Pansa e la Repubblica di Barbapapà

Dovrebbero farlo studiare a scuola. O anche per gli esami da giornalista questo ottimo “La Repubblica di Barbapapà”. Cioè il libro che funge da omaggio polemico di Giampaolo Pansa a Eugenio Scalfari. Quest’ultimo, vero genio dell’editoria italiana, l’unico negli ultimi 50 anni in Italia ad avere fondato e diretto un giornale che poi ha avuto il successo che ha avuto arrivando a insidiare e talvolta a superare il primato di vendite del “Corriere della Sera”, alla fine ne esce bene. Chi si aspettava un pamphlet intriso di livore dovrà ricredersi: dalle pagine del libro traspare in realtà un’ammirazione e forse anche un rimpianto per i “bei tempi” in cui Pansa è stato, per quasi 14 anni, il vicedirettore dell’ammiraglia del gruppo De Benedetti – Caracciolo. Il giornale diretto da “Barbapapà”. Il libro è pieno di storie note e meno note, ma tutte raccontate con quella colta semplicità di scrittura che contraddistingue i libri e anche gli articoli di Pansa.

Che oggi è diventato un tabù per la sinistra giovanilista ed estremista e un improbabile idolo per il revanchismo del pubblico editoriale destrorso, sempre 1 in ricerca di nuove rivalse e sempre ossessionato dal proprio complesso di inferiorità. Ma Pansa non appartiene nè agli uni nè agli altri: citando la più famosa scena del “Marchese del Grillo”, si potrebbe dire senza tema di smentite che “lui (cioè Pansa, ndr) è lui e loro non sono un c....”. Laddove i “loro” sono tutti quelli che nei decenni hanno tentato invano di arruolare uno spirito libero e anarcoide nel conformismo politico e culturale di questo paese che confonde il tifo calcistico con la lotta di classe. Scalfari viene così definito: «Un primo della classe geniale, testardo, autoritario, con un’autostima enorme, convinto di avere sempre ragione al punto di non sopportare chi si azzarda a mettere in dubbio la sua assoluta perspicacia. E quando commette un errore, e sbaglia una previsione, come è accduto in più di un caso, rimuove tutto senza spiegare nulla». Eppure, a dispetto di questa descrizione, gli accenti che nella narrazione degli eventi che hanno segnato il passaggio epocale di “Repubblica” da giornaletto da 70 mila copie al giorno a colosso da 400mila nella prima metà degli anni ’80, gli accenti di Pansa sono quasi teneri.

Sicuramente nostalgici: era un altro 2 giornalismo e un’altra politica quella che lui narrava. E sebbene gli argomenti trattati siano drammatici e spazino dal caso Moro alla P2, dal terrorismo di sinistra alle tangenti e alla mafia, l’Italia descritta era un paese che oggi ci sognamo: ancora pieno di ideali e di forze per lottare oltre che di soldi. Un paese dove la politica comandava sull’economia e non ancora ostaggio delle banche europee e della finanza d’assalto. Uno dei riti di passaggio più tragicomici per “Repubblica” fu quello che portò alla battaglia per la Mondadori con Berlusconi, risolto all’epoca da Andreotti con il lodo Ciarrapico. E che recentemente ha avuto un “sequel”, con un’inattesa resa di conti a favore di De Benedetti dopo la nota sentenza civile che ha condannato il Cav a dare altri 540 milioni di euro all’Ingegnere, conseguenza diretta dallo scandalo penale “Toghe sporche”, cioè Squillante- Previti-Verde. Pansa tra le righe fa capire che se Berlusconi e Formenton alla fine degli anni ’80 poterono fare quel che fecero con la Mondadori, tentando anche l’assalto a “Repubblica”, la colpa fu un po’ anche di Scalfari e Caracciolo che si erano illusi un paio di anni prima di vendere la loro quota a De Benedetti, per cifre 3 rispettive stimate sui 90 e sui 300 miliardi, senza che ciò mettesse a rischio l’autonomia editoriale “pura “di tutta la baracca. Di fatto quell’episodio che fece arricchire il direttore di “Repubblica” come un Creso o quasi fu l’inizio della fine del suo impero “morale” su “Repubblica”.

Tant’è che quando intorno al 1997 fu lui chiesto di passare la mano a Ezio Mauro, “topolino”, come lo chiama Pansa che spesso usa i soprannomi per i personaggi della politica e dell’editoria quegli stessi soprannomi che Gianni Brera adoperava per i protagonisti del calcio, Scalfari, che pure non la prese molto bene, non se la sentì di ingaggiare una sorta di guerra civile interna con De Benedetti. Si era ben reso conto, come gli aveva scritto un lettore all’epoca della vendita della propria quota azionaria al colosso di Ivrea, che «la libertà di stampa, se non si compra allora non si può neanche vendere». La chiave del successo di “Repubblica” agli inizi fu la spregiudicata posizione per la fermezza, senza alcuna pietà, per la sorte di Aldo Moro nelle mani delle Br, cosa che catalizzò l’interesse e la simpatia di migliaia di lettori del Pci e della Dc di sinistra che 4 comprarono il giornale da quel momento tutti i giorni. Poi il caso P2, che distrusse il “Corriere" di Di Bella e Rizzoli (e Calvi e Gelli, ndr) fece il resto.

Pansa oggi a distanza di oltre 30 anni si guarda bene dal rinnegare quelle scelte. Casomai fa capire che, al contrario, l’imborghesimento routinario, sia pure assestato su livelli di vendita da 700mila e passa copie quotidiane, fu causato per il giornale di Scalfari, trasformato da Ezio Mauro in un caserma, dall’anti-berlusconismo militante. Recentemente quella rendita di posizione è stata insidiata da un quotidiano come “Il Fatto”. Che oltretutto, oggi come oggi, fornisce un prodotto, a chi ama il piatto forte dell’odio anti Cav, molto più appetibile. La “dipartita” di Pansa da “Repubblica” viene spiegata con un doppio ordine di motivi: da una parte un’epoca era finita, e Pansa nella propria carriera mai era stato così a lungo in un gruppo editoriale (beato lui che può ancora scegliere, ndr), dall’altra il conformismo anti fascista dei giovani di largo Fochetti, i “fochettari”, mal sopportava i suoi libri sui crimini dei partigiani comunisti, a partire dal “Sangue dei vinti”.

E se Scalfari aveva difeso a spada tratta Pansa dall’odio dei comunisti berlingueriani quando lui li raccontava 5 negli anni ’70 dipingendoli per quei burocrati statalisti che erano, Mauro non ha resistito più di tanto sulle barricate a favore del proprio editorialista migliore, inviso ormai a tutta la truppa del quotidiano che prima stava a piazza Indipendenza. Resta il racconto di anni che furono veramente formidabili, di aneddoti ormai dimenticati come quello sulla figlia dell’editore Perrone sospettata di avere dato ospitalità a uno dei terroristi che uccisero i fratelli Mattei a Primavalle. O come il racconto in chiave autobiografica sul tragico destino di Walter Tobagi, ucciso, forse al posto dello stesso Pansa, che era nel mirino della Brigata XXVIII marzo di Marco Barbone. Perchè, sembra, che il giorno che Giampaolo doveva finire ammazzato si era preso l’influenza e non portò il cane a spasso come faceva ogni mattina alle 8. Secondo i verbali di Barbone, che poi si pentì, i terroristi che dovevano ammazzare un giornalista per passare l’esame ed entrare nelle Br, quelle vere, a quel punto scelsero di cambiare obbiettivo e dopo qualche settimana ammazzarono il povero Tobagi.