All’economia Renzi servirebbe Mendella

Altro che Pier Carlo Padoan, abbiamo noi il ministro giusto per l’economia italiana. Per far uscire dalle secche il Paese ci vuole gente sveglia. Una bella rivoluzione sarebbe stata sedere su quella poltrona Giorgio Mendella. Sarebbe stata davvero una rivoluzione. Affidando l’economia del Belpaese all’unico che, tra tutti questi professori, ha dimostrato conti alla mano di capirne di finanza. Rammentate gli anni Ottanta? In quei tempi poco sospetti, in cui poca gente ci capiva qualcosa di “fondi comuni d’investimento”, Mendella ebbe la geniale idea di cartolarizzare i patrimoni immobiliari di Romania ed altri Paesi dell’ex Oltrecortina. Spalancando di fatto la porta del capitalismo a paesi vissuti per più di settant’anni sotto regimi economici pianificati. Nel 1989 creava in Italia la prima public company e acquistava il satellite per telecomunicazioni Primosat. Alla caduta del muro di Berlino entrava nei mercati commerciali dell’Est Europa con iniziative immobiliari e turistiche. Apriva a Bucarest un supermercato che vendeva nella valuta locale merci occidentali. Così mentre in Italia si continua ad usare il nome Mendella con accenti negativi, invece in Romania è tuttora considerato un economista di rango, a metà strada tra il monetarista Friedman ed il socializzatore Keynes. Anzi è facile asserire che la crescita nella Romania di oggi è dovuta al metodo Mendella che, di fatto, ha pervaso ed ispirato tutto il mercato finanziario romeno, permettendo ai legislatori del Paese balcanico-carpatico di codificare regole bancarie mutuate dal mondo anglosassone ma piegate alla visione “mendelliana”.

Di fatto Mendella ha cartolarizzato il patrimonio immobiliare della Romania dopo il crollo del regime di Ceaușescu. Piccolo particolare: il finanziere non vendeva pezzi di carta sganciati dalla ricchezza reale, bensì quote di case, interi palazzi e terreni a prezzi irrisori. Permettendo così a tantissimi italiani guadagni tra il 25 ed il 40% sul capitale netto investito. Ergo, la fortuna della Romania di oggi è dovuta al fatto che il Paese dell’Europa orientale non è entrato nell’euro, che ha ancora (forse per poco) una propria divisa, che non ha leggi che pongano limiti al circolante, che non vive come un problema l’emissione di cambiali. Di fatto in Romania il credito è una sorta di virtuoso autofinanziamento, un po’ come lo sconto e risconto di cambiali che si usava nell’Italia del boom economico. Soprattutto nessun legislatore romeno ha mai pensato di mettere limiti al denaro contante circolante. Di fatto ogni azienda è una banca che accetta cambiali in pagamento di merce, e sa che l’acquirente le onorerà versando alla scadenza le somme per contante. Ma anche l’emissione di bond da parte delle aziende è facile, poggia solidamente sul patrimonio certo dell’impresa: non ci sono limiti nella finanza romena e nemmeno truffe. La ricetta Mendella in Romania ha funzionato, mentre in Italia il suo patron è stato condannato per una bancarotta inesistente.

Tra gli anni Ottanta e Novanta Mendella fondava il gruppo Intermercato, holding che controllava più di 50 società. Un giro d’affari di oltre 1.000 miliardi dell’epoca. Oltre alla tivù Rete Mia, Mendella possedeva Capitalfinanziaria, Domovideo (vendita di videocassette), Fin Versilia, Publimercato ‘90, Interco, il Banco di Tricesimo, la Mias Assicurazioni, il Viareggio Calcio e tanto altro ancora. Ma tutta questa genialità non piaceva a certi poteri forti, così nel 1991 Mendella viene incriminato per una serie di reati che il tempo ha dimostrato infondati: associazione per delinquere, truffa, sollecitazione abusiva del pubblico risparmio, esercizio abusivo della professione bancaria, falso in bilancio. Rete Mia finisce nel 1999, quando il Tribunale di Lucca condanna Mendella solo per bancarotta fraudolenta, assolvendolo da alcuni reati e dichiarandone l’intervenuta prescrizione per altri. Per certi “poteri oscuri” il risultato era stato comunque raggiunto: condizionando negativamente l’opinione pubblica attraverso la stampa, che ha solertemente riportato delle non obiettive verità processuali.

Nella motivazione della sentenza di condanna si legge “l’ammontare complessivo del sottratto a scopi personali nella misura di lire 984 milioni da Mendella …”. Sempre la stessa motivazione della condanna recita a pagina 165 che “non vi sono riscontri documentali” per altre somme: un processo durato 129 udienze, circa 10 anni di indagini, ma l’unica somma che può essere addebitata alla persona di Giorgio Mendella non raggiunge i 450mila euro. Eppure il suo gruppo fatturava cifre nell’ordine di migliaia di miliardi, e 984 milioni di lire (450mila euro circa) non possono aver cagionato una bancarotta. La sola rete televisiva nazionale Rete Mia è stata venduta all’asta a soli 3 miliardi di lire (ai risparmiatori è andata questa cifra), e poco dopo rivenduta al Gruppo Tedesco Hse a 120 miliardi di lire. Hse ha poi rivenduto i canali a Mediaset che ha investito nell’operazione circa 120 milioni di euro. Tutte somme che da sole sarebbero state sufficienti a ristorare i risparmiatori, anzi a permettere alle società di Mendella d’essere ancora un fiore all’occhiello della finanza italiana. Ma hanno vinto le dietrologie giornalistiche, quelle presunzioni di colpevolezza che nemmeno il processo ha potuto trasformare in certezze.

Di vero c’è che i nemici di Mendella, i signori del “salotto buono”, hanno trasformato l’Italia in una dittatura: in quella “democrazia bancariamente protetta” che non permette al Belpaese di crescere come la Romania. I limiti imposti a denaro contate circolante, a transazioni, mutui, prestiti, ipoteche, emissioni di bond… sono i legacci con cui i governi tecnici (i professori) hanno reso paralitica la nostra economia. A questi s’aggiungono i limiti imposti dall’Ue a tutte le nostre produzioni. Il metodo Mendella può funzionare bene in un paese libero, e la Romania ancora lo è. In Italia è stato imposto Padoan, ergo Renzi parla come Mendella ma agisce come Ceaușescu.