Esiste l’obbligatorietà  dell’azione penale?

La vicenda giudiziaria relativa al suicidio del giovane Carlo Saturno, trovato in stato di soffocamento e arresto cardiaco ad appena 23 anni in una cella di un carcere, è scaturita nel mese di aprile 2011. Ad oggi, il fascicolo investigativo, arricchito da attività indotte da numerose memorie, richieste, solleciti difensivi scritti in nome e per conto dei due fratelli di Carlo, Ottavio ed Anna, si appresta per la terza volta ad essere vagliato da un giudice per discutere l’opportunità o meno della sua archiviazione.

Dal 30 marzo di 4 anni e 5 mesi addietro ad oggi, il Pubblico ministero non ha ritenuto individuare il nome dei responsabili. Il procedimento è ancora a carico di ignoti. Eppure i nomi ci sono, le responsabilità ci sono, le macroscopiche omissioni sono tutte lì, dentro quel maledetto fascicolo che pare essere stato disperso nell’aeree dell’incertezza e dell’indifferenza. Una chiara indifferenza alla vita e ai bisogni di Carlo, trovato soffocato con un cappio alla gola, ieri come oggi, morto in una struttura chiusa, nella quale operano quotidianamente decine di persone tra medici, psicologi, psichiatri, educatori, agenti di Polizia penitenziaria e dipendenti del settore amministrativo. Vicenda, questa, tristemente emblematica di come e quanto, nelle carceri italiane, prevalga spesso la regola della sicurezza e della punizione a quella della finalità risocializzante della pena; di come, quindi, si sia ancora estremamente lontani dall’attuazione delle prescrizioni costituzionali e sovra nazionali.

Ancor di più, però, vicenda per la quale pesa l’indifferenza della Procura, quasi a voler sugellare la cultura dell’emarginazione che danneggia i detenuti, le loro famiglie, gli operatori di polizia penitenziaria, gli educatori, i medici e gli psicologici coscienziosi che, invece, provano a svolgere al meglio e con scrupolo il proprio ruolo. Un ragazzo è morto, nel 2011, all’interno di una struttura chiusa nella quale operavano ed operano numerose persone preposte all’assistenza ed alla vigilanza e non ci si può, dunque, evitare di porsi una domanda: perché il procedimento è ancora pendente? Perché il Pubblico ministero ha ritenuto che questo procedimento non fosse meritevole di essere sviluppato con la dovuta celerità? E, quindi, quanto pesa, nella concretezza dell’attività della procure italiane, la norma costituzionale dell’obbligatorietà all’azione penale?

Punctum dolens. Esiste un precetto di rango costituzionale che, tuttavia, per scelte organizzative, per volontà politiche o altre motivazioni, soggiace (non sempre e non in tutte le Procure, per carità!) ad altre necessità e/o decisioni che non attengono, però, al dettame costituzionale. Si crea così, in alcuni Tribunali d’Italia, un doppio binario tra procedimenti appetibili per lo svolgimento dell’azione penale e procedimenti che, invece, non lo sono per niente, in aperta violazione del principio di uguaglianza fra tutti i cittadini. Con buona pace delle legittime attese e speranze che i cittadini riversano nella Giustizia. Una situazione, questa, che necessita, con estrema urgenza, di essere affrontata congiuntamente, ed in modo radicale, dai rappresentanti del settore (avvocati e magistrati) e dalla politica, al fine di non vanificare il senso, il valore e la dignità della Giustizia penale in Italia.