Marò, disinformazione e propaganda

Sul caso marò, il principale ostacolo è la disinformazione. Specie quella che galoppa sul web. Tesi difficilmente verificabili, spesso viziate da opinioni di pancia, considerazioni ideologiche, vis polemica o mero desiderio di fare gossip. 

In questo panorama si inserisce la sedicente inchiesta pubblicata sul sito web di “Wu Ming Foundation”, che negli ultimi giorni sta godendo di una particolare fortuna in rete. Il collettivo di scrittori, noto ai più per le traduzioni dei romanzi di Stephen King, non è nuovo ad abbracciare campagne d’opinione estranee all’ambito letterario, alcune delle quali ai limiti dell’assurdo. Come, ad esempio, quella contro l’enciclopedia satirico-demenziale on-line “Nonciclopedia”, accusata dagli scrittori di antisemitismo e «mentalità fascista». O quella contro il Banco Alimentare, boicottato perché «è di CL».

Stavolta a scatenare la fantasia dietrologica degli scrittori è una ricostruzione giornalistica del sito “Web China Files”. Un articolo nel quale si tenta di ripercorrere passo dopo passo la vicenda che vede coinvolti i due fucilieri di Marina, evidenziando la superficialità dei media nel raccontare l’accaduto, il diffuso disinteresse della stampa nazionale e gli errori marchiani commessi dalla diplomazia italiana nell’approcciarsi alle autorità indiane. Peccato che lo stesso articolo non resista alla tentazione di mescolare all’analisi dei fatti una serie di considerazioni a sfondo politico, ricostruzioni imprecise e avventate, nonché una vera e propria campagna di discredito delle fonti che riportano ricostruzioni alternative. E così l’intero servizio si trasforma nelle mani del collettivo Wu Ming in un facile grimaldello ideologico per condannare senza appello i due marò e tacciare di partigianeria e faziosità chiunque sollevi qualche dubbio.

Eppure, di domande senza risposta ne restano molte. Troppe, per affidarsi acriticamente alle ricostruzioni diffuse dalle autorità di Nuova Delhi. Troppe anche per sbilanciarsi a priori in condanne o assoluzioni in mancanza di una seria inchiesta giudiziaria. Anche perché sulle spalle dei pescatori uccisi e dei loro presunti assassini si gioca una delicatissima partita diplomatica che va ben oltre la sparatoria del 15 febbraio 2012. A cominciare dagli appalti multimilionari in ballo tra le aziende italiane e nel settore della difesa e della cantieristica e il governo indiano. Per finire con le pesanti implicazioni politiche per un paese come l’India, in cui una parte consistente dell’opinione pubblica considera qualunque tipo di concessione all’Italia un regalo a Sonia Gandhi, presidente del Partito del Congresso Indiano, accusata dagli avversari di “favoritismi” verso il suo paese d’origine.

Su tutto questo pesa in primis il nodo della giurisdizione. A chi compete giudicare i fucilieri Massimiliano Latorre e Salvatore Girone? Il comandante della petroliera Enrica Lexie, l’equipaggio e lo stesso armatore hanno sempre sostenuto che al momento dei fatti la nave si trovava in acque internazionali, ad oltre 30 miglia dalle coste del Kerala. Per le autorità dello stato indiano, invece, questa si trovava invece nella cosiddetta “zona contigua”, all’interno della quale lo stato ha ancora diritto di far valere la propria giurisdizione. In ogni caso, l’India non ha titolo per trattenere i due militari italiani: secondo la convenzione di Montego Bay del 1982, infatti, «uno stato non può fermare o abbordare navi battenti bandiera straniera». Inoltre, in forza del Codice Militare di Pace e della legge 131/11, i due marò del San Marco sono a tutti gli effetti organi dello stato italiano, e pertanto intoccabili dalla giurisdizione straniera. 

Ma non basta: come riportato dal giornalista Fausto Biloslavo, la stessa cattura della petroliera italiana e dei militari imbarcati sarebbe frutto di un tranello. S.P.S. Basra, comandante della Guardia Costiera dell’India occidentale, si è pubblicamente vantato di aver attuato «una tattica ingegnosa», per attirare la Enrica Lexie nel porto di Kochi: «Eravamo nel buio più completo riguardo a chi avesse potuto sparare ai pescatori. Grazie ai sistemi radar abbiamo localizzato quattro navi che si trovavano in un raggio fra 40 e 60 miglia nautiche dal luogo dell’incidente», ha spiegato l’alto ufficiale. Gli indiani, riporta Biloslavo, avrebbero dapprima chiesto via radio se qualcuno «avesse respinto per caso un attacco dei pirati», domanda alla quale solo gli italiani hanno rispondono positivamente. «Quello che Basra non dice - spiega il giornalista - è l’inganno comunicato via radio: “Tornate in porto per riconoscere i pirati”».

Enormi contraddizioni emergono poi dalla ricostruzione dei fatti. Come riferisce Arduino Paniccia, professore di Studi Strategici all’Università di Trieste, «i verbali della polizia e della Guardia Costiera di Kochi riportano che il peschereccio St. Antony con le due vittime a bordo è rientrato in porto alle 18:20. A quell’ora il sole a Kochi era ancora abbastanza alto, essendo tramontato alle 19:47. Dunque, secondo le autorità il mesto ritorno del peschereccio sarebbe avvenuto alla luce del sole. Peccato che i filmati delle televisioni locali che registravano l’evento siano stati girati alle 22:30, in piena notte, come attestato dagli stessi reporter indiani e riscontrabile su YouTube».

Grosse inconguenze anche sul numerodi colpi sparati. Per l’India, sul peschereccio (poi affondato in un incidente poco chiaro nelle settimane successive alla sparatoria, rendendo quindi impossibile ogni successivo rilievo) si sarebbero trovati i fori di 16 proiettili, oltre ai quattro che hanno ucciso i due pescatori, su un totale di oltre 60 colpi che sarebbero stati sparati dai militari italiani. Latorre e Girone, però, hanno esploso complessivamente 20 colpi a scopo di avvertimento, in aria e in acqua, a distanze di 500, 300 e 100 metri, così come prevede il protocollo di ingaggio in caso di sospetto attacco pirata. Il numero dei colpi esplosi è confermato dalle registrazioni di bordo e dalle successive verifiche sul munizionamento. E risulta alquanto improbabile che due militari d’esperienza perfettamente addestrati possano aver colpito accidentalmente il natante sospetto con tutti e 20 i colpi esplosi in aria e in acqua.

Le autorità indiane, inoltre, si sono rifiutate di mostrare i corpi pescatori, poi cremati dopo breve tempo in ossequio alle usanze locali. Dubbi anche sugli esiti dell’autopsia commissionata dal tribunale, che riporta il rinvenimento di un proiettile di un calibro riferibile al 7,62 x 54, di fabbricazione sovietica, totalmente diverso dunque dal 5,56 x 45 adottato dalle forze armate della Nato, Italia compresa. Eppure, la perizia conclusiva depositata in tribunale fa inspiegabilmente riferimento al nuovissimo fucile d’assalto Arx 160, in dotazione sperimentale alle forze speciali italiane, ma non ai fucilieri del San Marco, armati invece con i più vecchi Ar 70/90. Curioso anche il fatto che ai maggiori dell’Arma dei Carabinieri Paolo Fratini e Luca Flebus, periti balistici di parte italiana, sia stato concesso di assistere solo ai test di tiro sulle armi prelevate a bordo dell’Enrica Lexie.

Dieci indizi non fanno una prova, ma l’atteggiamento delle autorità indiane dovrebbe far sorgere più di un dubbio circa l’effettiva buona fede. E imporre una linea più ferma di quella adottata finora, che ha fruttato solo dilazioni e figuracce. 

Invece a sfavore dei due marò ha giocato anche l’atteggiamento remissivo della diplomazia italiana, che nell’intento di mostrarsi collaborativa nei confronti delle autorità del Kerala ha finito per rivelarsi autolesionista. Come nel caso dei 10 milioni di rupie versati alle famiglie dei pescatori uccisi: «Un atto di generosità», come ha spiegato il ministro della Difesa, Giampaolo Di Paola, interpretato però dai media indiani come una palese ammissione di colpa. O come per il “riscatto” di 30 milioni di rupie per il rientro in patria della Enrica Lexie. Un errore anche non presentare una controperizia, avallando pedissequamente quella dell’accusa, forse nel goffo tentativo di apparire concilianti e affrettare così lo scioglimento del nodo giurisdizionale. Senza contare l’autogol diplomatico di affidare la trattativa al sottosegretario di stato Staffan De Mistura, considerato dall’India un “amico del Pakistan”, acerrimo rivale di Nuova Delhi. Gravissimo, poi, non aver esercitato poi la giusta pressione in sede europea, alle Nazioni Unite, o con gli Stati Uniti, usando la leva politica della partecipazione alle missioni internazionali per richiedere un supporto fattivo contro le palesi violazioni del Diritto Internazionale da parte indiana. Proverbiale in proposito la gaffe della baronessa Ashton, capo della diplomazia di Bruxelles, talmente disinformata sui fatti da definire i due marò «contractors».

Così, a dispetto della contraddittorietà dell’impianto accusatorio, la traballante tesi indiana continua ad essere l’unica contemplata tanto dalla diplomazia quanto dai media. Anche se qualcuno, come il giornalista Biloslavo, ha provato a percorrere la pista cingalese. Dal 1980 ad oggi, infatti, sono stati 530 i pescatori indiani uccisi dalla marina dello Sri Lanka in una guerra mai dichiarata per il controllo delle zone di pesca, tra odio etnico, interessi economici, ragioni strategiche e realpolitik. E l’insistenza indiana nel dissimulare questa crisi perseguendo i due marò anche a fronte dell’inconsistenza delle accuse, avrebbe dovuto per lo meno suscitare qualche perplessità.