E se il nazista salisse in cattedra?

L'Italia, diceva Longanesi «alla manutenzione, preferisce l'inaugurazione». Siamo un Paese da annunci, da «tagli di nastro» come si usava una volta, da vari di navi e da presentazioni infinite di libri. Ma poi l'annuncio è vuoto di significato, il nastro resta a penzolare da qualche struttura incompleta, le navi arrugginiscono (o affondano in manovre «goliardiche») e i libri, beh! Quelli nel migliore dei casi finiscono a prendere polvere o a stabilizzare qualche tavolino pencolante.

La questione scuola non fa eccezione: riforme, su riforme su riforme. Sempre «cambiare tutto, per non cambiare niente». Perché il «nuntio vobis» piace a tutti, mentre le riflessioni serie, di lunga portata costano fatica. E poi, Dio non voglia, ci si trovi ad ammettere che il Governo precedente qualcosina, anche per caso, di buona l'ha fatta. O semplicemente che il nostro non è il migliore dei Governi possibili, delle scuole possibili in questo caso. Sarebbe lesa maestà. E così ci balocchiamo con il futuro della nostra cultura, del nostro progresso civile ed altre faccenduole di questa portata, con gli stessi modi e tempi di quelle meravigliose assemblee studentesche, buone giuste a far proclamare un giorno di festa in più e a ridare foga ai sogni sessantotteschi fuori tempo del marxista-leninista autodidatta di turno: maree di parole e discorsi, progetti utopici e grandiosi slanci, che poi, nell'indifferenza generale riportano sempre alla stessa minestra.

Qualche volta c'è un pomodoro in più, qualche volta un po' più di riso, ma il sapore non cambia (e forse è meglio così, perché a dare retta ai vari «comitati studenteschi» chissà in che pantano di guai ci saremmo ficcati nel tempo). Giunge buono allora il volume di Gaetano Pecora «La scuola laica - Gaetano Salvemini contro i clericali» (Donzelli editore) a far fare, per una volta, un po' di ginnastica seria ai nostri neuroni sull'affaire scuola. Come tutte le ginnastiche degne di questo nome, che fanno dimagrire col sudore e non con i miracoli (immaginari), anche questa dura fatica. Bisogna prendere l'impegno di seguire l'autore con scrupolo, con attenzione, ancorandosi alla sua logica per lasciarsene guidare, ma anche per vedere se in qualche caso non faccia cilecca. Fortunatamente lo studioso napoletano ci rende il compito tutt'altro che disagevole, utilizzando l'esempio (madre e padre di ogni chiarezza) a piene mani, dispensando tratti di ironia arguta e brillante e lasciando spesso spazio alla «viva» voce di coloro, Salvemini in primis, dei quali si trova a parlare.

Lasciamo al lettore il compito ed il piacere di confrontarsi con i molteplici spunti, che il volume offre. Sul pensiero di Salvemini, la sua storia nella e «per» la scuola. Troppe volte le recensioni tentano di sostituirsi al libro, cercando di raccontarne «sinteticamente» (l'avverbio magico) ogni riga, quasi volessero sottintendere che lette loro, tanto varrebbe non avvicinarsi proprio alla libreria. Non è proprio questo il caso, tanto più che non si saprebbe in poche migliaia di battute rendere «sinteticamente» un libro che è davvero fatto di ragionamento ed argomentazione (che richiedono i loro tempi e i loro spazi). Ci si soffermerà solo su di un punto, tanto per dare un'idea di ciò di cui stiamo parlando.

Per Salvemini - spiega Pecora - la scuola è innanzi tutto il luogo dove le più disparate idealità, convinzioni, fedi si trovano a confrontarsi in una battaglia perenne, attraverso la quale l'animo dello studente dovrebbe potersi forgiare al libero pensiero. La scuola - sono parole di Salvemini stesso - «della concorrenza e del libero scambio». Certo, a leggere il volume si scopre come questa sia solo una parte della faccenda, come il Nostro, così aperto per un verso, per altri, disegni una scuola a cerchi concentrici, che in prospettiva si «concentra» solo su di lui e sulle sue convinzioni. Ma fermiamoci solo sull'intento ideale del Salvemini «liberale di puro conio» e poniamoci un caso pratico (è lo stile del pensatore di Molfetta d'altro canto) per vedere se l'idea potrebbe funzionare.

Immaginiamo che, in base al postulato del «libero docente in libera scuola» un nazista negazionista salisse in cattedra per insegnare in un Liceo (magari pubblico) storia. Buona parte degli studenti nostrani che arrivano anche agli studi superiori con vaghe nozioni sul fatto che prima c'era un prima e poi c'è stato un poi (ed al di là del fumoso concetto di seriazione temporale, poco procedono), probabilmente raggiungerebbero la maturità con la convinzione che Auschwitz fosse una ridente località di campagna della Polonia ed Hitler un grande statista frainteso. Certo ci sarebbe il professore di filosofia o di storia della letteratura italiana che potrebbe trovarsi a far da contraltare al profluvio di falsità provenienti dal collega storico. Ma, primo, il nazista presumibilmente insegnerebbe anche filosofia. Secondo, non è detto che la medicina sia sufficientemente «concentrata» per fare da contraltare. Ecco allora che la «pluralità» salveminiana (si torna a dire, di un certo Salvemini almeno), cozza con l'ineludibile «univocità» della persona (e delle idee di quella che persona) che può trovarsi a reggere materie sensibili come la storia o la filosofia (ma anche geografia, letteratura, biologia - si pensi alla questione creazionismo contra evoluzionismo), nei momenti più delicati dello sviluppo della coscienza giovanile.

Dunque retromarcia e, bando alla concorrenza delle idee? Meglio che tutti gli insegnanti la pensino alla maniera «giusta» (salvo poi chiedersi, è ovvio, chi decide cosa è giusto e cosa non lo è)? Salvemini in un certo senso visse tutta la propria vita in questa sorta di inversione a «U» perenne, cambiando pericolosamente direzione più volte. Probabilmente, però, non è necessario avere il gusto del pilota di formula 1 del pensiero per uscire dall'impasse. Posto che nessuna società è mai vissuta di «neutralità» ideologica, ma sempre ha avuto alla base delle proprie istituzioni (e delle proprie scuole soprattutto) dei valori che le reggevano, nel caso della società liberale tutto diviene, come scrisse Ernesto Rossi «questione di più o di meno». Se la realtà stessa (l'impossibilità di avere venti insegnanti di filosofia che insegnino venti «filosofie» diverse ad una stessa classe) impone scelte che vanno contro il modello «ideale» della concorrenza perfetta, il buon senso corre in aiuto a suggerire soluzioni di «gradazione» che consentano di avvicinarsi al Sole senza finire con la cera delle ali disciolta.

Si potrebbe pensare a dei seminari nel corso dell'anno scolastico nei quali le idee del professore di turno venissero messe in discussione da chi la pensa all'opposto. Cosicché - pur avendo inevitabilmente fatto una scelta quanto all'orientamento dell'insegnante «titolare» - costui non avesse la sola ed unica parola in materia, ma si insinuasse se non altro il tarlo nella mente degli studenti che quello che gli viene insegnato nelle ore curriculari - sotto, sotto - magari non è vero. Si dirà: «poca cosa». Senza dubbio. D'altro canto con la riflessione ed anche rischiando sul campo (perché realmente non si impara, senza sbagliare in concreto) potrebbero venire mille e mille soluzioni migliori, anche se probabilmente, non mai perfette. E così, con un tentativo ed un altro, con una suggestione ed un'altra si potrebbe tentare di andare avanti, cercando - alla meno peggio - di progredire. Da questo punto di vista, con questa ambizione nella mente, davvero si può collocare il libro di Gaetano Pecora sotto una delle più particolari e privilegiate categorie librarie, tanto rara quanto preziosa: quella dei libri utili.

 

(*) Centro di studi storici, politici e sociali “Gaetano Salvemini”