L’Italia non ha più una politica estera

Questa è sfiga! Maledettissima sfiga. È da un po’ che a noi italiani non ne va dritta una. Abbiamo atteso con grande trepidazione gli esiti della seconda conferenza internazionale sulla Libia nella sincera e convinta speranza che dalla Farnesina venisse fuori una decisione concreta per la stabilizzazione di quel Paese, completamente sfuggito a ogni controllo e preda della più assuluta anarchia. Invece, niente.

Abbiamo un problema gigantesco di sicurezza alle porte meridionali della nostra penisola, costituito dall’ammassarsi di uomini e armi del terrorismo jihadista nella zona costiera della Cirenaica e in parte della stessa Tripolitania. Le notizie che giungono direttamente dal “terreno” raccontano di un Paese completamente preda delle milizie locali che sono bande organizzate su base tribale-religiosa, composte di criminali della peggiore specie, pronte a compiere il salto di qualità nella strategia di ricatto del nemico occidentale.

La contabilità delle stragi e degli omicidi nella odierna Libia non ha nulla da invidiare al massacro in atto in terra siriana. Con una non secondaria differenza: piuttosto che scannarsi tra loro, la mattanza la riservano agli stranieri e ai fedeli della religione cristiana di rito coopto, da sempre presente nei Paesi del Nord-Africa. Era dunque indispensabile che la conferenza di Roma prendesse atto della realtà e facesse passi concreti in direzione di un impegno diretto dei maggiori Paesi coinvolti per un’azione di contrasto alla propagazione del fenomeno terroristico-eversivo. Invece cosa hanno tirato fuori? Nulla di più di una generica presa di posizione a sostenere gli sforzi delle autorità legittime di proseguire nel tentativo di condurre il Paese nordafricano fuori da una transizione, bla, bla, bla.

Questi parlano di una Paese che non esiste. Rappresentano una realtà fasulla di una democrazia “work in progress”, sovrapponendola a una realtà vera che assomiglia ogni giorno di più a una palude di sabbie mobili. La soluzione? La solita aspirina per curare un cancro: l’integralismo religioso-politico dell’islamismo radicale di aspirazione jihadista. La delegazione italiana avrebbe dovuto insistere fino all’ultimo spasimo perché venissero adottate misure efficaci per fronteggiare il rischio più che concreto che la Libia si trasformi in un immenso Stato terrorista. La nostra ministra avrebbe dovuto dare una doppia mandata di chiave alla porta della sala della conferenza e minacciare gli astanti che non l’avrebbe riaperta fin quando non si fosse raggiunto un vero accordo tra i Paesi partecipanti al gruppo di contatto, con l’Italia in prima fila, sulle modalità d’intervento di una forza multinazionale di sicurezza, come è stato fatto lo scorso anno per fronteggiare la crisi del vicino Mali. Macché! Tutto si è risolto in una laconica conferenza stampa tenuta non dagli interlocutori più importanti ma dalle seconde linee, accompagnata da una mesta parata di facce schierate per la fotografia di rito da destinare all’album dei ricordi: “Vedi? Mamma, c’era anche lei”. Fortuna che c’è la foto. Se no, chi se ne sarebbe accorto?

In altri tempi si sarebbe scatenato l’inferno su questo finale scolorito e insipido della Conferenza di Roma. Invece tutto è passato in cavalleria perché i riflettori erano puntati in direzione di Bruxelles, dove si svolgeva la riunione dei capi di Stato e di Governo della Ue sulla crisi ucraina. Allora, penseranno gli ottimisti, Roma è stata oscurata perché abbiamo concentrato gli sforzi sulla più pressante attualità della crisi all’Est. Vista la delicatezza del momento avremo certamente dato il meglio di noi alla ricerca di una soluzione praticabile. Neanche per sogno. Le fonti d’informazione raccontano che, nella seduta plenaria, il novello presidente del Consiglio italiano abbia preferito fare scena muta. Il che è tutto dire per uno che in genere parla tanto. Gliene si può fare una colpa personale? È evidente che a questo siamo ridotti, non abbiamo nulla da proporre o da obiettare nelle sedi decisionali dove in qualche misura è in gioco anche il futuro del nostro Paese. È un po’ come a scuola, quando non hai studiato e della lezione non sai una cicca, che fai? Ti distrai, pensi ad altro, magari ti metti a giocare col telefonino per twittare qualche frase senza né capo né coda ai soliti amici del giro virtuale del tipo: “Stiamo venendo…”.

Si dirà: c’è stata una riunione ristretta, che ha preceduto il vertice plenario, tra la Merkel, Hollande, Cameron e il polacco Donal Tusk, a cui ha preso parte anche Renzi. L’incontro è durato circa venti minuti e considerando la caratura dei partecipanti, è presumibile che ci sia stato tempo soltanto per dire: “Sull’Ucraina si fa così, e basta!”. Non pensiamo che Renzi abbia avuto modo di emettere un fiato anche perché la doverosa linea di prudenza verso l’interlocutore russo, voluta dalla Merkel, fa gioco anche agli interessi italiani che dalla rottura traumatica con Mosca avrebbero tutto da perdere.

A chiusura di una complicata settimana sul fronte degli scenari internazionali di una cosa possiamo essere certi perché l’abbiamo verificata sul “campo”: l’Italia, in questo momento, non ha una sua politica estera. Siamo privi di una linea che serva a connotare i nostri interessi sullo scacchiere internazionale. Abbiamo messo tutto nelle mani dei principali partner europei. Se fossimo una realtà di seconda, terza fascia, della Comunità internazionale ci starebbe pure l’idea di tenersi agganciati a un Paese trainante che pensi e prenda le decisioni al posto nostro, ma come diamine si fa a dirsi ancora un potenza industriale del G8, a essere la seconda economia manufatturiera in Europa, a contendere alla pari spazi di mercato alle altre nazioni, ad avere contigenti delle forze armate sparsi in mezzo mondo per missioni di pace e poi? E poi non avere un’autonoma politica estera? Come si fa a ripetere come un disco rotto il ritornello del “raccoglieremo il grido di dolore del popolo ucraino” senza avere la forza di dire agli partner, magari in quel bel toscano che suona così morbido e armonico alle orecchie di chi ascolta: “Ragazzi, occhio a quello che si fa, perché al posto dei sinceri democratici a Piazza Maidan sono arrivati gli ultranazionalisti di “Sbovoda”. Sapete come li chiamano? Banderovci, li chiamano così perché sono devoti di Stephan Bandera, fondatore, nel 1942, dell’Esercito Nazionale Ucraino. Piccolo particolare, Bandera, nemico giurato dei russi, collaborò attivamente con gli occupanti nazisti. E questi oggi, i suoi epigoni, sono altrettanto e peggio filonazisti e antisemiti come il loro padre spirituale. Abbiamo davvero tutta questa voglia di andarci a spaccare le ossa con Putin per portar dentro, in Europa, magari seguendo il modello baltico, questo campionario di democrazia insieme con i tanti debiti di uno Stato decotto?”.

Sarebbe stato così tanto disdicevole se il nostro premier avesse azzardato un segnale di “warning!” ai nostri partner, come a dire: attenzione a quel che fate perché il rischio è tale che il gioco potrebbe non valere la candela. E la candela, questa volta, non è solo economica ma anche strategica visti i difficili equilibri raggiunti nel quadrante mediterraneo e mediorientale, grazie anche alla posizione costruttiva di Mosca. Putin si è impegnato in prima persona nella ricerca di soluzioni negoziali alle crisi in atto che gli impaludati svedesi gli vogliono dare pure il premio Nobel.

Siamo messi male se non contiamo più nulla in sede internazionale. E la cosa incredibile, assurda è che di questa condizione di minorità, se si valuta il comportamento dei nostri leader politici e in genere dell’intero establishment italiano, sembra non freghi niente a nessuno. Anzi! Per loro è così che deve andare. È l’Europa, bellezza!