Intervista a Antonio Funiciello

martedì 6 novembre 2012


Sarà una coincidenza (o forse no), ma l’editrice Donzelli ha fatto uscire in un momento particolarissimo della vita del Partito democratico un volume dal titolo “A vita - Come e perché nel Partito democratico i figli non riescono a uccidere i padri”. Un titolo forte, che pone di suo un interrogativo: perché tra i Democratici si arriva a porre una questione fisiologica in toni così drammatici? «Essenzialmente per la stasi che largo del Nazareno sta affrontando nel porsi il problema del ricambio del vertice» spiega a L’Opinione l’autore. Giornalista, intellettuale, dirigente del gruppo del Pd al Senato, Funiciello parte da un’osservazione: «In Gran Bretagna la leadership di Tony Blair e Gordon Brown ha cambiato il partito. Alla prima sconfitta, la dirigenza è completamente cambiata. In Italia, nello stesso arco di tempo, a fronte di una serie di sconfitte l’unica cosa mutata è stato il nome». I motivi sono da ricercarsi lontano nel tempo. Addirittura ai tempi di Enrico Berlinguer: «Quando l’allora segretario del Pci scelse la linea del compromesso con la Dc, si trovò di fronte quadri dirigenti che non ne appoggiarono la scelta. Dovette così puntare sui giovani più capaci tra quelli che aveva a disposizione, per poter sostenere quella linea politica». Secondo Funiciello «una nuova classe dirigente si può formare solo a partire da una linea politica innovativa». Di cui, dalla metà degli anni Settanta, gli eredi del Partito comunista sono privi: «C’è una continuità culturale che lega Pier Luigi Bersani non solo a Berlinguer, ma anche a Palmiro Togliatti. Mutatis mutandis, la sua professione di “incontro delle masse popolari” non è distante dall’unione tra progressisti e moderati che oggi persegue il segretario». Un processo di conservazione che non è stato sparigliato nemmeno dalla fondazione del Pd: «Alla fine risulta la somma degli eredi politici del Pci con una parte di azionisti di minoranza composta dai cattolici democratici. Questi ultimi – spiega Funiciello – hanno rinunciato ad una battaglia sulle idee per la guida del partito, acconciandosi a svolgere il ruolo di minoranza interna». Il primo a sparigliare il campo è stato Matteo Renzi: «Il partito ad oggi è governato da un patto di sindacato composto di principali azionisti di Ds e Margherita. Una gestione simile a quella di una medio-grande azienda italiana, alla quale Renzi prova a dare una scalata dall’esterno. È ovvio che la dirigenza che lo guida abbia una reazione istintiva». Il sindaco di Firenze è a sua volta un cooptato, dice l’autore. «Ma nel 2009 decise di rompere la “sindrome del vicesindaco”: quella secondo la quale con un ex-Ds alla guida di un grande comune, l’ex-Margherita doveva fare il vice o il presidente della Provincia. La sua candidatura alle primarie cittadine e la sua sorprendente vittoria a scardinato uno schema consolidato». Funiciello interviene anche su uno degli aspetti della campagna renziana che hanno suscitato più polemiche: «Ha ragione quando afferma che occorre parlare a quei milioni di elettori delusi dal centrodestra. Al centro c’è una prateria elettorale. Invece Bersani si chiude a sinistra, e preferisce fare un accordo con Vendola…».


di Pietro Salvatori