Il contributo italiano nei cieli libici

sabato 8 dicembre 2012


Oltre 2.300 sortite per 8.300 ore di volo complessive, pari al 7% del totale. Uomini e aerei di 11 nazioni ospitati e messi in grado di operare da 5 basi nazionali, di cui la sola Trapani responsabile del 14% di tutte le missioni operative. L’unica forza aerea presente in tutti i ruoli: rifornimento in volo (uno dei punti critici per la coalizione, vista la scarsità di tanker), difesa aerea (oltre 2700 ore), guerra elettronica in tutte le sue forme (quasi 300 ore), controaviazione offensiva e difensiva (oltre 1700 ore), ricognizione (oltre 2000 ore), soppressione difese aeree (circa 600 ore), ma soprattutto gli unici velivoli della Coalizione dotati di questa capacità, guerra psicologica, persino Uav (unmanned aerial vehicle, i droni senza pilota). Una rete di satelliti da osservazione con capacità uniche. Uso esclusivo di munizionamento di precisione, con la distruzione del 97% degli obiettivi ingaggiati. Un ruolo crescente man mano che vari paesi ritiravano i propri assetti o esaurivano le scorte. 

Da qualsiasi parte lo si guardi, il contributo italiano alla liberazione della Libia dal dittatore Gheddafi è impressionante sotto il punto di vista qualitativo e quantitativo. A un anno dalla fine delle operazioni, questo ruolo decisivo resta purtroppo misconosciuto. 

A dimostrazione di ciò il fatto che il presidente degli Stati Uniti D’America, Barack Obama, nel suo speech alle Nazioni Unite del 20 settembre 2011, citava la Danimarca tra i paesi partecipanti al conflitto, dimenticando di menzionare l’Italia, mentre invece, soltanto un mese dopo, il Segretario alla Difesa statunitense, Leon Panetta, ben più attento alla sostanza delle cose, in una conferenza stampa ammetteva che «in Libia, in verità, se non fosse stato per l’Italia, non so sinceramente se avremmo potuto completare la missione» (testuale: “In Libya frankly, if it were not for the Italians, we really don’t feel that we could have completed this mission”). Cosa questa invece ben conosciuta dalla comunità internazionale degli addetti ai lavori cui, ancora una volta, non è sfuggito il ruolo centrale dell’Italia e la puntualità ed efficacia dei suoi contingenti nel rispetto degli impegni di coalizione. 

Questo sintetico scritto vuole di conseguenza colmare, in parte, la diffusa ignoranza sui drammatici fatti della rivoluzione libica, fermo restando che gli eventi, nella loro interezza e nel loro dettaglio, a cominciare dal primo attacco francese, saranno descritti in un documento esaustivo e rigoroso che la prestigiosa Rand Corporation sta assemblando con il contributo di illustri esperti dei paesi partecipanti, documento che vedrà la luce nell’arco di pochi mesi, e che consegnerà alla storia ciò che la cronaca ha mancato di registrare. 

Un altro motivo giustifica questa prima finestra aperta sulla partecipazione italiana: si è avuta la sensazione, nei contatti con i colleghi libici, aviatori inclusi, che il ruolo dell’Aeronautica Italiana, sia stato percepito in maniera incompleta e talvolta inesatta, certamente sottostimata nei suoi effetti e nella sua qualità. 

Per la parte politica, che a dire il vero ha influenzato in minima parte le operazioni, a prescindere dagli aspetti coreografici che hanno contraddistinto soprattutto negli ultimi tempi i rapporti personali dei due leader, Berlusconi e Gheddafi, le decisioni italiane sono state dettate sempre dall’interesse nazionale, che vede in una Libia stabile, pacificata e saldamente democratica la migliore opzione per i rapporti tra i due paesi e per l’intera area mediterranea. 

Sempre per rimanere nella sostanza delle cose e non fermarsi ai suoi aspetti esteriori, un ruolo determinante per le decisioni italiane lo ha avuto anche e soprattutto il sentimento di amicizia tra i due popoli, ben più genuino e radicato di quello dei suoi governanti, sentimento che ho avuto modo di toccare con mano nei miei ormai regolari viaggi in Libia. 

Entriamo ora nel vivo delle operazioni: il 19 marzo alle 17.45 il primo velivolo francese dà il via all’operazione Odissey Dawn, rilevata dalla Nato il 31 marzo con il nome Unified Protector, che terminerà il 31 di ottobre. 

In apertura ho già fatto accenno alla qualità del contributo italiano. La disponibilità di così variegate capacità pregiate, seppur di dimensioni contenute, è il risultato delle lezioni apprese nella nostra sistematica partecipazione alle coalizioni internazionali che ci hanno consentito di disegnare uno strumento militare dotato di capacità di norma deficitarie nei pacchetti di forza impegnati nei vari teatri; abbiamo appreso ormai che a volte, sommando le capacita di più forze aeree anche progredite, non ne risulta una forza aerea completa e ben articolata nelle sue capacità indispensabili, e che quindi sempre, senza l’apporto statunitense, si rischia di avventurarsi in imprese senza fine, anche disponendo della migliore e più aggiornata tecnologia. Ed è esattamente ciò che è accaduto in Libia, dove, pur in presenza di un sostanziale disimpegno statunitense, se non ci fosse stato dietro le quinte il loro contributo in specifici assetti, il risultato finale sarebbe stato quanto meno problematico se non compromesso. 

Ma noi la nostra parte l’abbiamo fatta abbondantemente: abbiamo potuto immettere nei “pacchetti” di forza la capacità AAR (Air to Air Refueling) da sempre deficitaria nelle coalizioni aeree, qualificando in tutta fretta i nuovissimi KC767 A che hanno avvicendato nel ruolo i C130 J, i Tornado ECR (Electronic Combat Reconnaissance) ad integrazione, nei primi giorni del conflitto, della poderosa capacità Usa in quest’altra specialità insufficiente, la SEAD (Suppression of Enemy Air Defence ). 

Nel seconda parte del conflitto sono entrati in teatro anche gli UAV, nella più recente e capace versione di cui si è di recente dotata l’Aeronautica Italiana, il Predator B: il contributo alle attività di sorveglianza di questi mezzi è stato utilissimo se non determinante, soprattutto verso la fine delle operazioni, nell’area di Bani Walid. Si è rivelata in questo caso particolarmente preziosa l’esperienza messa a punto dagli operatori dell’AMI in ormai otto anni di operazioni in Iraq ed Afghanistan che fanno dell’Italia, insieme ad Israele e Stati Uniti, una delle aviazioni più esperte nel settore. 

Altra capacità poco conosciuta ma di significativo pregio quando in assenza degli Stati Uniti, l’intelligence satellitare. Un altro sistema quindi indispensabile, questa volta anche di concezione e tecnologia interamente italiani, a disposizione della coalizione, il Cosmo SKY Med, una costellazione di 4 satelliti radar ad apertura sintetica di performances molto spinte, con ripasso sulla Libia quattro, cinque volte al giorno. 

E poi la Difesa Aerea, con i Typhoon EF 2000 ed F16, gli strikers AMX e Tornado, (questi ultimi hanno impiegato anche missili stand-off), gli AV-8B della Marina Militare da bordo della portaerei Garibaldi. 

Quantitativamente l’Italia ha effettuato circa il 7% del totale delle sortite, qualitativamente, con il 97% della precisione a bersaglio, si è collocata a pari merito della Gran Bretagna e appena prima della Francia. 

Ma i veri assetti enablers, cioè quelli senza i quali l’operazione non sarebbe stata possibile, sono state le basi aeree che il governo italiano ha messo a disposizione degli alleati senza la minima esitazione e fin dalle primissime fasi del conflitto. Senza di esse molti paesi e molte aeronautiche non sarebbero stati così generosi di fronte alla prospettiva di faticosi e lunghi voli di trasferimento per raggiungere l’area di operazioni, e soprattutto in assenza cronica di velivoli cisterna per il rifornimento in volo.

Insomma, senza il fondamentale contributo italiano tutto sarebbe stato più complicato, di più lunga durata, più costoso e di esito tutt’altro che certo. 

Uno sguardo infine ai costi della partecipazione nazionale, alcuni intuitivi, altri poco conosciuti dalla stessa opinione pubblica italiana. L’operazione Unified Protector ha colto i paesi partecipanti nel pieno di una crisi economica generale e nella necessità associata, anche per i paesi come la Gran Bretagna dove la cultura della sicurezza e della difesa ha radici più profonde, di contenere o ridurre drasticamente le spese per le Forze Armate. Ciò nonostante, l’Italia ha fatto puntualmente la sua parte e molto più: si calcola che l’operazione sia costata intorno a 150 milioni di euro. Inoltre, il fatto di essere ad immediato ridosso dell’area del conflitto, ha causato inconvenienti aggiuntivi di vario tipo. 

La circolazione aerea generale è stata modificata, il traffico commerciale è stato reindirizzato verso rotte non interferenti con l’area del conflitto. Si calcola in qualche decina di milioni l’ulteriore costo sostenuto dall’Italia per i mancati proventi delle tasse di sorvolo. La base di Trapani, in Sicilia, ha dovuto chiudere lo scalo al traffico civile, divenuto incompatibile con quello militare di particolare intensità. Lo stato ha dovuto rifondere la Società di gestione dell’aeroporto con 10 milioni e si è inoltre aperto un contenzioso antipatico sull’uso civile di strutture militari che è destinato a riverberarsi su altri aeroporti di uso misto. Ed ancora, il numero di immigranti irregolari sulle coste del sud Italia è aumentato a dismisura, con il concreto pericolo che tra i profughi si celasse qualche terrorista infiltrato ad hoc, quale misura di rappresaglia di Gheddafi ormai incapace di contenere i bombardamenti ed il suo popolo in rivolta. 

Questo in sintesi lo scenario nel quale è stata immersa l’Italia durante la rivoluzione libica, uno scenario coerente con le scelte di fondo dell’Italia in materia di politica estera e di sicurezza (e ribadite per l’ennesima volta nell’ultimo Consiglio Supremo di Difesa), in base alla quale quest’ultima va preservata ovunque sia messa a rischio.


di Leonardo Tricarico