Strage di Lampedusa<br >Le lettere "morte"

Il Santo Padre ha alzato il tono del confronto, urlando “al mondo” il suo grido di dolore: “Vergogna. È inaccettabile l’annegamento di trecento esseri umani al largo di Lampedusa!”. La presidente Boldrini ha promosso un giorno di lutto nazionale e il presidente Napolitano ha espresso il suo personale dolore per quanto accaduto, rilanciando all’Europa un appello per intervenire all’unisono per evitare altre tragedie. Il ministro Alfano ha dichiarato che serve un immediato potenziamento di Frontex. Tutte le più alte istituzioni hanno espresso la loro indignazione, perplessità e “vergogna” per quanto accaduto. Il problema, dunque, non sono i 300 morti di Lampedusa, bensì “chi” si dovrebbe vergognare per quanto accaduto.

Tralasciando il giusto e accorato appello del Santo Padre, cui comunque mi riferirò in seguito, osservo che è proprio il mondo politico italiano che in questo esprime tutta la sua falsità. Poco più di un anno fa, settembre 2012, sessantaquattro tunisini persero la vita davanti Lampedusa in similari condizioni. Anche allora dal Capo dello Stato al più umile portaborse politico vennero espresse simili parole e sentimenti. A distanza di un anno, nulla è cambiato; anzi si continua a far finta di rimbalzarsi le responsabilità l’un l’altro, chiamando in causa l’Unione Europea, continuando a chiudere gli occhi sulla vastità del problema “immigrazione” nel Mediterraneo.

L’anno scorso l’associazione che mi onoro presiedere, scrisse un sentito appello al delegato dell’Ue, agli ambasciatori di Francia e Italia e al primo ministro tunisino; un appello per una revisione integrale del “trattato di Shenzhen”, quale unica accettabile soluzione alla lotta al disumano commercio clandestino di uomini, aprendo alla libera circolazione dei popoli tra le nazioni (almeno quelle del 5+5) o, in alternativa, a similitudine di quanto è attuato da altri Paesi (Stati Uniti in testa), concedere il visto turistico o di commercio, limitando i controlli iniziali alla necessità di visita (biglietto aereo e albergo), considerandone una validità di 10 anni, e rimandando gli accertamenti del caso attraverso procedure particolari tutte le volte che il singolo individuo comunica l’intenzione di viaggio.

In questa maniera, i 1500 euro che il clandestino deve oggi sborsare per un “passaggio per la morte”, potrebbero essere ben finalizzati a un accesso più umano direttamente nei Paesi di destinazione, fra l’altro con obbligo di biglietto di “ritorno”. Per l’Italia, ne sono certo, la lettera, nel suo insieme molto più articolata, è rimasta nel cassetto della scrivania delle sedi diplomatiche interessate! C’è di più! Sempre da parte della nostra associazione, in occasione della guerra civile (di liberazione!) in Libia, con più di 50mila profughi in una settimana, fu rappresentata, all’allora Alto rappresentante Unhcr Boldrini con varie e-mail inviate in contemporanea anche all’ambasciata d’Italia a Tunisi, la possibilità d’intervento diretto di alcuni Paesi europei in Tunisia per esaminare le richieste di asilo politico per “ottanta” nuclei familiari libici, che essendosi riversati in Tunisia (paese amico della Libia) avevano “difficoltà” a ottenere lo status di rifugiato!

Anche queste lettere: morte! A seguito dell’aumentato traffico di clandestini verso l’Italia, oltre alla Boldrini e la diplomazia italiana, anche il ministro Kyenge fu interessato attraverso una segnalazione in cui si metteva in evidenza la necessità “di sensibilizzare l’Ue sull’aprire delle sedi Unhcr, decentrate nelle nazioni di partenza (anche la nostra intelligence ne conosce perfettamente l’ubicazione), in modo tale da evitare a questi disperati le tradotte clandestine via mare”. Oggi la situazione è sostanzialmente cambiata e peggiorata vieppiù! La guerra civile in Siria, oltre alle più di 150mila vittime accertate, ha causato la fuga dalla propria terra di oltre due milioni di “sfollati”.

In Turchia, Giordania, Libano e altre nazioni limitrofe, i campi profughi (Unhcr e nazionali) accolgono un totale di poco meno di un milione di persone. Dov’è finito l’altro milione di siriani che manca all’appello? Quanti ce ne sono in Libia e in Egitto o in Sudan, e in Etiopia? Di fronte a questi numeri, la sciagura di dell’altro giorno non rappresenta altro che un’ennesima avvisaglia della tragedia che il Mediterraneo intero sta vivendo! Secondo un articolo a firma di Daniel Pipes sul “Guardian”, la Conferenza episcopale degli Stati Uniti ha chiesto ai Paesi occidentali di “fare di più” per i rifugiati siriani. L’appello è stato ascoltato: il Canada si è offerto di ospitare 1.300 profughi siriani e gli Stati Uniti 2mila. L’Italia ha accolto 5mila rifugiati sbarcati sulle sue coste. 

La Germania ha offerto di riceverne (e ha iniziato a farlo) 5mila. La Svezia ha dato asilo a 15mila siriani già presenti nel Paese. I gruppi locali si stanno preparando a un sostanziale afflusso in tutto l’Occidente. Ma l’Occidente non può risolvere da solo il problema dei rifugiati siriani. Inoltre, molti nei Paesi occidentali (soprattutto quelli europei come i Paesi Bassi e la Svizzera) si sono stancati di accogliere musulmani che “non hanno nessuna intenzione di integrarsi”, ma che invece cercano di rimpiazzare i costumi occidentali con la Sharia, la legge islamica”. Ecco, quindi, che si manifesta in contemporanea un problema ancora più grande: l’integrazione e la tendenza a emarginare sempre più il multiculturalismo in Europa. “La cancelliera tedesca Angela Merkel e il premier britannico David Cameron hanno entrambi parlato di fallimento del multiculturalismo, che insiste a riconoscere uguale valore a tutte le civiltà. E peggio ancora, i movimenti fascisti come il Golden Dawn, in Grecia, in Germania, Norvegia, Svezia, Paesi Bassi, ecc., sono in aumento.

Molti altri profughi potrebbero far seguito ai siriani”. Lo stesso articolo propone anche una possibile soluzione che, tra l’altro, è già stata segnalata da qualche tempo anche dalla nostra associazione: “Bisogna inserire i siriani nei Paesi che possono permettersi di ospitarli”, come ha spiegato Guterres (l’alto Commissario dell’Onu per i rifugiati), occorre semplicemente distogliere l’attenzione dall’Occidente a maggioranza cristiana e rivolgerla alle vaste distese disabitate dell’opulento Regno dell’Arabia Saudita così come agli Stati più piccoli, ma in alcuni casi anche più ricchi, del Kuwait, Bahrein, Qatar e degli Emirati Arabi Uniti”. Considerando, inoltre, che l’Arabia Saudita è considerata dall’intero Islam come “Terra Santa”, con obbligo “religioso e morale” di “ospitalità” per tutti i Musulmani. In definitiva i presupposti per trovare più umane e idonee soluzioni ci sono tutti e da più parti ne è stata invocata l’attuazione.

A questo punto manca solo una preghiera diretta a Papa Francesco e indiretta al mondo della diplomazia internazionale: “Santo Padre, nella sua aperta e partecipe visione delle sofferenze umane ha parlato più volte di un’apertura maggiore nei confronti dei fratelli Musulmani. Non crede forse che sia anche il momento di aprirsi al confronto con colui che viene considerato (anche se non se ne può parlare) il riferimento “spirituale” del mondo Musulmano: il Principe delle due Moschee Sante, il Re saudita Abdallah ben Abdelaziz al-Saoud? Magari, ancor prima ne parli con il presidente Obama, fermo sostenitore e amico del Qatar (e dell’Arabia Saudita) nel supporto ai popoli delle rivoluzioni Arabe, inclusa la guerra civile in Siria! E, se mancano i fondi per organizzare questa missione umanitaria, non esiti, Santo Padre, a dire a Obama di fermare i finanziamenti alla guerra in Siria e convogliargli negli aiuti umanitari! Chiedo troppo Santo Padre? La mia è solo una preghiera”.

(*) Presidente dell’Associazione Nazionale Famiglie deli Emigrati (Anfe)- Tunisia