Troppi i giornalisti<br />uccisi per informare

Il 20 marzo sono vent’anni dall’assassinio della giornalista Rai Ilaria Alpi e dell’operatore Miran Hrovatin (nella foto). I misteri che hanno avvolto l’attentato a Mogadiscio in Somalia nel turbinoso 1994 non sono stati svelati appieno, nonostante indagini, processi, arresti.

Sempre vent’anni fa morivano in Bosnia, precisamente a Mostar, colpiti da una granata lanciata dalle forze croate-bosniache, il giornalista Marco Luchetta, i tecnici Dario D’Angelo e Alessandro Ota. Nel 2000, in Georgia, venne ucciso Antonio Russo di Radio Radicale.

Troppi i giornalisti che ogni anno, in vari Paesi del mondo, pagano con la vita la loro missione di informatori dei cittadini. I reporter uccisi nel 2012 sono stati 84, di cui 29 in Siria dove è stato sequestrato per mesi Domenico Quirico della Stampa. Nel “Journalist Memorial”, il muro della memoria alto 12 metri, sono scritti 2.246 nomi di martiri della professione. Una lista che continua drammaticamente ad allungarsi ogni anno. Tra questi, alcuni italiani uccisi dalla mafia come Giuseppe Impastato, Cosimo Cristina, Giovanni Spampinato, Mario Francese, Beppe Alfano, Giuseppe Fava, Mauro Rostagno (nel processo in corso la perizia sul dna ha confermato che a sparare fu il mafioso Vito Mazzara, ergastolano imputato a assieme a Vito Virga condannato con Riina per omicidi di mafia. La sentenza è prevista per il 9 maggio) e dalla camorra come Giancarlo Siani.

La giornata della memoria si terrà a Latina il 22 marzo. Ci sono, però, altre forme d’intimidazioni e violenze, palesi e nascoste sui giornalisti: sono 123 quelli minacciati nel 2014, oltre 1750 dal 2006. Se n’è discusso a Bruxelles all’Istituto italiano di cultura con una relazione del consigliere della Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi) e direttore di “Ossigeno”, Alberto Spampinato, mentre la giornalista Ester Castano ha raccontato la sua esperienza di cronista di un piccolo settimanale della provincia di Milano, costretta a difendersi dalle querele infondate e dalle diffide di personaggi pubblici coinvolti in scandali e corruzione.

È stato rilevato che le norme sulla diffamazione vengono sempre più spesso usate come strumento intimidatorio per bloccare le inchieste giornalistiche e intimidire i cronisti e gli editori, chiedendo elevati risarcimenti in denaro. La piaga delle querele non si arresta. L’ex Presidente del Consiglio e leader del Pd, Massimo D’Alema, ha chiesto a Lirio Abbate dell’Espresso 70mila euro di risarcimento per un articolo sui rapporti intrattenuti da alcuni politici con personaggi coinvolti nell’inchiesta sulla Tav di Firenze. Il sindaco di Verona, Flavio Tosi, ha denunciato Sigfrido Ranucci che stava preparando un servizio per “Report” di Milena Gabanelli. Francesco Boccia (Pd) ha querelato Emiliano Fittipaldi dell’Espresso per un’inchiesta sulla presunta rete di potere che ha coinvolto la moglie Nunzia De Girolamo, l’ex ministro per le Politiche agricole, poi dimessasi.

È stata, invece, archiviata dal gip di Milano, Fabrizio D’Arcangelo, la denuncia di Riccardo Bossi contro il giornalista Giuseppe Guastella e il direttore del Corriere della Sera, Ferruccio de Bortoli. “Il giornalismo d’inchiesta - ha scritto il Gip - non può essere zittito da querele pretestuose a patto che i fatti narrati siano veri ed esposti con obiettività. Il giornalismo non è solo andare a prendere le carte in Procura, in caserma o da qualche avvocato, ma anche andare a verificare sul campo le notizie e scoprirne di nuove”. Una decisione in linea con le sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo.