enrico Mattei. De Mauro aveva ricevuto dal regista Francesco Rosi l’incarico di collaborare alla stesura della sceneggiatura del film “Il caso Mattei”. Incarico non certo casuale: De Mauro era l’unico che poteva ricostruire gli ultimi due giorni di vita del presidente Eni Mattei, trascorsi in Sicilia in compagnia del giornalista, a cui aveva raccontato anche i suoi dubbi e le tensioni che si stavano accumulando sulle scelte petrolifere dell’Italia. Nel libro di Fulvio Bellini e Alessandro Previdi (“L’assassinio di Enrico Mattei”) si parla proprio del clima politico che aveva preparato l’omicidio. Poi puntualmente è giunta la mietitrice: la mafia.
Una ricostruzione minuziosa del caso Mattei, ad opera dell’Executive Intelligence Review, dimostra come il presidente dell’Eni fosse riuscito a convincere la Casa Bianca (l’amministrazione Kennedy) che i metodi coloniali delle “sette sorelle del petrolio” infangavano l’immagine democratica degli Usa. Messaggio ritenuto pericolosissimo da David Rockefeller (capo delle sette sorelle e amministratore della Chase Manhattan Bank). E non dimentichiamo che la Chase Manhattan Bank era l’istituto che Lucky Luciano aveva privilegiato per esportare il suo tesoro in Italia: da quel momento (e fino alla nascita della banca di Sindona) era assurta ad istituzione creditizia gradita alle grandi famiglie italo-americane di “Cosa nostra”.
Enrico Mattei piaceva all’amministrazione Kennedy: così il presidente Usa fece pressioni su una compagnia petrolifera (la Exxon) per concedere all’Eni numerosi diritti di sfruttamento. Mattei era per tutti sull’Olimpo, ma certi addetti ai lavori già lo vedevano con un piede nella fossa.
Cosa Nostra lo pedinava, e certamente avrà potuto delegare l’ingrato compito alla mafia italiana: incarico che i servizi segreti del Belpaese non avrebbero dovuto ignorare, visto e considerato che l’Eni era considerata “azienda strategica”. Mattei, terminati gli impegni in Sicilia e poi a Milano, era pronto a decollare per Washington: avrebbe incontrato Kennedy, ma il 27 ottobre 1962, alla vigilia del viaggio, Mattei veniva assassinato. Un anno dopo toccava a Kennedy. Nel rapporto confidenziale del Foreign Office del 19 luglio 1962 si legge “il Matteismo è potenzialmente molto pericoloso per 
tutte le compagnie petrolifere che operano nell’ambito della libera concorrenza (...). Non è un’esagerazione asserire che il successo della politica Matteista rappresenta la distruzione del sistema libero petrolifero in tutto il mondo”. Il patto Stato-mafia (quello alla Lucky Luciano) era rodato negli Usa, e certamente le sue propaggini italiane erano servite ad eliminare lo scomodo presidente Eni.
Ma è la politica che controlla la mafia o l’esatto contrario? I fatti dimostrano che politica e mafia si sono protette e confortate: la politica suggeriva alla mafia d’ammodernarsi e strutturarsi per garantire il consenso, e don Calogero Vizzini (morto nel ‘54, sindaco di Villalba e primo boss moderno della mafia) istituzionalizzava nel 1950 l’“organismo di governo” detto “Commissione mafiosa” o “Cupola”. La “cupola mafiosa” rinvigoriva i collegamenti con i cugini americani, quelli con cui Vizzini e Luciano avevano siglato il patto Stato-mafia del 1944, poi rinnovato col passaggio degli indipendentisti siciliani nella “Diccì”. Non dimentichiamo che furono gli alleati (il dipartimento di Stato Usa) ad imporre Calogero Vizzini nel 1944 come sindaco di Villalba, e per servigi resi alla causa di liberazione dell’Isola.
Nel 1960 l’accordo Stato-mafia era troppo forte, ed una crepa nei rapporti con i poteri forti Usa avrebbe nociuto anche alla “Diccì”: a dimostrarcelo c’è l’audizione, di fronte alla seconda sezione della Corte d’Assise di Palermo, del collaboratore di giustizia gelese Antonio La Perna. La Perna ha ricostruito movente e mandanti dell’assassinio di De Mauro, spiegando che “era collegato alla morte di Mattei”. La Perna ha raccontato del suo gruppo di fuoco: quello della famiglia di Gela, che sotto la guida dei fratelli Emmanuello avrebbe dovuto occuparsi dell’uccisione di Mattei in Sicilia. Ma poi cos’è successo? Di certo si sa solo che l’omicidio era stato commissionato alla mafia, e che i vertici dei servizi italiani ed Usa ne erano a conoscenza.
«Era tutto pronto per quel delitto - ha raccontato La Perna - avevamo già nascosto le armi in un casolare vicino Gela e fatto sopralluoghi nei pressi dell’Agip di Gela dove si doveva fare l’attentato, o in alternativa a Gagliano Castelferrato, dove Mattei fece l’ultimo discorso prima di prendere l’aereo da Catania. Solo in un secondo momento - ha precisato il pentito - qualche giorno prima della data in cui doveva compiersi l’omicidio, che dovevamo fare per un favore a Giuseppe Di Cristina (boss mafioso di Riesi, in provincia di Caltanissetta, ndr) siamo stati informati da Angelo e Crocifisso Emmanuello che l’incarico di compiere quell’attentato era stato dato ai catanesi, perché noi non eravamo all’altezza».
Le dichiarazioni di La Perna coincidono con quelle di Tommaso Buscetta: «il primo delitto eccellente di carattere politico ordinato dalla commissione di Cosa Nostra, costituita subito dopo il 1957, fu quello del presidente dell’Eni, Enrico Mattei». Parola di Buscetta. In effetti, fu Cosa Nostra a deliberare la morte del Mattei, secondo quanto mi riferirono personalmente alcuni dei miei amici che componevano quella commissione, come Greco Salvatore “Cicchiteddu” e La Barbera Salvatore. «L’indicazione di uccidere Mattei giunse da Cosa Nostra americana, attraverso Bruno Angelo (autorevole esponente della famiglia di Philadelphia) che chiese questo favore a nome della commissione degli Usa e nell’interesse sostanziale delle maggiori compagnie petrolifere americane». Di Mattei si stava occupando nei suoi ultimi mesi di vita proprio Mauro De Mauro, come dimostrato gli incontri del giornalista con personaggi della vita politica e finanziaria siciliana (Graziano Verzotto, Vito Guarrasi...). Una nota della questura di Palermo certifica che il potente boss Giuseppe Di Cristina era a Palermo nei giorni del sequestro De Mauro. E nelle indagini emergeva che «il giornalista faceva tante domande ai politici su Mattei».  
(5-continua)