Perdere il posto perché si hanno amici mafiosi

sabato 7 febbraio 2015


Licenziati perché amici o parenti di presunti mafiosi locali. O per reati commessi quasi venti anni orsono. Con il pretesto di fare la lotta alla mafia, in Italia si stanno mettendo le basi per un nuovo stato di polizia non molto dissimile da quello del non rimpianto Ventennio. Una notizia che rimbalza da Crotone tramite il coraggioso giornale locale, “Il Crotonese”, fa veramente venire voglia di emigrare: 15 operatori ecologici, al secolo spazzini, licenziati da una ditta, la Derico, dopo che una cosiddetta “interdittiva” del prefetto locale (ma i prefetti non andavano aboliti dopo la fine delle province?, ndr) li indicava come sospetti infiltrati di ‘ndrangheta dentro alla stessa ditta.

Che se non li avesse licenziati nell’aprile del 2014 (anche se poi il Tar aveva annullato l’interdittiva per eccesso di arbitrarietà e difetto di motivazione) avrebbe perso ogni diritto di lavorare con il pubblico e quindi molto probabilmente sarebbe andata fallita. Adesso a fine gennaio è arrivata la sentenza del giudice del lavoro che, ovviamente, ha negato il reintegro, visto che la ditta in questione mai li avrebbe licenziati se non costretta a farlo dall’eccesso di zelo del prefetto in questione. Anzi i quindici licenziati, tre dei quali hanno fatto ricorso al tribunale del lavoro, erano definiti impiegati modello.

E’ un po’ il clima che si sta respirando in Italia tra richieste di pene dure per la corruzione e inchieste spettacolo. Con la lotta alla mafia che sembra venire prima anche del diritto di ciascun cittadino di lavorare, se del caso di redimersi se ha sbagliato, e in definitiva di sopravvivere. Un discorso pericoloso specie quando lasciato in mano non tanto ai giudici quanto alle autorità amministrative. Che possono, in base a semplici sospetti o su presunzioni basate su eventi molto indietro nel tempo, attaccare a chicchessia un’etichetta di “mafioso docg” che poi non si stacca più. Avveniva anche all’epoca del su citato Ventennio ai sospetti anti fascisti che passavano anni al confino per ragioni di sicurezza.

E’ quello il modello di riferimento? Ora è chiaro che nei paesini del crotonese come Strongoli e Cirò, dove risiedono e lavoravano i quindici in questione, le infiltrazioni mafiose possono esistere in maniera molto marcata, ma che colpa concreta può avere, ad esempio, uno come Pasquale Vetere, uno dei tre ricorrenti al giudice del lavoro, che si è visto segnalato come “infiltrato mafioso” in un’azienda perché “visto a passeggiare o a prendere un caffè con un incensurato che però è cugino di un boss”? Oltretutto in quei paesi tutti sono parenti di tutti, e quindi c’è il rischio che nessuno possa mai lavorare. Un po’ diverso il discorso per Vincenzo Giglio, fratello di un boss locale, condannato nel 1996, pena finita di espiare nel 2005, per fatti legati alla criminalità organizzata locale. Fra l’altro era stato prosciolto da quasi tutte le accuse e lo stato lo ha persino risarcito per ingiusta detenzione. Come riporta “Il Crotonese”.

Quest’uomo che da tempo risultava avere messo la testa a posto e che “pretendeva” di lavorare come spazzino, si vede costretto a rinunciare a ogni velleità di rifarsi una vita. Ma anche Giuseppe Elia, il terzo ricorrente, sta nella sua stessa situazione pur essendo incensurato: è parente di un boss e tanto basta. Questa storia della “certificazione antimafia” d’altronde sta diventando una barzelletta burocratica. Se infatti da una parte di certo non evita che i veri uomini delle cosche incensurati e magari presi da altri contesti sociali, possibilmente senza rapporti di parentela con i boss, possano fungere da prestanome negli appalti, dall’altra inchioda per sempre all’emarginazione chi, senza avere alcun legame operativo con la ‘ndrangheta, porta la nomea per fatti legati a vicende di oltre 20 anni orsono o semplicemente ha la sventura di conoscere, sia pure alla lontana, qualche pregiudicato o di averlo in famiglia.

Forse queste certificazioni e queste interdittive andrebbero fatte con un minimo di indagini di polizia sulla attualità effettiva del pericolo dei singoli di essere infiltrati delle cosche. Se ci si limita a protocollarle dopo semplici analisi che si basano sulla proprietà transitiva, tizio è figlio o parente di mafiosi o amico anche lontano, oppure 20 anni fa ha compiuto un reato, allora si toglie la speranza non solo a tre o a quindici persone ma ad aree intere del Sud Italia. E questo, se da una parte non risolverà di certo le problematiche locali della disoccupazione, dall’altra rischia anche di creare un effetto paradossalmente inverso: la gente continuerà a preferire la mafia allo stato, se quest’ultimo toglie lavoro e speranza in nome della sua feroce burocrazia un po’ borbonica.

“Il Crotonese” dà no tizia e pubblica la foto dei tre sventurati ricorrenti che si sono incatenati davanti al Comune di Strongoli insieme con i familiari per protestare, dopo la sentenza di rigetto del tribunale del lavoro di Crotone, contro chi toglie loro il pane di bocca con la carta bollata. Se l’andazzo giustizialista in Italia sarà sempre questo c’è da temere che di scene e di vicende analoghe ne vedremo numerosissime altre nel prossimo futuro.


di Dimitri Buffa